Mons Salerno: Gregge, dopo vent’anni il problema resta - Le Cronache Ultimora
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Mons Salerno: Gregge, dopo vent’anni il problema resta

Mons Salerno: Gregge, dopo vent’anni il problema resta

di Erika Noschese

 

 

Una vicenda che attraversa da oltre vent’anni la vita della Chiesa salernitana e che, secondo monsignor Mario Salerno, non può ancora considerarsi chiusa. Al centro c’è l’“Opera del Gregge”, realtà sulla quale il sacerdote torna a sollevare interrogativi e criticità, richiamando documenti, lettere e passaggi risalenti ai primi anni Duemila e chiedendo che venga fatta piena chiarezza anche sugli esiti del più recente commissariamento. Una presa di posizione netta, quella di Salerno, che allarga inevitabilmente il campo alla situazione del presbiterio e ai rapporti con l’attuale guida della diocesi. Da tre anni a Santa Marinella e oggi incardinato nella diocesi di Porto-Santa Rufina, monsignor Salerno non nasconde le ragioni che lo hanno portato lontano da Salerno e parla apertamente di una frattura maturata nel tempo. Ma è soprattutto sulla vicenda del “Gregge” che concentra la propria analisi. Il sacerdote torna indietro di oltre vent’anni, alla relazione del 2005-2006 inviata alla Santa Sede e alle valutazioni che, riferisce, furono espresse dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e dagli ispettori incaricati di approfondire la questione. Parla di un problema che, a suo giudizio, avrebbe assunto i contorni di una «Chiesa nella Chiesa» e che non sarebbe mai stato definitivamente risolto. Nel suo racconto trovano spazio anche l’azione dell’allora arcivescovo Gerardo Pierro, le modalità di formazione di alcuni sacerdoti legati all’Opera, il rapporto con la figura di Caterina Tramontano e le tensioni che avrebbero accompagnato negli anni i tentativi di intervento sulla realtà ecclesiale. Salerno affronta inoltre uno degli aspetti più delicati della vicenda: l’ipotesi, che attribuisce ad ambienti del presbiterio, secondo cui un eventuale intervento definitivo sull’Opera potrebbe determinare l’abbandono delle parrocchie da parte di sacerdoti aderenti. Poi il nodo più recente: il commissariamento e la relazione conclusiva, i cui contenuti, sostiene Salerno, non sarebbero stati comunicati al presbiterio. Ed è proprio su questo punto che il sacerdote invoca trasparenza e pone una domanda destinata a riaprire il confronto: quali sono state le conclusioni del commissariamento e perché non sono state rese note? Un’intervista senza sconti, dunque, nella quale monsignor Mario Salerno ricostruisce la vicenda dal proprio punto di vista e distingue, nei passaggi più controversi, tra documenti richiamati, fatti da lui riferiti e valutazioni personali. Sullo sfondo resta una questione che, nelle sue parole, va ben oltre le singole persone coinvolte e investe direttamente comunione, trasparenza e rapporti all’interno della Chiesa salernitana.

Monsignor Salerno, da alcuni anni lei ha lasciato la diocesi. Dove svolge oggi il suo ministero?

«Da tre anni sono a Santa Marinella, incardinato nella diocesi di Porto-Santa Rufina. Una scelta maturata non potendo rimanere in una diocesi il cui vescovo è apparso chiuso ai rapporti umani, senza alcuna relazione e reciprocità e che definiva i preti del post Concilio “particolarmente esposti alla volubilità e poco sereni”, ignorandoci con indifferenza. Non è certo bello essere ritenuto ingombrante e, di conseguenza, scartato, ignorato e senza alcun rispetto per un vissuto sacerdotale ed ecclesiale di servizio. E ciò riguarda anche tanti altri confratelli salernitani».

Lei torna oggi sulla vicenda della cosiddetta “Opera del Gregge”, che definisce un serio problema ecclesiale. Perché?

«Perché la questione “Gregge” veniva definita un serio problema ecclesiale già oltre vent’anni fa. Il punto nodale della problematica che, a mio avviso, affligge il presbiterio e l’intera diocesi è proprio questo: l’esistenza di quella che potremmo definire “una Chiesa nella Chiesa”. Sono trascorsi vent’anni e ritengo che la situazione sia ancora questa».

Già nei primi anni Duemila, dunque, sarebbero state sollevate perplessità?

«Assolutamente sì. In una relazione del 2005-2006, inviata alla Santa Sede, veniva comunicato che “la vicenda del ‘Gregge’ pare che rasenti uno pseudo misticismo” – così si esprimeva la prima Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, che chiedeva spiegazioni all’arcivescovo – e che presentasse “problemi ecclesiali gravi e per certi aspetti sconcertanti, sul piano spirituale e sul piano disciplinare”, secondo quanto affermavano gli ispettori domenicani e salesiani».

Quale fu, secondo lei, l’atteggiamento dell’allora arcivescovo Gerardo Pierro?

