di Agostino Ingenito*
Nel centoventicinquesimo anniversario della nascita, la sua figura merita di essere sottratta alla sola memoria accademica e restituita pienamente alla città, alle scuole, ai giovani e alla vita culturale del territorio. Abbagnano non è soltanto l’autore di importanti opere filosofiche e di una monumentale Storia della filosofia. È soprattutto un pensatore capace ancora oggi di offrire strumenti utili per comprendere le inquietudini dell’uomo contemporaneo. In una società attraversata da guerre, instabilità economiche, nuove solitudini, disuguaglianze e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, il suo pensiero conserva una sorprendente attualità. Siamo continuamente connessi, ma spesso più distanti nelle relazioni umane. Abbiamo accesso a una quantità sterminata di informazioni, ma non sempre riusciamo a trasformarle in conoscenza, consapevolezza e capacità di giudizio. È proprio in questo scenario che torna centrale la domanda dell’esistenzialismo: che cosa significa esistere come esseri umani e quale spazio rimane per la libertà, la responsabilità e la costruzione di un futuro possibile? L’originalità di Abbagnano consiste nell’aver elaborato un esistenzialismo positivo. Non un ottimismo ingenuo, né l’illusione che ogni vicenda sia destinata a concludersi favorevolmente. La vita, per Abbagnano, resta problematica, incerta e segnata dal limite. L’uomo può sbagliare, fallire e subire condizioni che non ha scelto. Eppure, proprio dentro questi confini, conserva delle possibilità. La possibilità è la categoria centrale del suo pensiero. L’essere umano non è onnipotente, ma non è neppure completamente prigioniero del destino. Vive dentro circostanze concrete, condizionate dalla storia personale, dalla società e dall’ambiente, ma può ancora scegliere tra alternative reali, assumersi responsabilità, costruire relazioni e orientare almeno in parte il proprio cammino. La possibilità, tuttavia, non è una garanzia. Ogni decisione può riuscire o fallire. Per questo la libertà non coincide con il capriccio e non significa poter fare qualunque cosa. Essere liberi significa riconoscere le condizioni reali, valutare le conseguenze e rispondere delle proprie scelte. In questa prospettiva, la filosofia di Abbagnano diventa anche un’etica della responsabilità e della partecipazione. Il suo pensiero si confronta con i grandi protagonisti dell’esistenzialismo europeo. Da Søren Kierkegaard riprende l’attenzione per il singolo individuo, per la scelta e per il rischio che ogni decisione comporta. Con Martin Heidegger condivide la consapevolezza della finitezza umana, ma rifiuta che il limite debba condurre inevitabilmente al nulla o alla disperazione. Il tempo limitato dell’esistenza può rendere più serie le nostre scelte e più preziose le relazioni. Anche il confronto con Karl Jaspers è significativo. La sofferenza, la colpa, la lotta e la morte rappresentano situazioni-limite dalle quali l’uomo non può sottrarsi. Abbagnano non nega queste esperienze, ma insiste sulla possibilità di assumere un atteggiamento, ricercare un significato e non interrompere il rapporto con gli altri. La filosofia non elimina il dolore, ma può impedire che esso si trasformi esclusivamente in annientamento e rassegnazione. Con Jean-Paul Sartre condivide il tema della libertà e della responsabilità, ma propone una posizione più misurata. La libertà non è assoluta: le possibilità umane sono sempre condizionate e non tutte le alternative sono realmente praticabili. Tra l’idea di un uomo completamente libero e quella di un individuo totalmente determinato, Abbagnano individua lo spazio concreto della libertà possibile: limitata, fragile, ma autentica. La sua ricerca si distingue inoltre per l’apertura alla ragione e alla scienza. La filosofia non è separata dalla realtà, ma deve dialogare con le conoscenze scientifiche, la psicologia, la sociologia e i problemi della società. Da questa impostazione nascerà anche il suo neoilluminismo, fondato su una ragione critica che non pretende di possedere verità assolute, ma verifica le idee, confronta le alternative e corregge gli errori. È una lezione particolarmente preziosa in un tempo dominato dalla disinformazione, dalle semplificazioni e dalle contrapposizioni radicali. Il pensiero critico non dovrebbe essere utilizzato per imporre certezze, ma per comprendere meglio la realtà e distinguere ciò che è concretamente possibile da ciò che è soltanto desiderato o propagandato. In questa prospettiva può essere individuata anche una feconda connessione con il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi, pur nella evidente diversità tra i due autori. Leopardi analizza con lucidità il desiderio umano, l’infelicità, le illusioni e l’indifferenza della natura. L’uomo aspira a una felicità infinita, ma vive in una realtà limitata che non può soddisfare pienamente questa aspirazione. Anche Abbagnano parte dalla finitezza, ma concentra l’attenzione sulle possibilità concrete che rimangono aperte all’uomo. I due pensatori si incontrano nel rifiuto delle consolazioni facili e nell’esigenza di guardare con lucidità alla condizione umana. Nel Leopardi della Ginestra, però, la consapevolezza del limite diventa anche una direzione morale. Gli uomini, riconoscendo la comune fragilità, possono stringersi in una “social catena”, superando ostilità e isolamento. La coscienza della precarietà può trasformarsi in solidarietà e responsabilità reciproca. È proprio qui che il dialogo ideale con Abbagnano appare più significativo. Nel poeta recanatese il limite condiviso richiama gli uomini alla fraternità; nel filosofo salernitano la possibilità apre lo spazio della scelta, dell’impegno e della cooperazione. In entrambi, la dignità dell’uomo non deriva dall’illusione di dominare tutto, ma dalla capacità di riconoscere la propria condizione e costruire relazioni più autentiche. Il pensiero di Abbagnano può essere applicato anche alle grandi questioni del nostro presente. L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali ampliano le possibilità umane, ma rischiano anche di condizionare le scelte, impoverire il pensiero critico e trasformare le persone in una somma di dati e comportamenti prevedibili. Non basta avere molte opzioni per essere realmente liberi: occorre comprendere chi le seleziona, quali interessi rappresentano e quali conseguenze producono. Anche la solitudine, il disagio giovanile e la crisi della partecipazione mostrano che l’esistenza non è mai esclusivamente individuale. Le possibilità di ciascuno dipendono anche dall’educazione, dalle opportunità, dai legami sociali e dalla capacità della comunità di non lasciare indietro chi vive condizioni di maggiore fragilità. L’esistenzialismo positivo non insegna che tutto sia possibile. Afferma qualcosa di più serio: esiste uno spazio, spesso limitato e incerto, nel quale possiamo scegliere come agire, quale responsabilità assumere e quale rapporto costruire con gli altri. Per questo Salerno dovrebbe valorizzare con maggiore continuità Nicola Abbagnano. Non basta conservarne il nome nella memoria cittadina. Sarebbero necessari percorsi nelle scuole, incontri pubblici, convegni, pubblicazioni, premi, collaborazioni universitarie e iniziative permanenti capaci di restituire il suo pensiero alla società. Ricordare Abbagnano non significa celebrare nostalgicamente il passato. Significa utilizzare la sua eredità per interpretare il presente e costruire il futuro. A centoventicinque anni dalla nascita, il filosofo salernitano continua a ricordarci che l’uomo è fragile, limitato e incerto, ma non per questo privo di libertà. Tra necessità e arbitrio esiste il terreno concreto della possibilità. È lì che si formano le scelte, le responsabilità e le relazioni. Ed è proprio da quello spazio, mai garantito ma sempre da ricercare, che può ricominciare ogni autentico progetto umano.
*Giornalista e direttore di Nibiru Edizioni








