«La nascita di un vero Centro? Sì, andiamo 3 giorni in convento» - Le Cronache Ultimora
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«La nascita di un vero Centro? Sì, andiamo 3 giorni in convento»

«La nascita di un vero Centro? Sì, andiamo 3 giorni in convento»

di Gaetano Fierro*

Mai più politica dei piccoli orticelli ma coraggio di costruire una casa comune.

Il miracolo della moltiplicazione

In Italia il Centro possiede una qualità straordinaria: più diventa irrilevante come soggetto autonomo, più riesce a moltiplicare partiti, movimenti, associazioni e aspiranti condottieri. Ogni nuova sigla promette di riunire i moderati. Poi arriva il momento delle candidature e scopriamo che l’unità era prevista, naturalmente, sotto la guida del promotore. Gli altri possono accomodarsi. Possibilmente in seconda fila.

Non intendo liquidare storie personali rispettabili né insinuare che ogni iniziativa nasca per conquistare una poltrona. Sarebbe ingiusto. Ma dopo decenni di frammentazione, qualche domanda sulla distanza tra intenzioni dichiarate e risultati ottenuti diventa legittima.

Un Centro che esiste soltanto per portare voti alla destra o alla sinistra non è necessariamente inutile. Può contribuire alle coalizioni. Ma, se proclama autonomia e poi vive esclusivamente di ospitalità elettorale, dovrebbe almeno spiegare quale progetto autonomo stia costruendo.

Il convento, senza miracolo

Ecco allora una proposta semplice, forse irriverente, certamente meno costosa dell’ennesima campagna di manifesti: tre giornate di clausura. Invitiamo Ruffini, Gabrielli, Fioroni, Giovannardi, Sanza, Calenda, Renzi, Mastella e altre personalità disponibili al confronto. Un convento, secondo una tradizione che la vecchia Democrazia cristiana conosceva bene. Niente telecamere, conferenze stampa o dichiarazioni rilasciate prima ancora di essersi ascoltati.

Questo potrebbe essere il programma dei lavori.

Primo giorno: valori. Quale idea di democrazia, libertà, solidarietà, Europa e responsabilità pubblica può tenerli insieme?

Secondo giorno: programma. Sanità, salari, scuola, imprese, fisco, sicurezza, giovani, autonomie locali e Mezzogiorno. Poche priorità verificabili, non un catalogo di promesse da distribuire al buffet.

Terzo giorno: decisioni. Esiste davvero la volontà di costruire un soggetto unitario, con regole democratiche, leadership contendibile e organizzazione territoriale? Oppure ciascuno preferisce tornare al proprio simbolo, magari dopo una bella fotografia ricordo?

Non pretendo che tre giorni cancellino differenze profonde. Gabrielli e Ruffini, per esempio, hanno dichiarato una collocazione nel centrosinistra; altri protagonisti compiono scelte differenti. Proprio per questo l’invito sarebbe una domanda, non una finta adesione già acquisita.

L’autonomia non è solitudine

Il punto non è obbligare tutti a collocarsi equidistanti dai due poli. Il Centro non diventa autonomo soltanto perché si siede geometricamente a metà dell’emiciclo. Autonomia significa elaborare proposte proprie, selezionare una classe dirigente credibile, chiedere consenso agli elettori e decidere eventuali alleanze senza barattare l’identità per qualche candidatura. Chi sceglie stabilmente una coalizione può farlo legittimamente. Ma dovrebbe evitare di confondere quella scelta con la nascita di un terzo soggetto indipendente. Le parole hanno un significato, persino durante le trattative politiche.

Nel centrosinistra, intanto, si discute di leadership, primarie e confini dell’alleanza. Nel centrodestra la guida è più riconoscibile, ma questo non equivale a rappresentare ogni sensibilità moderata. E mentre i protagonisti misurano le distanze reciproche, i cittadini aspettano risposte su questioni assai meno astratte.

I numeri non sono un programma

 

La riforma elettorale appena approvata introduce un impianto proporzionale, una soglia ordinaria del tre per cento per le liste e un premio di governabilità subordinato al raggiungimento del quarantadue per cento, secondo condizioni precise.

Una forza centrista unita potrebbe conquistare rappresentanza e, in alcuni scenari, influire sugli equilibri parlamentari. Ma non basta sommare percentuali ipotetiche per fabbricare un vincitore. Gli elettori non sono pacchi postali che viaggiano automaticamente da un segretario all’altro. E le soglie, le firme necessarie e le regole sulle coalizioni impongono lavoro organizzativo, non soltanto entusiasmo televisivo.

Il vero interrogativo è se un progetto comune saprebbe conquistare fiducia oltre i rispettivi recinti. Senza quella fiducia, anche un simbolo magnifico rimane un’insegna luminosa davanti a un negozio vuoto.

Non basta risvegliare la nostalgia

Qualcuno immagina di richiamare alle armi i reduci democristiani, dispersi da decenni. L’espressione ha fascino, ma la nostalgia non costituisce un programma di governo. Quella tradizione ha prodotto amministratori, mediazione sociale e cultura istituzionale. Ha conosciuto anche limiti, contraddizioni e degenerazioni che sarebbe disonesto dimenticare.

Recuperarne il meglio significa parlare alle generazioni presenti, non organizzare una rimpatriata permanente. Significa ascoltare chi lavora senza arrivare a fine mese, chi aspetta una visita medica,
chi lascia la Basilicata perché non intravede opportunità. Il Mezzogiorno non ha bisogno dell’ennesimo pellegrinaggio elettorale. Ha bisogno di infrastrutture, servizi, competenze e decisioni misurabili. E di rappresentanti che tornino anche quando le urne sono chiuse.

La domanda che resta

 

Alla fine del terzo giorno chiederei una sola cosa: chi è disposto a rinunciare a un pezzo della propria ambizione per costruire qualcosa che duri più della prossima elezione? Se la risposta fosse negativa, nessuno scandalo. Meglio una separazione dichiarata che un matrimonio politico celebrato soltanto per ottenere qualche seggio. Se fosse positiva, invece, potrebbe nascere un esperimento serio. Non il partito salvifico, non la restaurazione di un passato irripetibile, ma una casa politica riconoscibile, aperta e capace di misurarsi con il Paese.

 

Il Centro non ha bisogno dell’ennesimo leader che chieda agli altri di seguirlo. Ha bisogno di persone capaci di fare un passo indietro perché un progetto collettivo ne faccia uno avanti.

Tre giorni in convento non garantiscono un miracolo. Ma potrebbero almeno insegnare una virtù dimenticata: ascoltarsi prima di spartirsi le stanze. E sarebbe già una rivoluzione vedere persone abituate a parlare di unità praticarla davvero, senza pretendere un applauso per ogni rinuncia. Perché il coraggio politico non consiste nel fondare una sigla in più, ma nel rendere finalmente superflue quelle che dividono cittadini con speranze spesso comuni e concrete.

Dio perdona. Gli elettori, qualche volta, no.

 

*sindaco della ricostruzione post sisma di Potenza e già assessore regionale della Basilicata

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