di Rossella Taverni
Molti giovani oggi guardano alla politica con distanza, talvolta con diffidenza. Non per disinteresse, quanto per mancanza di riconoscimento.
È da qui che parte il confronto con Dante Santoro, consigliere comunale di Salerno, che sul rapporto tra politica e nuove generazioni risponde senza giri di parole.
Il problema sono davvero i giovani o è la politica che ha smesso di parlare la loro lingua?
«Io penso che i giovani abbiano anche le loro ragioni, ma allo stesso tempo credo che debbano darsi una mossa. Ho l’onore di incontrare tanti ragazzi che mi fermano per strada perché mi seguono sui social. Spesso anche i genitori mi raccontano che nelle case dei salernitani si parla di politica proprio grazie ai miei video, ai miei interventi, all’attività che porto avanti per la città di Salerno come consigliere comunale. E questo, devo dire, mi rende davvero felice.
Alle ultime regionali ho preso circa quattromila voti. Ma ti dico una cosa: se anche solo cinquanta di quei voti fossero arrivati da ragazzi, per me varrebbero quanto tutti gli altri. Perché più che voti sono un segnale, sono fiducia.
Vedere un figlio di questa terra parlare della propria città, credere di poterla cambiare e immaginare che un giorno possa essere tra quelli che davvero la cambieranno, per me è il successo più grande. Quando mi capita di vedere ragazzi di tredici o quattordici anni che mi fermano per strada perché mi hanno visto in un video, mi si riempie il cuore. Perché significa che qualcosa si muove.
Io voglio cedere il testimone a loro. Se non cederlo completamente, almeno creare spazio. Magari insieme a me, ma anche al posto mio.
Però una cosa la dico chiaramente: i giovani devono muoversi. Lo spazio esiste, ma non arriva da solo. Lo spazio te lo prendi. Se non agisci, non arriverà mai».
Da cosa nasce davvero questa distanza tra i giovani e la politica? È solo disillusione verso le istituzioni o c’è anche una generazione che ha smesso di mettersi alla prova?
«Secondo me nasce anche dal fatto che l’umanità, per crescere, ha bisogno di affrontare dei problemi. Le persone migliorano quando devono superare ostacoli. La mia generazione, e ancora di più quella di oggi, in molti casi ha avuto meno difficoltà rispetto al passato. E quando i problemi non ci sono davvero, spesso finiamo per crearceli da soli. Faccio un esempio molto semplice: anche l’approccio umano è cambiato. Un tempo conoscere una ragazza significava trovare il coraggio di avvicinarsi, parlare, improvvisare una battuta, mettersi in gioco dal vivo. Oggi basta un social, un messaggio, una richiesta di amicizia. La tecnologia e il benessere hanno abbattuto tante soglie. Questo da un lato è un vantaggio enorme, ma dall’altro rischia di rendere tutto più facile e di togliere ai ragazzi quella spinta a misurarsi con la realtà. Prima si combatteva per mettere un piatto dignitoso a tavola. Oggi, anche senza lavorare, tra piccoli espedienti o l’aiuto della famiglia, spesso si riesce comunque ad andare avanti. Per questo dico che serve essere più proattivi. E qui entrano in gioco la scuola e le istituzioni: devono aiutare i ragazzi a sviluppare strumenti, ambizione e senso di responsabilità. Devono spingerli a confrontarsi con il mondo reale già durante il percorso scolastico».
Quindi il problema non sono solo i giovani. Anche la politica ha delle responsabilità: ha fallito nel costruire una scuola e un sistema capaci di formare davvero le nuove generazioni?
«La politica ha sbagliato tutto. E lo dico senza giri di parole. Perché dalla politica dipende anche il modo in cui viene costruito il sistema scolastico. È la politica che decide le regole, le priorità, le riforme. Il problema è che la scuola di oggi, troppo spesso, finisce per allontanare i ragazzi dal mondo reale invece di prepararli ad affrontarlo. In molti casi è diventata più un diplomificio che un luogo dove si forma una classe dirigente. Ci sono tanti insegnanti straordinari, sia chiaro, ma il sistema nel suo complesso rischia di trasformarsi in una macchina che produce titoli di studio più che leadership, che garantisce stipendi ma non sempre riesce a trasmettere ambizione e responsabilità. La scuola dovrebbe avere un obiettivo molto più grande: non solo consegnare diplomi, ma formare persone capaci di guidare il futuro, persone con fame, con idee, con voglia di cambiare il proprio territorio.
