di Peppe Rinaldi
Ci sono storie in cui la burocrazia smette di essere una noiosa trafila di moduli e diventa un’arma di deumanizzazione di massa. Protagonista, suo malgrado, un’anziana donna della Piana del Sele affetta da gravi patologie, sola, in attesa del riconoscimento dell’invalidità civile e con un’unica, vitale fonte di sostentamento: l’assegno sociale erogato dallo Stato, che oggi ammonta a circa 770 euro mensili. Nessun’altra entrata, nessun patrimonio, a fine mese ci si arriva sempre meno facilmente, a ottantuno anni il problema si raddoppia, si triplica rispetto a chi può ancora giocarsela (volendo). La signora è sola. Su quel conto corrente postale, utilizzato esclusivamente per ricevere il sussidio, piomba mesi fa un pignoramento presso terzi, spauracchio per milioni di consociati. Il creditore è una delle tante società di recupero crediti che agiscono per conto, stavolta, di un’azienda idrica: sul piatto c’è un debito pregresso di circa 1.300 euro che la signora, semplicemente, non ha potuto pagare. Acqua contro sopravvivenza. Poste Italiane, ricevuta l’ordinanza, esegue. E qui scatta il primo, gigantesco cortocircuito. Perché se è vero che l’istituto deve dare seguito agli atti giudiziari, è altrettanto vero che quell’assegno sociale è, per sua natura giuridica, assolutamente impignorabile. Lo stabilisce la legge italiana (in particolare l’articolo 545 del Codice di procedura civile, rafforzato dai decreti sul “minimo vitale”) e lo impone il principio costituzionale della tutela della dignità umana: nessuno, men che meno lo Stato, può togliere a un cittadino i soldi minimi per non morire di fame. Un limite invalicabile che resiste persino di fronte a procedure esecutive di natura penale. Giustamente, verrebbe da dire, se la legge avesse ancora un senso pratico. Eppure, il conto viene bloccato, anche se dentro ci sono solo le briciole di quei 770 euro. Per quattro o cinque mesi la situazione si trascina grazie all’intervento generoso di un avvocato che assiste la donna gratuitamente. Il legale tempesta Poste Italiane di Pec, spiegando l’ovvio: quei soldi non si toccano. Poste, inizialmente, sembra capire. Del resto si tratta di fare una banale verifica di 30 secondi: si vedono provenienza e causale dell’accredito, che è unica e sempre la stessa, cioè “Inps per assegno sociale” e si digita un semplice tasto di sblocco. Non dovrebbe essere molto complicato, come in effetti è stato nei mesi scorsi, nonostante le 48/72 ore di ritardo sul giorno dell’accredito dell’assegno fossero comunque troppe. Ora, però, siamo in zona rossa, rossissima, siamo a 14 giorni, un tempo infinito per chi può contare solo su quell’entrata, anche questo non sarà difficile da far capire al giudice che, come vedremo, sarà investito del caso: non è una storia bagattellare, è una questione vera di sostanza giuridica – oltre che morale -, se la legge non regola queste cose e pure velocemente (ma qui poi si aprirebbe un’altra storia), che cosa altro deve regolare? Qualcosa induce a pensare che è cominciata la via crucis delle ferie. Ad ogni buon conto, mese dopo mese, a seguito delle segnalazioni formali, PT sblocca la somma permettendo all’anziana di fare la spesa e comprare i farmaci. Una tregua armata, ma pur sempre una tregua. Poi, e siamo a oggi, il buio. Il primo giugno scorso il meccanismo si inceppa inspiegabilmente. Da quattordici giorni la signora è letteralmente ridotta alla fame. Non può prelevare l’unica cifra che le spetta, il conto è blindato e Poste Italiane è improvvisamente diventata un muro di gomma. A nulla sono valse le nuove, reiterate PEC inviate dal legale: dall’altra parte del filo c’è il silenzio assoluto. Un silenzio che respinge i solleciti, ignora l’urgenza e intanto produce effetti devastanti: scadenze saltate, il rischio imminente del distacco dell’energia elettrica e l’angoscia di chi si vede privato del diritto all’esistenza da un algoritmo o da un funzionario distratto. O in ferie. La vicenda, a questo punto, esce dalle stanze della burocrazia postale per entrare in quelle della Procura della repubblica. L’avvocato ha infatti preparato una denuncia-querela penale contro Poste Italiane. Sarà la magistratura a dover fare luce su condotte che potrebbero configurare reati pesanti, a partire dall’appropriazione indebita (per il trattenimento di somme non pignorabili), dall’interruzione di un pubblico servizio o, peggio, dal reato di violenza privata ed omissione di atti d’ufficio, avendo l’istituto ignorato diffide formali concernenti la sopravvivenza di una persona vulnerabile. Parallelamente si muoveranno le azioni civili.