«Le criticità erano già state chiaramente evidenziate e delineate. L’arcivescovo Pierro tentò, con paterna fermezza, di dirimere la problematica, ma fu osteggiato e bloccato dall’“ottavo Re di Roma” e fu anche oggetto di campagne mediatiche che lo contestavano. Oggi si chiede, giustamente, all’Ordinario fermezza e decisione: proprio quelle che all’epoca venivano contestate all’arcivescovo Pierro. Ma tant’è. Non è mai troppo tardi per far emergere la verità su una storia che ritengo caratterizzata da ambiguità e per fare luce su una vicenda che, ribadisco, ancora oggi rappresenta un serio problema ecclesiale».

Si è parlato anche di un possibile “ricatto”. A cosa si fa riferimento?

«Nell’ambito presbiterale si ritiene che, qualora si arrivasse alla chiusura dell’Opera del Gregge, i sacerdoti aderenti potrebbero lasciare le parrocchie. E sarebbe proprio questo, secondo tale interpretazione, il timore che bloccherebbe l’Ordinario. Se così fosse, diventerebbe evidente che essi non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa come trampolino di credibilità, così come, a mio avviso, si sono serviti del Seminario: ligi ai vari doveri, ma al contempo procedendo su un altro binario formativo, parallelo e sotterraneo».

Lei fa riferimento proprio agli anni della formazione in Seminario. Cosa sarebbe accaduto?

«I primi sacerdoti aderenti si formarono anche alle “parole” della presunta veggente. Con vari sotterfugi uscivano dal Seminario di Napoli il venerdì per recarsi a casa della Tramontano, pregare e, come loro stessi scrivevano, “abbeverarsi alle parole”. In una prima lettera del 2005 inviata ai sacerdoti si leggeva: “Parole che Caterina riceveva dal Signore (…), delle Parole che spesso Caterina riceveva dall’Alto (…), insegnamenti che Caterina ci riportava da parte del Signore Gesù e queste Parole hanno contribuito alla nostra formazione…”».

C’è un altro passaggio di quelle testimonianze che lei considera particolarmente significativo?

«Sì. Perrinella aggiungeva che “non ci eravamo resi conto del grande dono che avevamo avuto nel conoscerla e nell’avere ricevuto da lei la certezza di avere la vocazione sacerdotale, a differenza di tanti altri ministri”. Il problema è proprio questo: quei “tanti altri ministri”, di conseguenza, non avrebbero avuto la stessa certezza della propria vocazione. Ma la vocazione sacerdotale viene vagliata e riconosciuta dai legittimi superiori e non può dipendere dal “dono” della conferma della signora Tramontano. Si finiva, in questo modo, per alimentare l’idea di un “gruppo degli eletti”».

Recentemente si è parlato anche del “crollo di don Mauro Gagliardi”. L’ha sorpresa?

«Non ci si può meravigliare neanche di questo. A suo tempo anche il delegato indicato da monsignor Pierro, il compianto padre Gerardo Di Poto, venne rifiutato dai “greggisti”. Nihil novi sub sole».

Nel frattempo c’è stato anche un commissariamento. Cosa è accaduto dopo?

«Vi è stato di recente un commissariamento, conclusosi con una relazione finale che, a quanto pare, è stata blindata. L’attuale Ordinario non ne ha mai comunicato al presbiterio le conclusioni. E allora la domanda è inevitabile: perché?».

Lei si è dato una risposta?

«Posso soltanto azzardare un’ipotesi. Se quella relazione fosse stata positiva, ritengo che l’Ordinario non avrebbe esitato a comunicarne gli esiti e, forse, a procedere anche verso un riconoscimento ufficiale. La mia impressione è che probabilmente vi sia parecchio di negativo. Ma questa è, appunto, una mia ipotesi. Nell’uno o nell’altro caso rimane un dato di fatto: dialogo, comunione, trasparenza e sinodalità rischiano di restare soltanto parole al vento in quell’ambiente diocesano, che diversi presbiteri ritengono sia diventato piuttosto “tossico”».

Quale dovrebbe essere, allora, il punto fermo dal quale ripartire per affrontare definitivamente questa vicenda?

«Credo sia utile ricordare come si concludeva la relazione del 2005-2006, redatta in risposta alla Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede. Veniva richiamato un testo di San Giovanni della Croce, dalla “Salita al Monte Carmelo”: “Donandoci il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, Dio ci ha detto tutto in una sola volta e non ha più nulla da rivelare (…). Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni non solo commetterebbe una stoltezza ma offenderebbe Dio (…). Se ti ho già dato tutto nella mia Parola, che è il mio Figlio e non ho altro da rivelare, come posso risponderti o rivelarti qualche altra cosa? Fissa lo sguardo in Lui solo, in Lui ti ho detto e rivelato tutto. Ascoltatelo, perché ormai non ho più argomenti di fede da rivelare, né verità da manifestare”. È una citazione che, a distanza di vent’anni, considero ancora estremamente attuale».