di Giovanni Terranova
Tra le pieghe del tempo si nasconde un’altra grande donna della storia di Salerno, una sovrana dello spirito che è stata lasciata scivolare negli angoli più silenziosi della memoria. È Isabella Villamarina. E il filo del suo destino si annoda attorno a una data, il 17 ottobre 1516, un giorno che conserva ancora oggi il sapore denso e malinconico di un presagio. Quel giorno, tra le navate gremite e i bagliori del velluto scuro imposto dal lutto per il padre Bernardo — il grande ammiraglio del Regno scomparso l’anno precedente —, una sposa giovanissima avanzava verso l’altare. Stava per unire il suo cammino a quello di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno. Nessuno, tra i cortigiani dell’epoca, avrebbe potuto immaginare che quelle nozze avrebbero acceso la stagione più luminosa — e infine più tragica — del Rinascimento salernitano. Cresciuta tra i poeti, destinata al potere Nata a Napoli nei primi anni del Cinquecento, Isabella portava nel sangue l’eredità di una stirpe illustre. Cresciuta tra i marmi del palazzo di famiglia, condivise fin da bambina gli studi con il piccolo Ferrante, rimasto orfano in tenera età e affidato proprio alla tutela dei Villamarina. Sotto la guida di Pomponio Gaurico, maestro dell’Umanesimo meridionale, Isabella si nutrì di latino, greco, filosofia e retorica. Non aveva ancora quattordici anni quando declamava versi in pubblico alla presenza della corte; più tardi, persino il celebre tipografo veneziano Paolo Manuzio avrebbe elogiato con ammirazione l’eleganza dei suoi componimenti latini. Quando il matrimonio la unì a Ferrante, il loro non fu un semplice patto di potere, ma l’incastro perfetto di due immensi domini. Ereditando la contea di Capaccio e Altavilla — terre aspre e maestose intrise di storia —, Isabella saldò i possedimenti del Cilento alle porte di Salerno, ponendo le basi per fare della città sul Tirreno una vera capitale della cultura europea. La corte splendente e il rifugio delle idee Negli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, la Salerno dei Sanseverino visse una primavera incantata. Dalle terrazze a picco sul mare del Castello d’Arechi fino alle sale sfarzose del Palazzo Reale, la corte rivelò una raffinatezza intellettuale che non aveva eguali in tutto il Mezzogiorno. Tra quelle mura soffiava un vento caldo di poesia e libertà: la principessa era l’anima e la patrona di un cenacolo vivo, capace di attrarre i più grandi ingegni dell’epoca. La poetessa napoletana Laura Terracina le intrecciò sonetti vibranti d’ammirazione, celebrandola come un faro di grazia e virtù, mentre Bernardo Tasso — segretario fidato del principe e padre del piccolo Torquato, nato proprio negli anni salernitani — trovò in quell’atmosfera idilliaca l’ispirazione per le sue opere amorose e cavalleresche. Ma la reggia salernitana non fu soltanto una culla di rime gentili. Fu anche un rifugio sicuro per il pensiero anticonformista e per l’Umanesimo più coraggioso. Quando il giurista e filosofo Scipione Capece, già Presidente e guida dell’Accademia Pontaniana, fu osteggiato e destituito dal governo spagnolo per le sue idee vicine ai circoli della Riforma e alla lezione di Juan de Valdés, fu proprio Isabella ad aprirgli le porte di Salerno. Sotto la protezione della principessa, Capece poté dare alla luce il suo capolavoro, il De Principiis Rerum, consacrando la corte salernitana a baluardo della libertà spirituale. Nel 1535, di ritorno dalla vittoriosa campagna di Tunisi, persino l’imperatore Carlo V volle fare il suo ingresso trionfale a Salerno. Tra spettacoli, fuochi d’artificio e conviti memorabili, il sovrano rimase a tal punto affascinato