Ruggiero, trasformare il dolore in impegno civile - Le Cronache Salerno
Salerno

Ruggiero, trasformare il dolore in impegno civile

Ruggiero, trasformare il dolore in impegno civile

La storia personale di Annarita Ruggiero diventa una battaglia collettiva per diritti, dignità e inclusione.

La sua storia nasce da un’esperienza personale molto forte. Come si trasforma il dolore in impegno pubblico?

«Quando dal dolore nasce la forza, capisci che non puoi più vivere solo per te stessa. Io sono madre, caregiver, lavoratrice, e da sempre impegnata nel sociale. Ma è con “Il Caso Nicolò”, il bambino dalle ali spezzate, come l’ho definito, che tutto ha preso una direzione precisa: ha delimitato confini, ma ha anche aperto coscienze. Ho visto da vicino cosa significa perdere certezze, dignità, riferimenti. E da lì ho scelto di non restare a guardare. Ho deciso di trasformare quella ferita in una battaglia per tutti, perché non accada più a nessun figlio di Salerno».

Cosa ha scoperto vivendo il sistema dall’interno?

«Che il sistema è fallato. Lo dico con lucidità. Dalla diagnosi alla presa in carico, fino all’assistenza, passando per alcuni “Luoghi” totalmente insensibili a queste problematiche: le famiglie vengono lasciate sole. Si diventa numeri, protocolli, codici. Si perde dignità. E intorno a tutto questo ci sono barriere enormi: non solo architettoniche, ma culturali e morali. Sono nelle istituzioni che non rispondono, nei servizi che non funzionano, nei pregiudizi. Nelle decisioni imposte senza logica e senza fondamento, in danno di persone fragili. Ho visto famiglie costrette a cambiare residenza per avere assistenza, madri lasciare il lavoro, situazioni al limite dell’umano. Anche Nicolò, per dire, ha dovuto cambiare scuola: ma tutto questo, intanto, è costato un regresso delle sue condizioni di ben cinque anni. Ho dovuto cambiare scuola, per fermare il suo quotidiano aggravamento, per sopravvivere».

Che ruolo hanno i caregiver e cosa dovrebbe cambiare?

«I caregiver sono il pilastro invisibile del sistema. Senza di loro tutto crolla. Eppure non esiste un riconoscimento reale. Io parlo di un “reddito di riconoscenza”, perché chi si prende cura ogni giorno di una persona fragile sta svolgendo un servizio sociale enorme. Abbandona tutte le sue cose, spesso finanche il lavoro, per assistere un suo caro. Serve sostegno concreto, non solo parole. Serve alleggerire un carico che oggi è insostenibile».

Che idea ha di città inclusiva?

«Una città inclusiva non è quella che mette uno scivolo su una spiaggia o una panchina per carrozzine. È quella che ripensa tutto: servizi, trasporti, spazi, mentalità. Io ho vissuto Salerno a 360 gradi: traffico, parcheggi per disabili occupati, servizi inaffidabili, periferie abbandonate. Per chi vive una disabilità, questi problemi diventano barriere insormontabili. Serve una rivoluzione culturale prima ancora che strutturale».

Perché ha scelto la lista Prima Salerno e che appello fa agli elettori?

«Prima Salerno è stata l’unica lista a dimostrare sensibilità concreta su questi temi. Non slogan, ma ascolto e disponibilità ad agire. Io credo che non si possa più delegare. Anche con le ali spezzate vogliamo volare, ma insieme. Invito tutti a votare, a partecipare, a scegliere consapevolmente. Perché il cambiamento passa da lì».