Ernesto Pappalardo
L’attenzione degli osservatori si mantiene, naturalmente, sempre concentrata sulle dinamiche principali di import ed export. E occorre segnalare che “a maggio 2026 si stima una crescita congiunturale più ampia per le importazioni (+1,5%) rispetto alle esportazioni (+0,2%)”. In base ai dati Istat “il modesto incremento su base mensile dell’export è sintesi di un aumento delle vendite verso l’area extra Ue (+0,8%) e di una riduzione di quelle verso l’area Ue (-0,4%)”. Nel trimestre marzo-maggio 2026, rispetto al precedente, “l’export cresce del 4,6%, ma l’import del 7,2%”. Ampliando la prospettiva, “a maggio 2026 l’export cresce su base annua del 4,1% in valore mentre si riduce del 2,4% in volume”. Ma la crescita tendenziale delle esportazioni “in termini monetari è più sostenuta per i mercati extra Ue (+6,8%) rispetto a quelli Ue (+1,7%)”. L’import, quindi, segnala “una crescita tendenziale del 7,3% in valore, molto più intensa per l’area extra Ue (+15,5%) rispetto a quella Ue (+1,3%); in volume, le importazioni diminuiscono del 2,5%”. Se questo è il contesto-base, va, comunque, sempre considerato e “monitorato” il blocco energetico che rimane, giustamente, dominante. Va, quindi, detto che: “Siamo in una situazione, da un punto di vista energetico, che, ovviamente, il prezzo non ha ancora certificato come un grosso problema perché sono state utilizzate circa 400 milioni di barili di riserve, per i Paesi Ocse, immessi nel mercato: e questo contesto ha permesso di tenere i prezzi in una range fra i 90 e i 100 dollari”. Sono parole dell’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, in audizione alla commissione Attività produttive della Camera. “Con la firma dell’accordo (con l’Iran, ndr) c’è stata una caduta a 68 dollari, adesso siamo ritornati sugli 85 – ha specificato Descalzi – ovviamente perché non c’è stato poi un seguito positivo a quella firma, adesso non è passata più neanche una nave per lo Stretto, quindi c’è un nuovo blocco. Questa situazione cambia l’ordine delle cose, lo cambia per l’Europa, e lo cambia in questo caso più a livello mondiale”. In pratica, cambia lo scenario “dominante”: dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici “la configurazione passata basata su Russia e Medio Oriente si è erosa completamente”, con contributi alla produzione che “è facile non tornino ai livelli precedenti per molto tempo”, ha aggiunto specificato sempre Descalzi. In buona sostanza, anche quando questa tipologia, nell’area del Golfo, sarà stabilmente ripristinata, la linea del rischio dovrà essere strutturalmente “ritarata”: costo del denaro in ascesa, maggiore impatto sugli investimenti. Ma Descalzi ha anche espresso valutazioni sulle conseguenze della guerra russo-ucraina. La “coda” del conflitto? Porterà, probabilmente, “dal gennaio prossimo uno stop completo del gas che dalla Russia viene in Europa” e “questa è ovviamente una preoccupazione per tutta l’Europa”, ma non per l’Italia, ha, poi, aggiunto. La situazione degli stoccaggi di gas e risulta “peggiore dell’anno scorso”. Ma “non per l’Italia, che ha il 71-72” e a gennaio dovrebbe raggiungere il 90%”. I Paesi europei? “Sono molto molto al di sotto, sono ancora 40-45-46%, probabilmente riusciranno a chiudere vicino al 70%”.








