Mutaverso Teatro ha dieci anni - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Mutaverso Teatro ha dieci anni

Mutaverso Teatro ha dieci anni

Olga Chieffi

Febbraio 2016, un pipistrello, unico animale che vede al buio e a testa in giù, cominciò ad aggirarsi per Salerno. Il simpatico animaletto dai grandi occhi ci accompagnò nella prima stagione di ErreTeatro, oggi divenuto Ablativo, Mutaverso, ideata e diretta da Vincenzo Albano. “Mutaverso è una stagione ed è un progetto a lungo termine per Salerno rivelò allora Vincenzo Albano – per far sì che si possa vedere il teatro tutto e, in particolare, il teatro contemporaneo, da diverse prospettive, come appunto l’eccezionale visione del pipistrello. Dopo diverse rassegne, tutte di successo, con un profilo ben delineato, il tema, il monologo, ho lanciato una sfida a me stesso e al pubblico”. Sin dalla sua nascita, Mutaverso Teatro è diretta e programmata da Vincenzo Albano, che in questi anni ne ha guidato il percorso mantenendo una linea curatoriale fedele e precisa, che individua nelle nuove scritture e nel confronto con il teatro contemporaneo non solo un campo di ricerca, ma l’identità stessa del progetto. “Questi dieci anni sono stati un tempo di crescita, lenta e costante. Quasi sempre è stato necessario adattarsi, cambiare contesti, ricominciare da capo, ma riconosco il filo che tiene ancora oggi insieme scelte diverse, momenti belli e complessi, incontri sinceri. È qui che trovo poi sempre il desiderio di rilanciare”. Da quel febbraio ne sono trascorsi ben dieci di anni, che andremo a festeggiare il 13 febbraio al Piccolo Teatro del Giullare, ove alle ore 21, i riflettori si ri-accenderanno su “Mari” di e con Tino Caspanello e Cinzia Muscolino. Un ritorno che non è semplice celebrazione, ma una scelta consapevole di ripartire da un’origine che continua a muovere il presente. “Mari – dice Vincenzo Albano – è uno spettacolo emblematico, essenziale e profondamente contemporaneo, che mette al centro la parola, il silenzio e il rapporto tra l’essere umano e il tempo. Riproporlo a dieci anni di distanza significa riaffermare una traiettoria artistica e poetica che ha accompagnato Mutaverso Teatro da sempre”. “Mari” è dedicato a tutti coloro che “amano senza parole”. E’ un discorso musicale interamente in dialetto messinese. Lo spettacolo andò in scena per la prima volta nel 2003, anno in cui vinse il Premio speciale della Giuria del Premio Riccione per il teatro. Non era la prima opera di Caspanello, ma fu certamente il punto di svolta. Il protagonista è il mare che non si vede ma si sente, con il suo accarezzare la battigia, con le onde piccole e pacifiche della notte. Un uomo e una donna. Lui vorrebbe pescare in solitudine, prepara la lenza dolcemente, con gesti antichi, la asseconda in maniera esperta. Lei vorrebbe parlargli, non vuole lasciarlo solo, fa freddo, “Ti lascio la cena pronta?”, torna a casa, ma a casa probabilmente i silenzi sarebbero gli stessi. Niente di più fluido ed evocativo di un paesaggio acustico, poiché dai suoni, dalle parole, dai gesti trapelano storie, con la loro densità affettiva e la loro costitutiva eccedenza rispetto al tempo e ai luoghi, inseguendo le scie sonore di un archivio liquido e meticcio, grazie alla sensualità dei suoni, alla memoria che custodiscono e alle appartenenze che mettono in gioco, ci renderemo conto che l’importante non è tanto avere una casa, bensì creare un mondo in cui sentirsi a casa. Il mare finisce col diventare uno specchio che riflette noi stessi mentre sfida i nostri limiti con il suo orizzonte aperto e col buio delle sue profondità. Esso è lì ma la sua “vuotezza muta, piena di significato” (Moby Dick Herman Melville), enuncia un’indifferenza inquietante nei nostri confronti alla pari della steppa sconfinata. Fra percezione e risposta emerge una zona del sentimento, una risonanza, una vibrazione, il potere di un affetto, dove il tempo esiste oltre l’atto linguistico, oltre il soggetto che vuole schizzare la propria immagine. Il ritorno di “Mari” segna così l’inizio di un nuovo capitolo, mantenendo vivo il dialogo tra passato e presente, memoria e visione. Un atto fondativo che si rinnova, per continuare a interrogare il tempo che abitiamo attraverso lo sguardo del teatro, che può considerarsi il segno, nel suo divenir parola, suono, immagine, che diventa di-segno, archè, principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero che, per essere se stesso deve discernere, giudicare, orientarsi, criticare e che, che porterà tutti noi a ri-tornare. Momento conviviale al termine dello spettacolo durante il quale saranno presentati gli altri appuntamenti della X edizione, da marzo a maggio, e a seguire bollicine beneauguranti.