Nelle Baccanti secondo Theodoros Terzopoulos - Le Cronache Spettacolo e Cultura
Spettacolo e Cultura teatro

Nelle Baccanti secondo Theodoros Terzopoulos

Nelle Baccanti secondo Theodoros Terzopoulos

Theatrum Mundi Pompei 2026

Le Baccanti di Euripide, regia Theodoros Terzopoulos

Produzione Emilia Romagna Teatro ERT/ Teatro Nazionale Teatro di Roma / Teatro Nazionale, Attis Theatre Company.

Traduzione Edoardo Sanguineti

Con: Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (corifea), Giulio Germano Cervi (primo messaggero), Rocco Ancarola (secondo messaggero)

Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati

Musiche originali: Panagiotis Velianitis

Regista assistente: Savvas Stroumpos

Assistente alla regia: Stravos Papadopoulos

Assistente alla drammaturgia: Michalis Traitsis.

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di Pasquale De Cristofaro

I grandi maestri della scena spesso hanno ripetuto, nella loro lunga vita creativa, gli stessi titoli. Come Carmelo Bene che tornerà più volte in scena con i suoi Pinocchio e i suoi Amleto, Giorgio Strehler con i Giganti e il suo prodigioso Arlecchino, lo stesso Luca Ronconi proporrà in più versioni le Baccanti di Euripide, celeberrima quella fatta per pochi spettatori alla volta con un’unica interprete, la grande Marisa Fabbri. Anche Theodoros Terzopoulos porta in scena qui a Pompei per la settima volta questo testo terribile e misterioso delle Baccanti. Diciamo pure che è con questo testo che fin dagli anni ottanta il maestro greco otterrà ampia riconoscibilità e affermazione sulla scena internazionale. Bisognerà, ora, precisare che Terzopoulos, come i grandi predecessori della regia europea del primo e secondo novecento, è anche il creatore di un metodo di lavoro fisico per attori davvero importante e ormai diffuso in tante parti del mondo. Come artista della scena, fondamentale è stata la sua formazione capace di tenere unite, in un difficilissimo equilibrio, i dettami della teoria brechtiana, appresa da Heiner Muller negli anni settanta in Germania, con la radicale eredità artuadiana. Proprio Artaud, declinato in vario modo, è sembrato essere per i registi della ricerca e della sperimentazione teatrale del secolo scorso e del nuovissimo come l’elemento ancora imprescindibile, un po’ come è stato Samuel Beckett per tutti coloro che hanno voluto scrivere per la scena in modo plausibile.

Detto questo, proverò a dire ciò che per me sono state queste nuove Baccanti del maestro greco. Innanzitutto, gli spettatori entrando troveranno su una scena sostanzialmente vuota un cilindro iperbarico con un uomo (sembra un manichino, tanto è fermo e immobile) attaccato a due grandi colonnine d’ossigeno. In alto, dietro questo cilindro, un uomo, un corifeo (Paolo Musio) biascica parole inudibili come una preghiera lontana. Da quel poco che si riesce a sentire capiamo è greco antico, Eraclito, forse. Intanto, dopo lunghi minuti in cui non accade nulla, piano piano la voce diventa più presente e le luci cominciano a delineare il perimetro sacro in cui ancora una volta il mistero dell’antico teatro prenderà vita. Una corifea donna (Gemma Carbone), s’aggira dimenandosi sulla scena. Quindi entrano due uomini in bianco dai lati opposti del boccascena che lentamente arrivano al centro del palcoscenico iterando, come in un rituale di cui abbiamo perso la chiave per intenderlo, movimenti di raffinata e geometrica astrattezza. Quindi, mentre lo spazio dell’orchestra verrà occupato da dodici coristi straordinari, dalla gradinata scende lentamente un attore che capiamo essere Dioniso (Roberto Latini). Il dio ha preso sembianze umane per tornare nella sua città natale, Tebe, e vendicare la madre ed imporre il suo culto. Mentre il re Penteo (Marco Cacciola), suo cugino, è fuori città, ha già fatto impazzire tutte le donne di Tebe che hanno abbandonato le loro case per rintanarsi sul monte Citerone e celebrare lì i misteri bacchici.

