Antonio Manzo
L’ultima stazione della Via Crucis giudiziaria, lunga tredici anni, a don Nunzio Scarano, fa celebrare ieri la sentenza di assoluzione chiara, definita: il fatto non sussiste non c’è stata alcuna ricettazione o riciclaggio nel suo ruolo di analista contabile dell’Aspa (banca vaticana, ex Ior). Lo ha deciso ieri la Corte di Appello di Napoli alla quale la Cassazione aveva rinviato il processo salernitano con l’anomala condanna a sei anni per riciclaggio ora definitivamente cancellata. Anche nel luglio 2026 una inchiesta della Procura di Salerno è crollata con il suo processo-monstre: le indagini crollate in sede di giudizio, spesso a distanza di molti anni dall’inizio delle vicende, clamore mediatico, gli arresti preventivi e la gogna, che ha segnato in maniera indelebile la vita dei malcapitati. Quella, appunto, di don Nunzio Scarano e della commercialista salernitana Tiziana Cascone, entrambi accomunati da un pregiudizio accusatorio che conta molti sconcertanti episodi d’accusa nel corso dell’inchiesta. Inseguiti, nel processo Scarano, da un giustizialismo senza confini in toga assecondato perfino dalla condanna anticipata di papa Bergoglio quando, sull’aereo di ritorno dal Brasile, parlando senza filtro e solo per la comunicazione , giustiziò il suo sacerdote prim’ancora della condanna di un tribunale. Disse, con il piacere di cronisti assediati dal clamore giudiziario: “Se è stato arrestato perché non è la beata Imelda” accostando Scarano alla giovane domenicana poi da Bergoglio santificata. Per lui c’era già un sacerdote colpevole e che, con sbrigativa ossessione moralistica, aveva già condannato dopo aver proclamato al mondo il suo misericordioso “!chi sono io per giudicare” riferendosi all’omosessualità. Condanna per Scarano che arriverà in primo grado al tribunale di Salerno, per riciclaggio, poi cancellata dai giudici di Cassazione per abnormità processuale. Nunzio Scarano – fu arrestato in passato e coinvolto in più di un’inchiesta giudiziaria dalle quali è stato in tutte assolto – e la commercialista Tiziana Cascone, furono condannati per riciclaggio aggravato continuato dalla Corte d’appello di Salerno, il 16 aprile dell’anno scorso, a cinque anni e tre mesi di reclusione e 5.000 euro di multa, il primo, e a due anni e cinque mesi di reclusione e 3.200 euro di multa la seconda. La Cassazione dispose un nuovo giudizio davanti alla Corte di appello di Napoli. Scarano è stato il contabile dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica. Finì in carcere nel giugno 2013, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma nella quale veniva tra l’altro accusato di corruzione per aver tentato di far rientrare dalla Svizzera con un jet privato 20 milioni di euro. L’inchiesta della procura di Salerno ipotizzò invece diversi episodi di riciclaggio: secondo l’accusa i fondi transitati su conti dello Ior intestati a mons. Scarano erano false donazioni che sarebbero servite a coprire, appunto, un giro di riciclaggio. All’epoca, la Guardia di Finanza scoprì un vasto patrimonio personale del prelato e, per gonfiare il comunicato mediatico, parlarono di appartamenti lussuosi, auto, quadri d’autore, quote societarie e diversi milioni in banca – del tutto non in linea con le dichiarazioni dei redditi presentate. Insieme a Scarano vennero indagate decine di persone ritenute parti di un sistema di riciclaggio realizzato attraverso false donazioni: denaro che poi sarebbe stato utilizzato dal monsignore, secondo l’accusa, per acquistare beni mobili e immobili, tra cui un appartamento di ben 17 vani. La Pm di Salerno che guidò l’inchiesta fu Elena Guarino che affidò l’inchiesta alla Guardia di Finanza del colonnello Antonio Mancazzo, poi finito anni, anni dopo, anche lui, ma in terra pugliese, in un processo accusatorio rivelatosi infondato nella serie della malagiustizia italiana. L’inchiesta del Pm Elena Guarino che portò in carcere don Nunzio Scarano fu effettuata con particolare precisione investigativa fino al punto tale dal richiedere al vescovo dell’epoca l’autorizzazione per installare un costoso apparecchio di intercettazione dal campanile della Cattedrale di San Matteo che registrò la vita di un imputato agli arresti domiciliari. Ma l’effetto Scarano influì non poco la canea giustizialista in Vaticano per rimettere ordine nella gestione finanziaria. In Vaticano si sapeva già tutto di mons. Nunzio Scarano, fino a qualche tempo prima responsabile della contabilità analitica dell’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede (Apsa), l’ente che fornisce alla curia romana i fondi per l’esercizio delle sue funzioni. Non appena da Salerno era arrivata la notizia che il prelato era stato iscritto nel registro degli indagati per riciclaggio, per Scarano era scattata la sospensione cautelare. Non si trattava di una procedura inusuale, spiegava padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: è stato semplicemente “applicato il Regolamento della curia romana, che impone la sospensione cautelare per le persone per cui sia stata iniziata un’azione penale”. In un’intervista alla Città di Salerno, Scarano negava ogni addebito: “Non ho rubato niente, ho avuto la benedizione di incontrare sulla mia strada persone facoltose, che mi hanno sempre sostenuto nelle mie opere di carità”. Papa Francesco era al corrente della situazione, e non a caso iniziò ad attuare l’opera di trasparenza e pulizia a più riprese invocata nelle Congregazioni generali del pre Conclave partendo dal settore finanziario con la consulenza di una società americana che dopo aver ricevuto ed esaminato gli esiti delle indagini da lui commissionate scagionava mons Scarano da qualsiasi errore o dolo nella gestione analitica e finanziaria dell’Aspa. Mons Scarano è stato difeso a Salerno, come a Roma, dall’avvocato Riziero Angeletti, quotato penalista romano e dal professor Carlo Longobardo docente di diritto penale dell’università di Napoli. Riziero Angeletti, subito dopo la sentenza napoletana ha con noi voluto commentare: “Verità storica e verità processuale alla luce dell’Intelligenza Artificiale”, sono stato guidato dall’illusione che i Sistemi di IA fossero in grado di farci conoscere l’evoluzione storica delle condotte criminose. E’ stata una provocazione, evidente. Oggi, dopo aver letto il dispositivo della Seconda Sezione della Corte d’Appello di Napoli che, con fermezza assoluta ed imperiosa volontà di restituire all’uomo ciò che tredici anni di dure sofferenze gli hanno ingiustamente tolto, ha assolto con la formula più ampia esistente (“Perché il fatto non sussiste”) Monsignore Nunzio Scarano dall’addebito più dolente di “riciclaggio”, ho capito che per ripristinare la Verità Storica non è necessario ricorrere ai Sistemi di IA. E’ bastato incontrare la Magistratura più attenta, vogliosa di scoprire ciò che realmente è accaduto, quella Magistratura che non si è sottratta allo studio approfondito di mille faldoni intrisi di accuse che con meticolosa e centellinata pazienza, nel puro rispetto della legge, siamo riusciti a sconfiggere. Un percorso di vita che per Mons. SCARANO è stato duramente segnato e che nessuno potrà mai più restituirgli con la pienezza e la gioia della Fede nel Suo credo. Sono stati anni durissimi, fitti di denigrazioni e di ragnatele collose che ad ogni passo erano pronte per frenare ogni tentativo di respirare ossigeno”.








