Aristofane in redazione - Le Cronache Attualità
Attualità

Aristofane in redazione

Aristofane in redazione

Peppe Rinaldi

In un’epoca in cui la realtà sembra essere diventata un accessorio fastidioso, la notizia arriva dal Piemonte: l’Ordine dei Giornalisti locale ha varato la “Carta Arcobaleno”. Non un semplice vademecum ma più una bussola morale per orientare i cronisti dinanzi ai temi del mondo Lgbt-periodico. Il 17 maggio, giornata ad hoc, sarà presentata al Salone di Torino. L’auspicio, dichiaratamente, è che il “modello Torino” venga presto esportato a livello nazionale. Dunque, prepararsi. Prendiamo l’articolo 1: qui viene ordinato l’uso di un “linguaggio ampio e plurale” (“La/il giornalista evita stereotipi di genere, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona o patologizzanti…”) con l’impegno ad “aggiornare il proprio vocabolario” per evitare stereotipi. Tradotto: il giornalista non deve più descrivere ciò che vede o pensa di aver visto, ma ciò che l’OdG piemontese – e, a seguire, altri certamente soccorreranno – ritiene opportuno si veda, inoculando così nel circuito nuovi stereotipi per combattere gli stereotipi. Poco più avanti si prescrive di dare voce prioritariamente ad attivisti e figure del mondo arcobaleno quando si è alle prese con i temi di riferimento (“La/il giornalista si impegna a consultare persone esperte e a dare voce a figure dell’attivismo e rappresentanti delle comunità Lgbtqia+ quando tratta temi che riguardano direttamente la vita e la dignità delle persone Lgbtqia+”). Ancora: “La/il giornalista non usa il nome anagrafico precedente” – il cosiddetto ‘dead name’ – “di una persona trans o non binaria senza consenso, né attribuisce genere o pronomi errati. Si usa il nome di elezione”. Dopodiché, i titoli vanno fatti in un certo modo, i commenti social vanno perennemente moderati, e poi la privacy e poi il contesto, etc. Insomma, il bisturi del chirurgo plastico si prende la scena e taglia ciò che è sgradevole, modella ciò che è irregolare, inietta silicone lessicale. In tal modo si «include», diversamente si «esclude». Ci siamo capiti. Ora, la sollecitazione a sfidare la logica è forte, pertanto va assecondata, tra esercizi di piccola ucronia e anacronismi satirici. Ad esempio: se questo disciplinare del «corretto-parlare» fosse caduto tra le mani di uno come Aristofane, cosa ne avrebbe scritto il vecchio commediografo ateniese che non faceva sconti a nessuno e che amava mettere a nudo le follie del proprio tempo con il riso più amaro e grasso della storia? Chissà, forse un altro capolavoro. D’altronde, queste cose le aveva già intuite, quattro secoli prima di Cristo, con la strepitosa “Donne al parlamento”, opera spesso citata e sempre attualissima. Lì, Prassagora e le sue amiche, travestite da uomini, prendevano il potere per imporre una legge che aboliva la proprietà e metteva in comune persino i sentimenti e i corpi, con clausole che obbligavano i giovani a soddisfare le donne vecchie prima di quelle giovani e belle. Era il castigat ridendo mores applicato all’utopia: Aristofane voleva dimostrare che quando si pretende di gestire il reale per decreto (e, quindi, di truccare il linguaggio per statuto o delibera) si scivola inevitabilmente nel ridicolo. Se oggi il greco risorgesse all’ombra della Mole, ci regalerebbe la scena madre con un immaginario Strepsiade, qui vecchio giornalista di provincia abituato a consumare le suole delle scarpe sui marciapiedi della vita reale, improvvisamente bloccato da un Ispettore della Carta Arcobaleno. “Fermati, cronista scellerato!” – griderebbe – “Hai appena scritto che quel tale è un uomo di 60 anni, non sai che all’art. 8 è vietato usare il dead name o attribuire un genere senza il previo consenso dell’interessato? Per la legge della Grande Iride, tu devi chiamarlo “Sua Nuvolosità” se egli così si sente al mattino”. Strepsiade, grattandosi la testa: “Ma se ha i baffi sporchi di vino e la voce di un bue infuriato, come faccio a chiamarlo Nuvolosità? La gente penserà che ho bevuto troppo io”. Ecco, questo sembra il cuore della faccenda. Aristofane ci direbbe che stiamo vivendo in una nuova Nubicuculia, la città tra le nuvole degli uccelli, dove le leggi della fisica e del buon senso sono sospese in nome di un’armonia astratta: la Carta Arcobaleno ci dice di non nominare il vero, proprio come l’ottavo comandamento del vademecum riecheggia un timore quasi religioso verso le parole proibite. Pure le redazioni, dopo scuola, università, entità pubbliche e private varie, si trasformano così in seminari di ortopedia linguistica per celebrare il famoso “progresso” civile. E tutto sotto monitoraggio costante: l’ultimo punto, infatti, prevede la figura del “Diversity Editor”, garante del rispetto del culto, verosimilmente censore redazionale, forse commissario politico del vocabolario, con la specifica di vigilare affinché nessun collega scivoli nella pericolosa tentazione di descrivere il mondo così com’è.