Di Olga Chieffi
Ieri Turandot ha compiuto cento anni. Il teatro alla Scala di Milano, il tempio della lirica, ha celebrato questa opera dedicandole l’intero mese d’aprile. Dieci repliche, delle quali abbiamo assistito a quella di giovedì 9, la terza. Turandot, come ogni favola, ha racchiusa dentro di sé l’iniziazione. Gozzi ci fa pensare all’enigmatica Atalanta, probabile alter ego di Artemide, personaggio lunare, che uccideva i suoi pretendenti nel caso li avesse raggiunti in una gara di corsa, la quale cedette solo ad Ippomene, o la celebre partita a scacchi di Giuseppe Giacosa tra Jolanda e Paggio Fernando datata 1871, poi anche musicata da Pietro Abbà Cornaglia. Davide Livermore ha giocato per intero la sua regia sulla luna, sempre presente in scena, mutevole ed attenta ad ogni situazione, ad ogni emozione, ad ogni parola. Turandot aleggia tra l’oriente pittoresco non lontano da quello di Zhang Yimou, dal quale, ha dichiarato Livermore nel libretto, ha imparato il rigore e l’organizzazione e quel il primo Novecento, fatto di lacche, di oro zecchino, delle trasparenze delle porcellane, l’esotismo al quale si guardava nel primo trentennio del secolo breve, vissuto dallo stesso Puccini, quindi il cinema, i richiami a una città cupa e fuori dal tempo ispirata a In the Mood for Love e 2046 di Wong Kar-wai, insieme agli scenari visionari di Sogni di Akira Kurosawa, il soppalco in lontananza che custodisce Turandot, affine anche alla Grotta di Brynhildr, valchiria punita da Wotan, che dorme circondata da un cerchio di fuoco magico, che solo un eroe senza paura può attraversare. Un eroe a cavallo, Calaf monta un focoso cavallo grigio, lo stallone dei principi, che solo lui può chetare. Il cavallo e siamo nel suo anno, è il segno dell’energia e del cambiamento e la luna, Turandot, segue il suo corso. Luna di Sangue, luna di ghiaccio, luna “amante smunta dei morti”, a lei si presenta il Principe di Persia, impersonato da Emanuele Marchetti, malmenato e ingiuriato dal feroce popolo: è nudo, con in mano un palloncino rosso, la sua testa, la vita e la salvezza sono altrove cantano sgomenti Timur e Liù. Ma la luna, quell’epifania, come si conquista? Da sempre ce lo ricorda Fellini, poesia, silenzio, mistero, irrazionale, follia, la possibilità di connettersi con una dimensione onirica e spirituale, accessibile solo ai “lunatici”, ovvero ai sognatori, ai “puri folli” (Parsifal). In ogni favola che si rispetti il sacrificio ha da esserci ed è quello di Liù. Grande attenzione in buca e in palcoscenico a partire proprio da quel “Signore ascolta”, dominato dall’intervallo di quarta giusta, l’armonia perfetta, contrapposta al tritono di Turandot, che fu del Barone Scarpia, passando per il gioiello dell’opera “Tanto amore segreto, e inconfessato, grande così”, seguito da quel “Tu che di gel sei cinta” pentatonica dove rispunta il Mi bemolle minore, la tonalità tragica dell’opera. Quindi, la marcia funebre, che è un lungo momento solo orchestrale. Per essere amore bisogna spogliarsi di tutto, come ha fatto il Principe di Persia e Liù lo fa abbandonando anche la speranza. La marcia funebre diventa quella personale di Giacomo Puccini, tre accordi in pianissimo come non mai, sul filo diafano, perfetto, dell’ottavino, simbolo ancora di una Turandot ancora di cristallo, ha chiuso nel silenzio una commossa platea. Mariangela Sicilia ha dato, così vita a una Liù di rara perfezione, quasi sospesa in una dimensione onirica, che si è concretizzata sul palcoscenico con straordinaria evidenza poetica. La sua è un’arte vocale capace di farsi veicolo di un sentimento amoroso autentico, espresso attraverso una musicalità sempre controllata ma al contempo profondamente partecipe del personaggio anche gestualmente. Ne è scaturita un’interpretazione di notevole intensità emotiva, incisiva rispetto, in cui misura e abbandono hanno trovato un equilibrio di alto profilo. E qui, la luna ha mostrato il volto di Giacomo Puccini. Toscanini disse: «Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto» dopo quel fatidico Mi bemolle, scelta didascalica, nazional-popolare che ha tozzato con la lettura intrisa di riferimenti, un inciampo di Livermore, non da Scala, la proiezione del più celebre dei ritratti del compositore. La luna schiarisce, il trionfo, il maggiore, il cambiamento e l’umanizzazione spezzano la scena oscura claustrofobica e la luna può finalmente seguire le voci dei bambini del I atto “Principessa, scendi a me! Tutto fiorirà, tutto splenderà!”. Anna Pirozzi ha festeggiato, così, nella bellezza, in Scala la sua cinquantesima Turandot, assieme al suo ritorno a Milano. Sorprendente la sua freschezza timbrica con cui la cantante si è accostata al ruolo, rivelando un dominio tecnico saldo e consapevole: gli acuti si sono dispiegati con naturalezza e stabilità, mentre il registro centrale e grave si è distinto, quale è sua caratteristica, per pienezza e risonanza. A emergere con particolare evidenza è stata inoltre la cura minuziosa del fraseggio, unita a un uso estremamente raffinato delle sfumature dinamiche ed espressive, grazie alle quali l’interprete è riuscita a instaurare un dialogo emotivo intenso con il pubblico, anche nella quasi immobilità scenica, levandosi su di un’orchestra a tratti tenuta a livelli sonori estremi da Nicola Luisotti, in particolare nella sezione percussioni con timpani squassanti. Roberto Alagna, è risultato un Calaf simpatico sopra e fuori del palcoscenico, lasciando, però, molte ombre sul volume di voce e sull’intonazione negli acuti, nonché nel registro medio-grave, in particolare nell’attesissimo “Nessun dorma”. Un Timur di buone risorse vocali si è rivelato Riccardo Zanellato, così come anche Gregory Bonfatti, nei panni dell’Imperatore Altoum. Alle parti di Ping, Pong e Pang hanno prestato le voci Biagio Pizzuti, Francesco Pittari e Paolo Antognetti, rappresentanti la coscienza di Calaf. Un esordio in Scala quello del baritono salernitano, assolutamente perfetto, anche scenicamente, nel quale nella scena della cattura di Liù, “Quel nome!” vediamo già un futuro barone Scarpia. Di pari livello le altre due maschere sia Pang Paolo Antognetti, che l’altro salernitano in scena, già aduso al palcoscenico scaligero, Francesco Pittari, nella recita accortissimo nel tenere le fila tra buca e palcoscenico col Maestro Luisotti, a causa del Calaf assolutamente non in serata, seguendo e inseguendo una regia affatto semplice. A completare il cast, l’ottimo mandarino di Alberto Petricca, unitamente a Flavia Scarlatti la Prima ancella e Marzia Castellini la Seconda ancella. Belle individualità nell’orchestra scaligera, a cominciare dal primo violino, Laura Marzadori, e dai legni, che il Maestro Luisotti, è riuscito a valorizzare infallibilmente con una sintesi delle linee dinamiche, sottolineando l’enigmatico, ancora oggi, disegno drammaturgico, unitamente al coro preparato da Alberto Malazzi e alle voci bianche affidate a Marco De Gaspari. Pubblico entusiasta e diverse “chiamate” al proscenio per l’intero cast. Ultima replica il 29 aprile.