dalla profonda statura intellettuale di Isabella da intrecciare con lei un lungo ed elegante carteggio personale. La rivolta del 1547 e il grande strappo L’incanto si spezzò nel maggio del 1547, quando il viceré spagnolo Don Pedro de Toledo tentò di introdurre nel Regno di Napoli l’Inquisizione «all’uso di Spagna»: un tribunale politico e segreto, concepito per schiacciare le autonomie e confiscare i beni della nobiltà e del ceto mercantile. Anche a Salerno la reazione fu viscerale. Per una rara volta nella storia, popolo e nobiltà si ritrovarono nella medesima trincea: pescatori, artigiani e popolani scesero in piazza armati, erigendo barricate e suonando le campane a martello contro le truppe del viceré. Riconoscendo nei principi i propri difensori naturali, la città nominò Ferrante Sanseverino ambasciatore da inviare presso Carlo V per chiedere la revoca dell’editto. Quando Ferrante riuscì temporaneamente a bloccare il provvedimento e tornò in patria, la città lo accolse in un trionfo lungo tre giorni. Ma la vendetta del viceré non tardò ad arrivare. Messo alle strette e scampato persino a un attentato, Ferrante cercò un’estrema controffensiva diplomatica, inviando Bernardo Tasso in Francia per sollecitare l’intervento delle potenze rivali della Spagna. Il rifiuto di Innsbruck e la caduta Informato della cospirazione, Carlo V decise di intervenire direttamente. Il 23 gennaio 1552 l’imperatore convocò formalmente Ferrante a Innsbruck. Non si trattava di un’udienza diplomatica, ma di un ultimatum. Conscio che presentarsi avrebbe significato l’arresto immediato, il principe scelse la via della diserzione. Quel rifiuto segnò il punto di non ritorno. Carlo V emise la condanna a morte per tradimento e decretò il sequestro totale dell’immenso patrimonio dei Sanseverino. Ferrante si trasformò in un fuggiasco, trovando infine esilio alla corte di Francia. Isabella rimase sola a Salerno a fronteggiare le rovine del suo mondo. Spogliata di ogni titolo, castello e rendita, fu confinata prima ad Avellino e poi tra le mura severe di Castel Nuovo a Napoli. Nel 1555 s’imbarcò per la Spagna per implorare giustizia direttamente alla corte imperiale: le sue lettere all’arcivescovo Girolamo Seripando rivelano l’anima di una donna ferita, corrosa dalla nostalgia per la sua terra. Rientrata a Napoli con una modesta pensione di sussistenza e senza essere riuscita a riottenere i feudi di famiglia, Isabella morì nel capoluogo campano nell’agosto del 1559, lontana per sempre dalla sua reggia salernitana. Il lamento di «Donna Sabella» e il mito Quando il principato venne smantellato, la gente di Salerno e del Cilento affidò il proprio dolore all’unica memoria inaffondabile: la poesia orale. Nacque così il celebre canto popolare di Donna Sabella Sventurata, tramandato nei secoli di bocca in bocca: «Nun me chiammate cchiù donna ’Sabella, chiammateme Sabella ’a sventurata! Aggio perduto trentatré castella, la Puglia chiana e la Baselecata. Aggio perduto la Salierno bella, ch’era lo svago della disgraziata…» La pietà popolare volle reinventare persino il finale della sua tragedia: la leggenda narrò che Isabella non fosse morta in una stanza di palazzo, ma che fosse affondata in mare su una piccola barca nel disperato tentativo di far ritorno segretamente a Salerno, unendosi per sempre alle onde del suo golfo. Oggi a Salerno non vi sono grandi piazze o monumenti a ricordare Isabella Villamarina. Eppure, riscoprire la sua figura significa restituire alla città il ricordo della sua stagione più alta: il tempo in cui Salerno, unita attorno alla sua principessa senza corona, fu un faro luminoso di cultura, bellezza e fiera resistenza.