La scuola deve creare leader prima ancora che diplomati.
E se un giorno dovessi avere la possibilità di mettere mano davvero a questo sistema sarebbe una delle prime cose che proverei a cambiare».
I social hanno dato ai giovani una voce enorme: possiamo informarci, commentare, mobilitarci. Ma avere voce significa davvero avere spazio, oppure oggi i giovani hanno visibilità ma poca reale influenza?
«Lo spazio non lo hai. Te lo prendi. Nella storia nessuno ha mai regalato spazio a nessuno. I nostri predecessori, quelli che sono riusciti davvero a cambiare qualcosa, non hanno aspettato che qualcuno li invitasse a partecipare: lo spazio se lo sono preso. Per questo dico che i giovani non devono limitarsi a reclamare o a piagnucolare. Lo spazio si conquista. Ma non bloccando le strade perché si è letto il titolo di un giornale o perché si vuole fare rumore per un giorno. Così non si cambia nulla.
Lo spazio si prende studiando, approfondendo, informandosi davvero e mettendoci la faccia quando serve, anche nei momenti elettorali. Ma per delle idee, non per fanatismi.
E soprattutto partendo dal proprio territorio. Non ha senso parlare solo dei grandi problemi del mondo se poi non siamo capaci di rispettare il posto in cui viviamo. Non puoi indignarti per una guerra a tremila chilometri di distanza e poi buttare una carta o una sigaretta per strada. Il cambiamento parte sempre da vicino: dal proprio quartiere, dalla propria città, dal pezzo di mondo che hai sotto i piedi. Già vedere pochi giovani interessarsi alla propria comunità è un problema. E attenzione: interessarsi non significa necessariamente fare politica, ma amare la propria terra e volerla migliorare. Oggi spesso si fa molto rumore, ma cambiare davvero le cose è un’altra cosa. Per cambiare servono studio, responsabilità e partecipazione. Lo spazio non te lo regala nessuno. Nella storia lo hanno conquistato solo quelli che hanno avuto il coraggio di prenderselo».
Molti giovani hanno l’impressione di essere molto presenti nei discorsi politici, ma quasi assenti nelle decisioni. La politica li usa più come simbolo che come protagonisti?
«Penso che questa percezione sia in parte vera. Per anni la politica ha parlato dei giovani più come oggetto dei discorsi che come soggetto attivo delle decisioni.
Allo stesso tempo, però, credo che la responsabilità sia divisa a metà. Perché in passato i giovani reagivano in modo diverso: intervenivano, si mettevano in gioco, cercavano di partecipare. Oggi invece il modello sociale e, in parte, anche quello scolastico hanno abituato molti ragazzi a essere più spettatori che protagonisti. Si protesta facilmente, ma si fa più fatica a trasformare quella protesta in proposta. Per questo, durante i miei anni al Comune di Salerno, ho cercato di fare una cosa molto semplice: portare i giovani dentro i luoghi dove si decide davvero. In dieci anni ho accompagnato più di diecimila ragazzi ad assistere ai consigli comunali. Volevo che vedessero con i propri occhi come funzionano le decisioni che riguardano la loro vita quotidiana: da quanto spesso viene pulito un quartiere, a come si organizzano i servizi pubblici, fino alle scelte che incidono sul futuro della città e sulle opportunità di restare o di andare via. Ho cercato anche di promuovere iniziative concrete. Una delle prime è stata la stampa di ventimila copie di un compendio sulla storia di Salerno, realizzato senza costi per i cittadini grazie a una formula di autofinanziamento. L’idea era semplice: prima di guardare lontano, impariamo a conoscere la storia e il valore della nostra città. Alla fine, tutto dipende da come ci si pone di fronte alla vita. Si può scegliere di subire gli eventi oppure di provare a inciderli e cambiarli in meglio.»





