Ernesto Pappalardo
La fotografia dell’Istat (primo trimestre 2026) descrive un “ciclo economico internazionale caratterizzato da un marcato dinamismo della regione asiatica, una buona performance degli Stati Uniti e una persistente debolezza in Europa”. I dati disponibili “incorporano solo in parte gli effetti del conflitto in Medio Oriente, che sta determinando una forte riduzione nell’offerta e un marcato rialzo dei prezzi delle materie prime energetiche. Le prospettive restano “incerte”, strettamente connesse “alla durata della guerra e ai suoi effetti sul mercato energetico”. Il Pil italiano, è cresciuto dello 0,2% su base congiunturale, “proseguendo il percorso di espansione iniziato nel secondo semestre 2025”. Sul mercato del lavoro, “scende lievemente il numero di occupati a marzo (-0,1% rispetto a febbraio), attestandosi a 24 milioni e 124mila unità”. Il calo “coinvolge le sole donne, i 15-24enni e chi ha almeno 50 anni di età”. Per posizione professionale, “l’occupazione si riduce tra i dipendenti a termine e tra gli autonomi. Nel primo trimestre 2026, la dinamica congiunturale degli occupati risulta in lieve crescita (+0,1%)”. Va sottolineato che nel mese di aprile, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) è aumentato (in Italia) del 2,9% su base tendenziale, con una accelerazione (+1,6% a marzo) “causata dai recenti eventi internazionali, avvicinandosi alla media dell’area euro (+3,0% ad aprile, +2,6% a marzo). Bisogna ribadire che il rapporto tra debito e Pil dell’Italia era del 137% a fine 2025, il massimo storico (escludendo il periodo Covid 2020-2022). Nel 2026 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che aumenti al 138%, il valore più alto d’Europa, superiore anche alla Grecia (136%). “In Italia, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2007, il rapporto debito/Pil è sceso dal 108% al 103%, grazie a una stagione di costanti avanzi primari (sostiene l’Istat). La tendenza si è fermata, fino a invertirsi durante la doppia crisi (finanziaria e dei debiti sovrani). Il rapporto è aumentato fino al 135% del 2014, “quasi interamente a causa dell’effetto palla di neve”. La recessione “ha abbattuto il tasso di crescita, mentre i tassi d’interesse sono rimasti elevati, rendendo il debito auto-alimentante nonostante gli sforzi di consolidamento fiscale”. Nei mesi della pandemia, “il rapporto è passato dal 134% a 154%, per il simultaneo effetto del crollo del Pil e dell’ingente disavanzo a sostegno dell’economia”. Negli anni successivi, la risalita è stata riconducibile “quasi interamente all’aggiustamento stock-flussi”. L’Italia, si può dire, “è l’unico Paese in cui il rapporto debito/Pil è tornato a crescere dopo il 2023”. L’Italia – è importante evidenziare – “ha per anni registrato avanzi primari, anche durante e dopo la crisi finanziaria, ma, data la bassa crescita, gli avanzi non sono stati sufficienti a ridurre il debito”. Negli anni più recenti “il nostro Paese è tra quelli con il deficit primario più alto e la crescita più bassa. Una crescita più sostenuta non solo alleggerirebbe il peso del debito, ma renderebbe anche più semplice il risanamento dei conti e il raggiungimento di avanzi primari”. La riduzione del debito è, quindi, “il risultato di una combinazione tra politiche di bilancio equilibrate, che portano anche a tassi d’interesse più bassi, e crescita del Pil”. Intanto, il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha reso noto, in occasione delle raccomandazioni del Semestre europeo, come funzionerà “la flessibilità per le spese legate alla crisi energetica”. La Commissione ha deciso di offrire la possibilità di “usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che accelerino la transizione verde e l’indipendenza dalle fonti fossili con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell’arco dei 3 anni”. Per l’Italia si tratta di 13,5-14 miliardi. Tra le risorse destinate alla flessibilità, si posizionano, quindi, fondi “adottati a partire dal febbraio scorso”, anche se “solo nelle prossime settimane la Commissione definirà formalmente quali saranno ammissibili”. Va, intanto, evidenziato che sui mercati si manifesta apprensione “per una tregua in Medio Oriente”, che appare sempre più lontana, con conseguenze primarie sull’inflazione energetica.





