Alberto Cuomo
Si è aperta ufficialmente, dopo la presentazione delle liste, la campagna elettorale per la formazione del Consiglio Comunale e già i muri della nostra città sono stati in parte coperti da poster con le immagini dei volti, seri, sorridenti, cupi, dei candidati. In un certo senso può dirsi che proprio l’affissione dei manifesti, uno sull’altro, che fa dei grandi fogli di carta un sostituto dell’intonaco, mostra il desiderio dei pretendenti a un seggio di trovare uno stabile posto nella vita e nella mente degli elettori, che rivela di fatto il timore di un proprio scollamento dalla città, dalle case dei cittadini e dai cittadini stessi cui insistentemente ci si incolla, incollando la propria immagine, in cui far traslocare, come è nei riti tribali, lo spirito, l’anima cui si vorrebbe gli elettori aderiscano offrendo il voto. Il trasferimento dell’anima e del corpo dei candidati nell’immagine è intensificato dall’uso dei social in cui pubblicizzano sè stessi. Nelle loro pagine personali allestite aumenta, infatti, il numero delle foto e dei filmati inviati agli “amici” per chiedere il voto, la “condivisione”, e proporsi così agli “amici” degli “amici”. Anche in questo caso però, quanto più si affollano i volti dei candidati sullo schermo del pc tanto maggiore è lo scollamento dalla memoria, non solo perché il sovrapporsi delle immagini genera confusione, quanto per la necessità, da parte di chi le riceve, di districarsi da una invadenza che si spinge dentro la propria casa, volendo aderire la propria mente, la propria anima, la propria carne. Se non c’è mondo, non c’è pensiero, senza immagine e non c’è sé senza corpo e senza l’immagine che ciascuno ha del proprio corpo, in questo senso le immagini dei candidati, nelle nostre strade, nelle nostre case, non invadono solo il nostro mondo fisico, quanto anche il nostro fisico. Tutto il pensiero occidentale, sino a Cartesio, è apparso rivolto a disincarnare le cose, a ricercare una loro essenza oltre le accidentalità con cui ciascuna si presenta a noi nei sensi. Il pensare moderno, oltre Cartesio, ha tentato di individuare, invece, la sostanza, l’essenza, delle cose come inerente le cose stesse, nel loro presentarsi, ovvero quella dell’uomo, nel proprio pensiero, non disgiunto però dal corpo, dal suo fisico ingombro e, pertanto, dalle immagini in cui si offre. Si dice, sovente, che la nostra è la civiltà dell’immagine, intendendo che le immagini si impongono offrendoci significati, sentimenti, impressioni, valori, i quali sviano i nostri ragionamenti, agendo sui nostri più intimi sensi. Il darsi dei candidati nelle immagini che ci sorridono dai manifesti, che ci guardano negli occhi dallo schermo del pc, con frasi rassicuranti sul nostro avvenire, è un modo per offrirci, con l’immagine, il corpo, il sé, in una ostensione che richiede una sorta di incontro comunicale. Ma in realtà, anche quando l’immagine di un candidato si fa viva, ci entra in casa e allestisce con noi un corpo a corpo, spesso finiamo per vederla svanire e ciò non solo per l’inflazione dei volti accalcati sui muri delle nostre strade e delle nostre case che più non ce le fa vedere, quanto per il progressivo distaccarsi, nel nostro mondo, delle immagini dai corpi, sia delle cose che degli uomini. Certo, non siamo giunti ai limiti illustrati in film come Matrix, Avatar, Trascendenz, nei quali il corpo si fa mero supporto di un mondo virtuale, e pure i rapporti concreti che intrecciamo, non sono esenti da una presa in considerazione dell’immagine che spesso è fine a sè stessa, nel disinteresse verso la cosa, la persona, il fatto che ci si pone innanzi. La campagna elettorale si presenta complessa e per i candidati non varranno programmi, promesse quanto la capacità di offrire una propria immagine persuasiva, anche a costo di una messa in secondo ordine del corpo. Ma il gioco non deve offrire sovraesposizioni dell’immagine tali da rivelarne la virtualizzazione e, quindi, la falsità dei programmi esposti cui corrisponderebbe l’assentarsi dei cittadini dalle urne. E sarà stato per sfuggire questo rischio, conscio di non offrire una immagine sincera, che De Luca, dopo essersi presentato con 7 liste per superare evidentemente la paura di non farcela, si è recato in corpore nei quartieri a far sentire dal vivo la sua voce. La destra, che ha già fatto molto a favore di De Luca nel dividersi poco prima della presentazione delle liste, si rappresenta invece in un candidato etereo, dedito allo studio, il professore Gherardo Marenghi, figlio in carriera come i pargoli De Luca e ripetitore dei programmi dell’avversario, come è per il tema della sicurezza, tanto più che, abitando nel crescent, simbolo del deluchismo, non pare offrire una immagine stimolante per i moderati e per i ceti popolari di destra. Meglio sarebbe stato tenere nel centro-destra l’ingegnere Armando Zambrano giunto, con le proprie capacità intellettuali e di carattere, ad essere il presidente di tutti gli ingegneri italiani, avendo l’immagine rassicurante del tecnico che sa i fatti suoi, pur nelle uscite battagliere, meglio consona al voto moderato e a chi però non vuole farsi pestare i piedi da uno il quale, dopo aver rovinato Salerno, non si sa perché va “a testa alta”. Quanto a Elisabetta Barone e Domenico Ventura sono volti noti proprio per aver contrastato da tempo il “sistema” deluchiano, così come è per Pio Antonio De Felice e Alessandro Turchi. E noto è anche l’avvocato Franco Massimo Lanocita, figlio di un popolare uomo di sinistra e quindi, con un nobile retroterra politico e una immagine sicuramente aderente ai valori di cui si è fatto portabandiera, pertanto convincente per gli elettori cui si rivolge senza infingimenti favorevole ad aumentare il verde e contrastare il cemento. Stia certo De Luca che i suoi oppositori non scompariranno come Ferrazzano, o Marotta, essendo inoltre più competenti, più giovani e più coriacei di lui.





