Scanzi e i suoi cani, ‘amici’ che segnano la vita - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Scanzi e i suoi cani, ‘amici’ che segnano la vita

Scanzi e i suoi cani, ‘amici’ che segnano la vita

Norma d’Alessio

“Detesto la parola cagna come insulto. È proprio un’eresia semantica.” “I cani sono le scatole nere della nostra vita.” (Scanzi)

Figuriamoci se un’appassionata della razza canina come me non comprava il libro di Andrea Scanzi: ‘I cani sono esseri speciali’. Una persona originale, Scanzi, tanto per prenderla alla larga. Giornalista, scrittore, autore e interprete di spettacoli teatrali, abituale ospite televisivo. Brillante, chiacchierato e chiacchierante, e anche grande narcisista, secondo me. Questo suo libro che ho appena finito, si legge facilmente sia perché ben organizzato in capitoli, sia per la leggerezza e ironia con cui è scritto. Leggerezza che però sottende concetti importanti per quanto riguarda l’universo di questi animali, in quando Scanzi ha dalla sua (sua, direi piuttosto dalla parte dei cani) estrema conoscenza oltre che amore. Queste due cose insieme fanno sì che il libro, spassoso e intrigante, sia una specie di trattato sulla personalità e i comportamenti dei cani in generale, e i Labrador in particolare, da lui scelti come amici. Eppure Scanzi è arrivato tardissimo a realizzare il suo sogno di avere un cane, praticamente a 30 anni. La madre non li voleva, e nemmeno la nonna, e poi, da un certo punto della sua vita in poi, a remare contro c’erano i suoi continui spostamenti. Ma un cane lui lo desiderava tanto. “Avevo la netta sensazione che con un cane sarei andato sempre d’accordo.” E poi ce n’era sempre uno nei romanzi di José Samago, tra i suoi scrittori preferiti. Finalmente, quando ha ormai 30 anni, arriva nella sua vita il ciclone Tavira, da lui detta anche ‘santa Tavira’, una Labrador nera di due mesi. “Volevo che fosse buona, senziente e docile come il cane che avevo sognato così a lungo. Volevo che fosse quasi sempre con me. Che potessi portarla al ristorante. Che abbaiasse solo quando davvero necessario. Che scoprisse con me il mare, la montagna. L’acqua, la neve. Che stesse con i bambini, i nonni. Che fosse propaggine di me ed io di lei. Per ottenere tutto questo, si trattava di abituarla subito alla mia, alla nostra vita. Così è stato.” “Tavira è stata, fino ad oggi, ben oltre il mio sogno di avere accanto un cane. È stata, più esattamente, la parte migliore di me. Lo è ancora.” A 4 anni e mezzo, la recalcitrante Tavira viene montata da uno stallone alla Siffredi. Lei non vuole, si rifiuta. Cede infine per sfinimento, e subisce l’accoppiamento infilando la testa in un secchio pieno d’acqua. Scanzi, egoista come tutti quelli che sostengono che una cagna almeno una gravidanza la deve fare (il che non è scritto da nessuna parte), non presenzia. Gli parrebbe di essere un padre che assiste al primo rapporto sessuale della figlia adolescente. E poi lui non è precipuamente amante dei cuccioli, circa i quali afferma: “Chi ama solo i cuccioli, non ama i cani. Ama i giocattoli a forma di cane”. Tavira ora è incinta, ma considerando l’antefatto, si comporta come se non lo fosse. Lei non si sente incinta, questa gravidanza la rifiuta. I giorni del presunto parto passano, e non succede niente, oltre al fatto che si va avanti-indietro dal veterinario. Quindi il destino è segnato: taglio cesareo. Nascono due ‘sgorbietti’ neri femmine che subito recriminano mammelle piene di latte, ma Tavira fa la gnorri e Scanzi è in paranoia al solo pensiero che gli toccherà andare di nottate e biberon per i successivi due mesi. Tavira finisce in una specie di culla fatta di assi di legno, che serve per far sì che la puerpera abbia i suoi cuccioli vicini, ma evidentemente lei li considera solo dei fastidiosi ‘tritura-palle’, non li calcola. Quando lo scoraggiamento di Scanzi è al massimo, accade il miracolo. “Di colpo, Tavira capì. Si guardò intorno e riconobbe lo scenario. Si posizionò in favore di mammella, delicata come a volte sa essere. E consegnò le sorgenti native a Zara e Malaga.” Ho scelto di raccontare questo capitolo, dal titolo ‘Cocomeri nel corpo di scoiattoli (Il parto)’, perché è uno dei più accattivanti, ma i capitoli belli sono tanti, come quello iniziale, che narra di quando Scanzi perse Tavira e sua figlia Zara, la cucciola che tenne con sé. Sotto i suoi occhi, esse si allontanano, e lui vive ore febbrili immaginando che siano morte investite da un’auto ed altre cose