Riccardo Canessa e il suo “Barbiere” tra Napoli e Siviglia - Le Cronache Salerno
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Riccardo Canessa e il suo “Barbiere” tra Napoli e Siviglia

Riccardo Canessa e il suo “Barbiere” tra Napoli e Siviglia
Di Paola Primicerio
Terza opera in programma del nuovo cartellone di Opera e Balletto del teatro Verdi di Salerno, che chiuderà il maggio dedicato a Gioachino Rossini, il 29 e il 31 e che segnerà la prima levata di bacchetta del nuovo anno di Daniel Oren, nel “suo” massimo, sarà “Il barbiere di Siviglia”, che saluterà la regia di Riccardo Canessa, regista di famiglia, che ritorna a dirigere quest’opera – dopo averla allestita in collaborazione con il Conservatorio “G.Martucci”, nel 2022, per l’acclamato debutto sul podio del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli – al quale abbiamo chiesto come angolerà il suo vedere in questa nuova produzione.
“Sarà Alfredo Troisi lo scenografo dell’intera stagione e per questo Barbiere rossiniano siamo chiaramente ancora nel campo delle ipotesi, ma a me piacerebbe realizzare una situazione mista fra la location sivigliana e i quartieri spagnoli di Napoli, poiché Gioachino Rossini abitava lì. Non ho certo intenzione di fare un Barbiere napoletano, nonostante nel 1818 avesse preso forma una rappresentazione di quest’opera, per i Casaccia del Teatro Nuovo, con il commediografo e attore palermitano Filippo Cammarano, il quale sostituì i recitativi di Cesare Sterbini con dialoghi parlati, riscrivendo quelli di Don Bartolo in lingua partenopea. Vorrei sottolineare come in Rossini convivano un soggetto ambientato in Spagna e uno spirito sicuramente di estrazione partenopea. Del resto Napoli ha vissuto la dominazione spagnola che ha lasciato tante tracce in tanti campi, dalla lingua ai riti. Ho pensato di ricorrere a questa angolazione, anche per differenziarlo dal Barbiere di Paisiello, del 1782, che è sì da catalogare nell’archetipo dell’ opera buffa, perché c’è il terzetto coi servitori di cui uno sbadiglia e uno starnutisce, pur mantenendo l’allure di un teatro per pochi, non certo di un teatro popolare. Fu proprio la musica di Rossini, e siamo nel 1816, concepita a Napoli, dove ha risieduto dal 1815 al 1822, a rendere popolare il Barbiere”.
 Reggerà questo ponte lanciato tra Napoli e Siviglia?
“Credo proprio di sì, poiché ho già avuto modo di sperimentarlo con la Carmen di Georges Bizet al teatro Girolamo Magnani di Fidenza, ambientando il terzo atto, quello dei contrabbandieri, in uno dei vicoli malfamati, appunto, dei Quartieri Spagnoli, in un’evocazione della ripresa dell’opera al Teatro Bellini di Napoli dopo il fiasco della prima, nel marzo del 1875, all’Opéra-Comique di Parigi. Ma con il Barbiere, credo, avrò maggior difficoltà”.
 Prima di affrontare questo suo lavoro a Salerno quante volte ha visto l’ opera e ne ha firmato la regia?
“Ho iniziato a vedere “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini fin da bambino, con varie generazioni grandi interpreti, da Panerai a Enzo Dara, Domenico Trimarchi, Domenico Capecchi, eredi del grande Bruscantini, e poi Leo Nucci, tra i tenori Francisco Araiza, Francesco Meli, Antonino Siragusa, Francisco Brito, gli indimenticabili Nicolai Ghiaurov, Nicola Zaccaria, Paolo Montarsolo, il maestro di Carlo Lepore, Ruggero Raimondi e le grandi Rosine, dalla Berganza alla Lucia Valentini Terrani e oggi Teresa Iervolino, Cecilia Bartoli. Ricordo indelebilmente al Rof il Barbiere nella revisione di Alberto Zedda, con la regia di Luigi Squarzina diretto da Paolo Carignani, con Figaro Roberto Frontali e Giovanni Furlanetto nel ruolo di Don Basilio. Di lì sempre poi fatta con i tagli di tradizione, come da spartito, che sarà suppongo quella del maestro Daniel Oren a Salerno, della durata di circa due ore. E’ una opera tra l’altro, di cui ho curato spesso la regia, in tutt’ Italia e come sa bene anche al Verdi di Salerno. Qui quale Don Bartolo avrò il grande Ambrogio Maestri, che sono andato ad applaudire in Scala in Falstaff. Lui è un grande “incassatore”. Si crede che i personaggi di Rossini siano comici. Non è così, è la situazione che si crea, attorno a Don Bartolo che è tale”. Come nel grande teatro napoletano…
 Cosa ha in carnet dopo questo Barbiere di Siviglia salernitano?
“Dopo quest’ opera con ogni probabilità, metterò in scena il mio adorato “ Simon Boccanegra”, questa cupa storia di bassi e baritoni, un concentrato di temi, cari a Verdi, i problemi della ragion di stato, la solitudine del trono, il divorzio tra il potere e gli affetti privati, ancora al Teatro Magnani di Fidenza, di cui sono regista stabile da ventun’ anni”.
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