Pasquale Califano*
Le recenti dinamiche politiche del nostro territorio – come il caso di Nocera Inferiore, dove i confini tradizionali tra maggioranza e opposizione sfumano all’interno del progetto “Nocera Domani” – ci pongono di fronte a un fenomeno sempre più diffuso: la progressiva riduzione degli spazi di reale contrapposizione dialettica. Vi è mai capitato di osservare certe associazioni, movimenti o organizzazioni politiche e rimanere colpiti dalla loro apparente compattezza? A prima vista sembra forza. Ma spesso, scavando più a fondo, si scopre che quel cemento è fatto di paura. Quando la politica teme il confronto, la risposta più immediata è restringere gli spazi. Si irrigidiscono i confini, si costruiscono appartenenze sempre più esclusive e si pretende adesione assoluta. Tutto questo serve a contenere l’incertezza e a dare l’illusione del controllo. Ma una paura che non viene elaborata non scompare: si trasforma progressivamente in angoscia. Il risultato è che il rapporto con l’esterno cambia natura. L’altro non è più un interlocutore con cui misurarsi, ma una minaccia da neutralizzare. Il dissenso viene percepito come un attacco, il confronto come un rischio. Questo meccanismo non resta astratto. Lo si osserva, per esempio, quando organizzazioni politiche o movimenti finiscono per interpretare ogni critica come un’aggressione alla propria identità, fino a trasformare il dissenso interno in una forma di tradimento e a sostituire il confronto pubblico con dinamiche di conferma reciproca. In questi casi, la compattezza non è il segno di una salute democratica, ma il sintomo di un progressivo restringimento dello spazio del dialogo. È qui che la politica genera la propria antipolitica. Il focus concettuale «Una democrazia, come ha ricordato Hannah Arendt, vive infatti dello spazio pubblico come luogo della pluralità e della parola condivisa. È uno spazio intermedio, un “terzo spazio” che non appartiene né alle istituzioni né ai singoli individui: è il luogo della mediazione, del conflitto democratico e della costruzione condivisa del significato.» Quando la politica si chiude in se stessa, questo spazio si restringe fino quasi a scomparire. Senza questa terra di mezzo, il conflitto non produce più sintesi né crescita, ma si riduce a una contrapposizione sterile tra posizioni che si osservano da dietro le proprie mura. Il problema è che l’arroccamento è una trappola. Chi si chiude finisce per alimentarsi di verità autoreferenziali che non vengono mai messe alla prova della realtà. E più si riduce il confronto, più aumenta la distanza tra la politica e la società. È in questa distanza che nasce l’antipolitica. Non perché i cittadini si allontanino dalla politica per una predisposizione individuale o per semplice disinteresse, ma perché la politica, rinunciando alla relazione e alla mediazione, smette di offrire quello spazio intermedio nel quale potersi riconoscere e confrontare. La distinzione proposta da Chantal Mouffe tra conflitto antagonista e conflitto agonista aiuta a chiarire questo punto: quando il confronto politico perde la sua dimensione agonistica, cioè tra avversari legittimi, e scivola nella logica del nemico, lo spazio democratico si indebolisce fino a svuotarsi. Allo stesso modo, la psicoanalisi dei gruppi ha spesso mostrato come la paura non elaborata possa trasformarsi in chiusura difensiva. Autori come Donald Winnicott, pur in ambito clinico, hanno descritto l’importanza di uno spazio “intermedio” in cui la relazione con l’altro diventa possibile senza annullamento reciproco. Questa dinamica non riguarda solo i gruppi politici in senso stretto. Come ha osservato Zygmunt Bauman, le società contemporanee tendono sempre più a reagire all’incertezza costruendo barriere simboliche e identitarie, riducendo gli spazi di esposizione all’alterità. E Christopher Lasch ha descritto, in termini simili, il rischio di un ripiegamento difensivo in comunità autoreferenziali, incapaci di confronto con ciò che sta fuori. Quella compattezza esibita non è allora un segno di salute. È l’illusione di una difesa estrema che, nel tentativo di proteggersi dal mondo, finisce per produrre ciò che più teme: la propria delegittimazione.
* Psicologo Clinico e di comunità, Psicanalista infantile, specialista in dinamiche di gruppo