terribili. Infine le trova (erano fuggite per giocare con un altro cane), e le riempie dei peggiori epiteti, prima di abbracciarle. Ogni sfumatura caratteriale, ogni sentimento di Tavira e Zara, vengono minuziosamente decifrate e raccontate da Scanzi, e devo dire, avendo anch’io una Labrador (Hope, di dieci anni), che nelle sue descrizioni riconosco la pura verità. “Il suo peggiore nemico è la solitudine. Come tutti i cani, ma più degli altri cani.” “Pelo corto, ma che cambia due volte all’anno, durante le quali la casa diventa un allegro monnezzaio.” “La coda è una centrale eolica mai in sciopero, che non produce energia ma felicità. Scodinzola quasi ininterrottamente.” “Ignora del tutto la sua mole. I suoi 30-35 chili possono essere un’arma nucleare se lanciata a tutta velocità contro i tuoi stinchi.” Inoltre, giacché il Labrador ha sempre fame: “In un’altra vita era un eremita anoressico, così in questa vuole togliersi ogni sfizio. Divora tutto, letteralmente.” Quando Scanzi deve allontanarsi per un viaggio di lavoro, lascia Tavira e Zara in una pensione per cani. È un momento che pesa, perché lui sa che a loro pesa. Durante l’andata all’hotel ‘Gli amici di Argo’, Scanzi guida lentamente. Niente musica. Non c’è motivo di stare distesi o allegri. Anche il cancello automatico della pensione si apre lentamente, come a dirgli: “Sei proprio sicuro di volerle ABBANDONARE qui, dove di giorno potranno giocare all’aria aperta, ma di notte resteranno chiuse in una gabbia?” Ebbene sì, le abbandona, ingiuriando sé stesso con parole come cattivo, Erode, esecrabile! “Loro lo capiscono, che sto per andarmene. Dalla sera precedente, si solidifica un lutto malamente dissimulato.” Scanzi racconta inoltre che quando va a riprenderle, Tavira e Zara nemmeno lo guardano. È il momento di ‘un abbraccio mancato’. Le feste ci saranno dopo, al risveglio da una bella rassicurante dormita insieme, testimonianza che è proprio vero che lui è tornato. Il momento veramente magico però è quello della sera, quando guardano la tv tutti e tre sul divano: Andrea in mezzo, Tavira da un lato e Zara dall’altra, come la Santissima Trinità. Ogni religione ha le sue iconografie. Bellissimo il capitolo sulla fedeltà, dove l’Autore con grande franchezza spiega che sì, è vero che quando si amano troppo gli animali si finisce con l’allontanarsi dall’uomo. In realtà non è un vero allontanamento dagli uomini, ma dai loro comportamenti spesso ipocriti. L’abitudine al cane, che è l’emblema della sincerità, rende selettivi in questo senso. “Quando ho la testa altrove, lo avvertono. E mi sento in colpa. Mi pare di trascurarle. È come se, con la loro presenza, mi radicassero non alla quotidianità, ma all’umanità. Ed è buffo che a farlo siano due cani. Dal loro punto di vista basso e distante, hanno quello sguardo d’insieme che noi non abbiamo più. Non essendo umani, ci insegnano ad esserlo.” “Il cane è un animale puro, il cui unico difetto – oltre al vivere troppo poco – è il fidarsi ciecamente degli umani.” Ai cani puoi dare qualunque cosa, ma loro sono felici se anche gli dai solo una pigna, e se vivono di abitudini. E l’abitudine per loro ‘non è un concetto geografico, ma esistenziale. Sei tu che costituisci il loro luogo, non la terra su cui trottano. Infatti i cani più felici del mondo sono quelli dei clochard. Non avranno mai una comodità, soffriranno il freddo, l’afa, il gelo. Non avranno certezze. Saranno senza orario e senza bandiera. Ma saranno sempre col loro capobranco.’ Un accenno al sonno dei cani, che Scanzi definisce ‘il sonno dei giusti, la dispensa da ogni corruzione.’ Questa volta nulla in comune con gli umani; il cane quando dorme, dorme, non c’è niente che possa disturbarlo. Infine, non perché il libro non narri più cose, ma perché io nel narrare il libro scelgo di fermarmi, un piccolo riferimento ai rumori dei cani, che sono davvero mille. Eppure, la flatulenza, in loro così spiccata, è del tutto silenziosa. Il cane è lì fermo, mentre le tue narici vengono investite da un puzzo fortissimo, che ti costringe all’apnea. Quel puzzo lo lascia a te, perché il più delle volte il responsabile se ne va, si sposta da un’altra parte. È un regalo per te. In questo libro romantico ma anche verità, Scanzi non si sottrae a narrare la perdita di Tavira e Zara, vissute l’una 14 anni e l’altra 15. “Sono stati due tra i dolori più atroci della mia vita. Piango ancora. Ed è giusto che pianga. Sono stati angeli che non ho meritato di avere al mio fianco.”