Salerno torna a raccontarsi attraverso il linguaggio delle opere, dei cantieri e delle inaugurazioni. Nelle ultime settimane il nuovo corso amministrativo guidato da Vincenzo De Luca ha già messo in fila una serie di interventi e appuntamenti pubblici: l’avvio degli abbattimenti in via Fornari, dove il Comune ha annunciato il recupero di un’area abbandonata e la futura realizzazione di un parco giochi; i lavori per una “nuova” piazza San Francesco; la cerimonia di apertura dei Giochi Europei Universitari in piazza della Libertà; l’inaugurazione dell’Urban Center in via Bastioni; fino alla cerimonia per l’intitolazione di piazza Ugo Marano a Ogliara. È una sequenza che appartiene a una storia politica e amministrativa che Salerno conosce bene: la città che cambia, che si trasforma, che inaugura nuovi spazi e prova a costruire intorno alle opere una narrazione di rilancio urbano. Il punto, però, non è negare il valore dei singoli interventi. Né ridurre ogni cantiere a comunicazione pubblica. La domanda è un’altra: mentre Salerno continua a raccontarsi attraverso ciò che inaugura, quale attenzione viene riservata alla città che i cittadini vivono ogni giorno? Accanto alla città delle opere esiste infatti una città più ordinaria, meno fotografata e meno celebrata. È quella dei cantieri rimasti aperti troppo a lungo, dei lungomari fragili, degli spazi pubblici consumati, delle aree che i cittadini hanno imparato ad attraversare come se il degrado fosse ormai parte normale del paesaggio urbano. Il caso più evidente resta piazza Cavour, davanti al Palazzo della Provincia. In un punto centrale del fronte mare, che dovrebbe rappresentare una delle soglie più riconoscibili della città, Salerno convive da anni con l’eredità di un cantiere incompiuto. Lo stesso Comune, nella scheda dedicata ai lavori di riqualificazione, definisce l’area come parte dell’ex cantiere per la “Sistemazione piazza e realizzazione parcheggi in piazza Cavour” e riconosce che l’interruzione delle attività nel 2023 ha fatto precipitare la zona in uno stato di abbandono, con disagi per la cittadinanza solo parzialmente risolti. Non si tratta soltanto di decoro urbano. Piazza Cavour è un pezzo di lungomare sottratto per anni alla piena fruizione pubblica. È il simbolo di una città sospesa, dove un’opera immaginata come trasformazione ha finito per produrre una lunga ferita nello spazio quotidiano dei cittadini. A Torrione il discorso assume un’altra forma. Tra l’area del pattinodromo comunale Tullio D’Aragona, il lungomare Tafuri e il tratto di fronte mare nei pressi di Largo Caduti del Monte Serra, la fragilità urbana si misura nel cedimento progressivo di luoghi che dovrebbero appartenere alla vita quotidiana del quartiere. Tra l’autunno 2025 e l’inizio del 2026 si sono registrati nuovi crolli legati all’erosione, alle mareggiate e all’indebolimento della costa, con la conseguente chiusura o interdizione di porzioni di spazio pubblico. Da allora, però, quei luoghi non sono ancora tornati pienamente alla città. Al di là dei passaggi tecnici eventualmente avviati, la condizione concreta resta quella di spazi inutilizzabili o compromessi, sottratti alla passeggiata, allo sport, alla socialità e alla quotidianità del quartiere. Anche qui il problema supera il singolo crollo: quando un tratto di lungomare resta ferito per mesi, non si perde solo decoro urbano. Si perde un pezzo di città vissuta. Poi c’è la zona orientale, dove il lungomare Colombo rappresenta la manutenzione nella sua forma più ordinaria: verde, panchine, percorsi, pulizia, accessibilità. Nel 2025 residenti e associazioni avevano segnalato condizioni di degrado e abbandono, chiedendo interventi in un’area frequentata da bambini, anziani e persone con disabilità, anche per la presenza della spiaggia inclusiva Balnea. Non grandi architetture, dunque, ma condizioni minime di vivibilità. Proprio quelle su cui si misura davvero la qualità di una città. Il problema non è scegliere tra nuove opere e manutenzione. Il problema è capire se la manutenzione venga considerata essa stessa un’opera pubblica. Perché una città non si degrada soltanto quando uno spazio cade a pezzi. Si degrada anche quando i cittadini si abituano a vederlo così. L’Urban Center, inaugurato in via Bastioni come luogo permanente di studio, ricerca, documentazione e confronto sulla trasformazione urbanistica contemporanea, potrà avere un ruolo utile se non diventerà soltanto il luogo in cui raccontare la città trasformata, ma anche quello in cui discutere la città trascurata. Salerno non ha bisogno solo di inaugurare nuovi spazi. Ha bisogno di guardare con la stessa attenzione a quelli che già appartengono ai cittadini e che ogni giorno vengono attraversati, usati, evitati o subiti. La manutenzione non è il contrario della trasformazione urbana. Ne è la condizione minima. Andrea Montinaro








