di Erika Noschese
Vivere una giornata come quella di ieri all’Università degli Studi di Salerno è stato un po’ come trovarsi immersi in un disordine totale, dove la musica è rimasta sullo sfondo e in prima fila sono saliti il caos, l’improvvisazione e la prepotenza. La domanda sorge spontanea e pungente: “cosa succede in città”, o meglio tra le aule di un Ateneo che per un giorno ha preteso di trasformarsi in un grande palco senza averne la competenza né la logistica? La risposta, purtroppo per chi c’era e cercava soltanto di svolgere il proprio lavoro di informazione, è una cronaca che lascia l’amaro in bocca. Si è consumato un vero e proprio “delitto perfetto” sul piano organizzativo, condito dall’arroganza di chi pensa che basti spendere il nome del Blasco per garantirsi una “Splendida giornata” e far finta che sia andato tutto bene. Ma “io no”, o meglio noi no: “c’è chi dice no” a questa narrazione patinata e lontana dalla realtà. I segnali che non sarebbe stata una “vita spericolata”, ma solo una sequenza di ostacoli e mortificazioni professionali, si sono avvertiti fin dalle prime ore della mattinata. Quello che doveva essere un momento solenne dedicato al linguaggio della comunicazione si è trasformato per gli operatori dei media in un percorso ad ostacoli, dove il diritto di cronaca è stato trattato come un intralcio da eliminare. All’interno dell’Aula Magna, la stampa accreditata è stata rilegata in fondo alla sala, confinata in posti del tutto ciechi e schiacciata da un muro di persone che si alzavano in piedi per fare foto e video. Per le troupe televisive e i fotografi non c’è stato modo di lavorare o effettuare riprese decorose. E ogni volta che qualche collega tentava di cercare uno spiraglio visivo chiedendo soltanto il rispetto per chi lavora, scattava la barriera di un servizio d’ordine del tutto privo di tatto, distintosi per toni aggressivi, fare scortese e atteggiamenti inadeguati. Sino all’episodio più increscioso: tentativi di allontanare la stampa spintonandola, nell’indifferenza generale di chi avrebbe dovuto tutelare gli accreditati. Per gli addetti alla sicurezza: “Se hai bisogno di una scusa puoi salire, io ne ho tante. Te ne posso dare una”. All’esterno dell’aula, poi, l’enciclopedia degli errori ha toccato vette paradossali, facendoci capire di trovarci in “un mondo migliore” solo nelle intenzioni dei vertici accademici. Alla stampa è stato impedito persino l’accesso alla piazza dove il rocker salutava i presenti. I giornalisti sono stati costretti a restare a guardare senza poter muovere un dito, di fatto ingabbiati, mentre ai membri del fan club veniva garantito il permesso di circolare, scattare foto e registrare video in totale libertà. Una disparità di trattamento grottesca: chi si trovava sul posto per lavoro non ha potuto produrre alcun contenuto valido, ostacolato ad ogni movimento da un cordone rigido e insensato. Cari gestori dell’evento: “cosa faresti al posto mio?”, visto che questa cosa “un senso non ce l’ha”? Eppure, di fronte a questa palese disorganizzazione, dai piani alti del rettorato sono arrivate parole che sembrano descrivere un evento svoltosi su un altro pianeta. Intervistato a margine delle celebrazioni, il rettore Virgilio D’Antonio ha infatti dichiarato senza incertezze: “Direi che l’organizzazione era poderosa. Aspettavamo una grande affluenza e abbiamo avuto un coordinamento importante con questore e prefetto, che ringraziamo. Non era banale organizzare per l’università, anche per la conformazione dell’ateneo, un evento di questo tipo, però credo che sia riuscito nel migliore dei modi”. Affermare che l’evento sia riuscito “nel migliore dei modi” fa sorridere, o forse fa rabbrividire. Altro che “organizzazione poderosa<3: se questa è l’idea di efficienza della governance accademica, allora “siamo solo noi” a parlare un’altra lingua e a pretendere che le regole fondamentali dell’accoglienza e del rispetto professionale vengano applicate. Senza una visione chiara dei flussi e con una spiccata dose di presunzione, l’Ateneo ha mostrato di non avere “un senso” logistico. Viene da chiedersi se chi ha pianificato questo dispositivo di sicurezza abbia mai gestito prima d’ora un appuntamento di risonanza pubblica. Non serve cercare scuse o nascondersi dietro i ringraziamenti istituzionali di rito quando la macchina logistica perde colpi su tutti i fronti. Ci si aspettava un modello di accoglienza degno di un Dottorato di Ricerca in Comunicazione, e ci si è ritrovati sommersi da “gli spari sopra” della malagestione, tra spintoni, porte sbarrate e una chiara ostilità verso chi lavora nell’informazione. La presenza di Vasco Rossi meritava ben altra attenzione verso gli operatori dei media. Invece ci ritroviamo a tracciare il bilancio di una giornata storta, fatta di transenne, tensione e troppa improvvisazione. Il rettore potrebbe replicare con: “Credi che sia facile? Credi che sia semplice?” ma questa non è una critica alla Sua persona, disponibile anche nel caos totale di ieri pomeriggio per rispondere alle nostre domande. Non è una questione di “buoni o cattivi”. Più che altro è un invito a far sì che ai prossimi eventi sia possibile “mangiare anche le fragole” anziché sentire un “bel rumore” di caos. “T’immagini”, Vasco? No, non devi immaginare “se fosse sempre domenica”. T’immagini se fosse stato organizzato davvero tutto bene? Forse, a conti fatti, sarebbe stato meglio organizzare l’evento in uno “stupido, stupido hotel”.