Un Dioniso, questo, senza riccioli biondi e senza tirso con una voce maschia e rugginosa che rende con bella evidenza le ragioni della sua venuta. Intanto, dal cilindro iperbarico l’uomo assopito si riprende ed esce. Capiamo che è Cadmo (Enzo Vetrano). Ora, insieme al vecchio Tiresia (Stefano Randisi), entrambi miracolosamente ringiovaniti, sono pronti per seguire le menadi. Tiresia, elegantemente vestito, con un piccolo seguito di iniziati in processione con bellissimi ventagli attraversano il proscenio. In questo lentissimo passaggio tante sono le suggestioni e gli echi di certo teatro orientale o degli altrettanti celeberrimi attraversamenti di profilo degli spettacoli di Bob Wilson, il genio texano. Intanto, ecco che Penteo, rientrato in gran fretta, rifiuta di riconoscere Dioniso e condanna nel modo più assoluto il comportamento delle donne tebane. Ora il Dio, travestito da straniero, manipola ad arte Penteo facendolo precipitare nella follia più cupa. Penteo mostra d’essere attratto e terrorizzato al tempo stesso dai misteri dionisiaci. Dioniso capisce che il granitico Penteo è ormai caduto nella sua rete e lo persuade a vestirsi da donna per osservare la madre Agave e le altre donne invasate senza essere scoperto.

Sul monte però il maschio e misogino Penteo troverà la morte proprio per mano di Agave che accecata dal delirio lo scambia per una belva e lo fa a pezzi. Tutto questo è raccontato mirabilmente dai due messaggeri (Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola). Nelle tragedie, è risaputo, il sangue è opportunamente tenuto fuori dalla vista degli spettatori. Agave, in fine, rientrata in scena, riconosce, rinsavendo, che la testa che orgogliosamente ha tra le mani e che fieramente porta come un valoroso cimelio in rappresentanza della sua forza, non è altro che la testa di Penteo, il suo caro figliolo. È il povero Cadmo a farglielo piano piano capire ammutolendola. È questo uno dei momenti più intensi e forti di questa messa in scena. Agave e Cadmo (rispettivamente Alvia Reale ed Enzo Vetrano) ci toccano profondamente con un dire umanissimo il loro strazio e il loro immenso dolore.

Pian piano cala il buio su una scena in cui i due restano ormai naufraghi disperati di un’esistenza in cui la Necessità è la vera padrona dei nostri fragili destini, mentre il coro chiude affermando che il divino ha molte forme e che gli Dei realizzano molti eventi contro ogni aspettativa, non si compie ciò che è atteso e di ciò che è inatteso il dio trova la strada.

Detto questo, dirò che lo spettacolo è bello ed efficace. Una vera ossessione per Terzopoulos da declinare in tempi e spazi diversi. Qui, un Dioniso che incarna l’archetipo del rifugiato che destrutturando la compatta identità di Penteo ci invita a illuminare il futuro con la luce della vita. Una traduzione, quella di Edoardo Sanguineti, ancora molto attuale. Gli attori, tutti precisi, eseguono con perizia, forza impeccabile le loro partiture. Infine, è doveroso spendere qualche parola sul prezioso lavoro svolto dai dodici ragazzi del coro che meriterebbero, tutti, una nota di merito speciale. Sono dall’inizio alla fine instancabili. Sono il respiro prezioso dello spettacolo. Corpi artuadiani, soffio e carne di un dolore eterno. Si avverte la forza primigenia della Natura. La loro è una danza alla rovescia che commuove e colpisce. Tutto un fremito uno scuotimento, animalesco, carnale, viscerale. Difficilmente dimenticheremo la loro forza e la loro giovanile energia. Dopo tutto, non poteva essere diversamente. “Il fecondatore Dionysos invita l’attore a ricercare il corpo archetipico che è nascosto nel profondo della sua struttura, oppresso e represso dalla mente. Questo corpo, con risorse di un’energia psicofisica senza precedenti, è il materiale principale dell’attore e i suoi confini si estendono oltre i limiti del corpo fisico. Si riforma continuamente dalle memorie che sono profondamente incise nella sua struttura. (…) L’esercizio con la voce e con il corpo allontana l’attore dai limiti della percezione lineare dello spazio e del tempo. Il tempo perde la linearità della convenzione sociale, si dilata e si contrae, rallenta o si sviluppa con balzi in avanti, si fa silenzioso, viene proiettato nello spazio e provoca delle spaccature nell’idea compatta e unitaria che l’uomo ha del mondo”. Queste, per concludere davvero, alcune riflessione del maestro greco sul corpo dell’attore. Buon Teatro sempre.

(da www.resistenzequotidiane.it)