di Olga Chieffi
Il senso del teatro di Gabriele Lavia è nell’attenzione alla parola e, anche nel suo ritorno, qui, al Verdi di Salerno, per il dramma biografico di Eugene O’Neill “Lungo viaggio verso la notte”, ha recitato senza l’uso di alcuna amplificazione. Sul palcoscenico, trasformato in una vera e propria, in una casa piena di libri e fantasmi, in piena decadenza, come la famiglia che la abita, si svolge il dramma della madre Mary, una convincente Federica De Martino, che dopo una vita da girovaga dietro il marito James Tyrone a cui ha dato voce Gabriele Lavia, in doppia veste anche di regista, un ex-attore ricco, ossessionato dalla povertà, che ha sprecato il suo talento e si rifugia nell’alcool, ha ora 56 anni, tutti i capelli bianchi e le mani deformate dall’artrite, a capo di una famiglia in cui di continuo, tutti si dilaniano reciprocamente, ma con un fondamentale reciproco affetto che li unisce e li fa trepidare uno per l’altro. Mary è tornata dalla clinica dove era stata per disintossicarsi, e marito e figli felici per una presunta guarigione. Le ore che intercorrono dalla mezzanotte di una giornata d’agosto, costituiscono lo strazio della loro delusione. Ciò avviene nel tempo stesso in cui, accanto alla scoperta del ritorno dell’infelice al suo vizio, un’altra terribile verità è rivelata: Edmund, splendidamente interpretato da Ian Gualdani (personaggio alter ego proprio di O’Neill) è ammalato. “Di raffredore”, dirà la mamma, per nascondere agli altri il suo sgomento; ma lei sa che il figlio è ammalato di tisi, la stessa malattia di cui morì suo padre. Le ombre del passato tornano ed al terrore della malattia del figliolo, la sua debole forza di volontà non regge e per non pensare, per non trepidare, per non soffrire, ritorna alla morfina. Tutta l’azione di questi due atti avvincenti, in cui l’angoscia di quattro esseri è scandagliata a fondo e l’ansia assume forma di incubo incalzante, la “vecchia pena” del figlio che ricorda, è nel corso di una giornata, nei disperati ed inutili tentativi della madre per sottrarsi al sospetto del marito e dei figli; e del loro tormento nello strazio di passare dal sospetto alla certezza di quel ritorno. Nessun vuoto virtuosismo di tecnica ricercato è qui ma solo la loro grande potenza di esprimere la vita nella fusione del bello e del brutto, del buono e del cattivo. In fondo a questa triste giornata, nelle cui ore la tragicità scorre fluida, inesorabile, come quella di un fiume in piena che straripa nelle terre avvolte dalla nebbia, è la notte delle anime. Nel dramma di questa dolcissima e sventurata madre, la De Martino ha dato una prova “heavy” da attrice. Nel muovere nervoso delle povere mani deformi, nei gesti con cui ella cerca schivare l’attenzione del marito e dei figli, nello sguardo allucinato che cerca di nascondere ad essi, nella dolcezza stanca della voce e nei repentini scatti, estasiata, solo lei, per un momento fuori della gabbia, fuori della realtà e dalla solitudine, nel paradiso artificiale, per raccontare i suoi sogni, quello di diventare suora, il più bello o pianista concertista, infrantisi nel matrimonio. Gabriele Lavia ha recitato da par suo, esprimendo il povero attore James, nella sua bontà e nelle sue debolezze, baldo e quasi tronfio nelle sue pose di commediante, James si rivela, alla fine, uno straccio umano, nella sua avarizia il quale, nel suo contenuto dolore, si rende profondamente commovente. Complesso, invece, è il personaggio di Jamie, fratello maggiore, strano impasto di bene e di male. Jacopo Venturiero non ha certo deluso la grande fiducia riposta in lui. Di Edmund, che ha ereditato la sensibilità della madre, e che per lei ha tenerezza profonda e costante, disordinato poeta che Gualdani ha mirabilmente ritratto il carattere con vibrante ed acuta penetrazione. Merita menzione anche l’unico personaggio positivo, Beatrice Ceccherini che ha interpetrato la domestica Cathleen. Applausi calorosi per tutti e numerose chiamate al proscenio.





