Si ritrovano gli "enfants prodige" del vecchio Pci salernitano - Le Cronache Ultimora
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Si ritrovano gli “enfants prodige” del vecchio Pci salernitano

Si ritrovano gli “enfants prodige”  del vecchio Pci salernitano

«Ritroviamo gli enfants prodige del PCI salernitano». Con queste parole la giornalista Monica Di Mauro ha aperto una serata intensa di ricordi, emozioni e riflessioni, conducendo con grande professionalità il dialogo tra Andrea De Simone e Fulvio Bonavitacola, due protagonisti di una stagione politica e istituzionale che ha segnato profondamente la storia di Salerno. Davanti a una sala gremita e partecipe, i due hanno ripercorso il cammino iniziato negli anni settanta, quando, giovanissimi, conquistarono il consenso degli studenti nei rispettivi istituti cittadini. «Al Da Vinci Andrea e al Severi io risultammo i più votati dagli studenti – ha ricordato Bonavitacola – conquistando il rispetto di tutti, anche di quei movimenti che avevano posizioni critiche nei confronti dei giovani del PCI». Da quella precoce esperienza politica nacquero percorsi istituzionali altrettanto significativi. Fulvio Bonavitacola divenne il giovane vicesindaco della giunta guidata da Vincenzo Giordano, mentre Andrea De Simone conquistò un primato destinato a entrare nella storia, diventando il presidente della Provincia più giovane d’Italia. Due “ragazzi” che, attraverso il consenso popolare e una forte legittimazione politica, seppero trasformare l’impegno giovanile in responsabilità di governo. In questo quadro si inserisce anche una riflessione più ampia sulla formazione della classe dirigente di allora. Il riferimento ai “cavalli di razza” di cui mi parla un vecchio militante dal pubblico, evoca infatti una stagione politica in cui i cosiddetti “politici di razza” non nascevano per improvvisazione, ma attraverso un lungo percorso nelle sezioni di partito, nel confronto quotidiano con la militanza e nella prova concreta della pubblica amministrazione locale. Una scuola politica vera e propria, fatta di assemblee, discussioni, mediazioni e radicamento territoriale. È proprio tra le sezioni e gli enti locali che si formava una selezione naturale della classe dirigente, dove il consenso andava costruito sul campo e la credibilità misurata nell’amministrazione concreta delle città e delle comunità. Un modello che, secondo molti osservatori, ha prodotto amministratori capaci di unire visione politica e pragmatismo istituzionale. Non una mitizzazione del passato, ma la constatazione di un percorso formativo lungo e strutturato che ha lasciato un’impronta significativa nella storia politica locale. Il racconto si è poi intrecciato con un’altra grande passione che unisce generazioni di salernitani: la Salernitana. Bonavitacola ha ricordato il suo coinvolgimento nell’impiantistica sportiva e la nascita dello stadio Arechi. «Dopo numerose visite, fatte anche insieme ad Andrea in città che militavano in categorie superiori, e dopo aver liberato un’area occupata da abusivi e personaggi senza scrupoli, realizzammo il nuovo stadio in tempi record». Non sono mancati gli aneddoti dedicati all’indimenticabile presidente Peppino Soglia, con il quale De Simone e Bonavitacola condivisero l’esperienza della Serie B della Salernitana guidata da Ansaloni. In platea, visibilmente emozionato, lo stopper Carmine Della Pietra, testimone di quegli anni irripetibili. Stimolati dalle domande di Monica Di Mauro, i due protagonisti hanno ripercorso non solo le vicende sportive, ma anche il loro percorso umano e politico, fondato sul radicamento nel territorio e sul riconoscimento delle loro capacità. «Il libro di Andrea – ha osservato Bonavitacola – aiuta a comprendere perché la Salernitana sia così amata a Salerno. È un contributo importante alla diffusione di valori autentici come la passione e il senso di appartenenza». Un concetto ripreso da Andrea De Simone con parole che hanno suscitato un lungo applauso. «Troppo spesso – ha affermato – alcuni commentatori liquidano con superficialità il fenomeno della nostra tifoseria. Io, invece, mi chiedo come sia possibile che, dopo retrocessioni e delusioni, decine di migliaia di persone continuino a riempire l’Arechi, a seguire la squadra in trasferta, a coinvolgere famiglie e bambini in una festa che si rinnova ogni anno. E mi chiedo perché, anche dopo oltre vent’anni, chi ha indossato quella maglia torni a Salerno e venga accolto come uno di famiglia. Farei meno sociologia spicciola e avrei più rispetto per questa straordinaria passione». Nel finale, De Simone ha voluto rivolgere un ricordo a Paolo Masullo, «Grazie a Paoletto per noi, che ci ha riuniti e grazie alla sua Associazione, che svolge un’attività di grande valore». Particolarmente toccante la conclusione affidata a Gianluca Masullo, che ha ricordato il fratello Paolo e il suo amore sconfinato per Salerno e per la Salernitana. Un ricordo che ha emozionato l’intera sala. «Era in gita scolastica in Emilia quando la Salernitana giocava a Modena. Durante il viaggio di ritorno gli insegnanti si accorsero che Paolo e alcuni amici non erano più sul pullman. Avevano preso un altro mezzo per raggiungere Modena e seguire la loro squadra del cuore. Tornarono con una settimana di sospensione, ma anche con un ricordo che li avrebbe accompagnati per tutta la vita». È forse proprio questo episodio a racchiudere il senso più autentico dell’intera serata: la storia di una generazione che ha saputo trasformare l’entusiasmo giovanile in impegno civile, la militanza in servizio alle istituzioni e la passione per la propria squadra in un simbolo di appartenenza a una comunità. Tra il pubblico erano presenti numerosi protagonisti della vita politica e amministrativa cittadina che hanno condiviso quel percorso con Rosellina Masullo a Palazzo di Città. Una serata che non ha celebrato soltanto i due “enfants prodige” del PCI salernitano, ma un’intera stagione della città, quando politica, istituzioni e passione popolare riuscivano ancora a camminare insieme, lasciando un’eredità di valori che continua a parlare alle nuove generazioni.