Il Cavaliere Gibboni e il violino Sironi a Chicago - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Il Cavaliere Gibboni e il violino Sironi a Chicago

Il Cavaliere Gibboni  e il violino Sironi a Chicago

di Olga Chieffi

Quando la grande liuteria d’epoca incontra la passione impetuosa delle nuove generazioni, la musica ritrova la sua linfa più vitale e restituisce al mondo sonorità capaci di travalicare il tempo. È questo il cuore pulsante del progetto “Adotta un Talento”, un’iniziativa promossa dalla Fondazione Antonio Carlo Monzino per valorizzare le eccellenze giovanili del panorama concertistico attraverso l’affidamento in comodato d’uso di strumenti di inestimabile pregio storico e artistico. Tra i binomi più felici nati da questa missione figura quello tra la talentuosa violinista campana Annastella Gibboni e il prezioso violino Ambrogio Sironi realizzato nel 1932, un capolavoro della liuteria milanese del Novecento appartenente alla prestigiosa collezione della Fondazione. La Gibboni, astro nascente della musica da camera e della concertistica internazionale cresciuta in una famiglia d’arte di straordinaria virtuosità, ha trovato nel Sironi del ’32 la voce ideale con cui esprimere la propria maturità interpretativa, fatta di tecnica cristallina e profonda sensibilità emotiva. Lo strumento, caratterizzato da un timbro caldo, potente e ricco di sfumature armoniche, era rimasto a lungo custodito come un tesoro silenzioso prima di tornare a vibrare sotto le dita dinamiche della giovane interprete, dimostrando quanto sia fondamentale sottrarre i grandi strumenti storici all’immobilità delle teche per restituirli alla loro naturale dimensione: il palcoscenico. La visione della Fondazione Monzino non si limita, infatti, alla mera conservazione del patrimonio organologico italiano, ma punta a creare un ponte concreto tra il passato artigianale di maestri come Sironi e il futuro della musica, offrendo ai giovani performer gli strumenti necessari per competere sui palcoscenici internazionali più prestigiosi, senza dover affrontare costi proibitivi. Con questo sodalizio, il violino del 1932 torna a cantare e ad affascinare il pubblico nelle sale da concerto, facendosi testimone vivo di un mecenatismo illuminato che continua a investire sul talento, sulla cultura e sul futuro della musica italiana. Ma il rapporto tra questo violino, la Fondazione Monzino e la famiglia Gibboni, non si limita certo alla sola Annastella. Il violino è volato in America, per il Columbus Day, tra le mani del Cavaliere Daniele Gibboni, padre e primo méntore di Annastella, per concessione della Fondazione Monzino, il quale ha eseguito in Chicago, un suo particolare arrangiamento, delle variazioni di bravura, sul tema tradizionale di Yankee Doodle, via via sempre più complesse e virtuosistiche, in cui il solista è chiamato a sfoggiare un’eccezionale padronanza tecnica, affrontando rapidissimi arpeggi, passaggi e fioriture acrobatiche, ma conservando sempre uno spirito brillante, scherzoso e festoso, che ha catturato l’uditorio internazionale, sostenuto perfettamente dall’orchestra del Liceo Musicale di Campagna “Teresa Confalonieri, ove attualmente insegna. Ma, il rapporto ideale tra la Fondazione Monzino e Daniele Gibboni è ben più antico. Un racconto sottile e luminoso intreccia i fili del tempo e del destino attraverso tre generazioni, racchiuso nell’anima di uno strumento amatissimo. Tutto ha inizio nel silenzio di una casa a Campagna, quando gli occhi incandescenti dell’infanzia catturarono, per la prima volta, la rifrazione calda della vernice di un violino Monzino, memoria di bottega, posata nell’ombra della dimora dello zio di Daniele. Per una vita intera, quel legno ha prestato la sua voce discreta ai suoi primissimi esercizi, custodendo tra le sue venature l’entusiasmo grezzo degli studi, fedele compagno d’ombra e di solitudine. Poi, il tempo compie il suo volo circolare e sposta la scena a Genova, al Premio Paganini, dove sul palcoscenico dei desideri, il figlio Giuseppe s’impose, a mani basse, cinque anni or sono. Nell’impeto dell’abbraccio, Daniele ritrovò improvvisamente, intatta e folgorante, la medesima luce che lo aveva stregato da bambino. Il saluto si trasformò, così, nel compimento di un rito di estrema gratitudine: Giuseppe consegnò al padre le corde ancora calde delle tensioni del concorso, affidando loro il compito di ricongiungersi con la prima fonte della musica di famiglia. Rimontate sulla cassa del primo Monzino, quelle corde divennero un ponte teso tra generazioni, a dimostrazione che certa bellezza non si eredita soltanto, ma si restituisce.