di Erika Noschese
Benvenuti alla nuova puntata della sitcom più surreale del panorama politico cittadino, una serie che potremmo intitolare “L’Audacia del Privilegio” o, più prosaicamente, “Salerno è casa mia e ci faccio quello che voglio”. Dopo aver trasformato la ex Casa del Combattente nel proprio bunker elettorale permanente – con la benedizione dei salotti buoni e gli sconti “comitiva” firmati dall’ormai ex Sindaco – il candidato della lista Salerno per i Giovani ha deciso di elevare il tiro. Il set cinematografico itinerante della sua propaganda si è spostato in uno dei gioielli più preziosi della città: i Giardini della Minerva. Il copione, però, resta lo stesso: si entra, si accendono le telecamere, si recita la parte del giovane innamorato del territorio e si esce, dimenticando quel piccolo, insignificante dettaglio che per i comuni mortali si chiama “autorizzazione”. La conferma arriva direttamente dall’associazione Erchemperto, che gestisce il bene per conto del Comune: “Nessuna richiesta di riprese per spot elettorali è pervenuta alla nostra mail”. Un’ammissione che ha il sapore amaro della resa istituzionale. Il gestore alza le braccia e passa la palla al proprietario, il Comune, sostenendo che sia impossibile vigilare su ciò che accade tra le piante officinali. Una tesi curiosa: se domani un cittadino decidesse di allestire un banchetto nuziale tra gli orti della Minerva senza avvisare nessuno, riceverebbe lo stesso trattamento distratto o verrebbe scortato all’uscita in tempo record? La gravità della vicenda non è solo una questione di bon ton o di “buona educazione” istituzionale. Siamo nel pieno di una campagna elettorale regolata da norme ferree sulla parità di accesso e sul corretto utilizzo degli spazi pubblici. Il Commissario Prefettizio era stato chiaro: l’accesso agli spazi comunali per fini elettorali non è vietato, a patto – ed è un “a patto” gigantesco – che si seguano le procedure, si rispettino le tariffe e si garantisca a tutti i candidati la medesima possibilità. Il candidato consigliere, invece, sembra muoversi in una dimensione parallela dove le circolari prefettizie sono semplici suggerimenti e il patrimonio della città è una scenografia gratuita messa a disposizione del suo ego politico. È qui che lo svelamento della verità di cui parlavamo nelle scorse puntate, si fa ancora più accecante. Il candidato che nei suoi spot ci elenca i motivi per non andare via da Salerno, dimostra nei fatti il primo motivo per cui molti, invece, vorrebbero scappare (o, a conti fatti, scappano): la percezione che le regole siano un fastidioso ostacolo solo per chi non ha i giusti “mentori”. Perché mai dovrebbe preoccuparsi di inviare una mail a Erchemperto o di pagare un canone di occupazione al Comune, se è cresciuto professionalmente all’ombra di un assessore alla trasparenza e sotto l’ala protettrice di una dinastia cittadina che lo ospita nei propri salotti privati? Il paradosso raggiunge vette metafisiche: un aspirante consigliere comunale, vale a dire un soggetto che dovrebbe candidarsi a scrivere e far rispettare i regolamenti della città, inizia la sua corsa calpestandoli sistematicamente. Come si può pretendere di rappresentare Salerno se non si ha il minimo rispetto per le procedure che regolano i suoi luoghi simbolo? La risposta di Erchemperto – “È il Comune a doversene interessare, per noi è impossibile verificare se qualcuno degli oltre 600 candidati al Consiglio Comunale entri per fini elettorali e personalistici” – è inattaccabile perché diventa assolutamente impossibile verificare questi aspetti. Se il gestore non può, di fatto, vigilare e il proprietario (il Comune) non sembra avere mezzi a disposizione per vigilare sul rispetto delle norme, la città diventa terra di conquista per chiunque abbia una telecamera e la faccia abbastanza tosta. Questa non è una “iniziativa giovanile”, è sciacallaggio d’immagine. Utilizzare la bellezza dei Giardini della Minerva per fini propagandistici personali, senza versare un euro nelle casse pubbliche e senza chiedere il permesso, significa sottrarre un valore alla collettività per monetizzarlo in termini di consenso. È il proseguimento della strategia già vista alla Casa del Combattente: occupare, usare, abusare e poi, se qualcuno si lamenta, nascondersi dietro un “non sapevo” o, peggio, dietro l’accusa di voler frenare l’entusiasmo dei giovani. Quanto ancora dobbiamo attendere prima che “chi di competenza” smetta di fare lo spettatore non pagante di questa squallida recita? Salerno non è un set a disposizione gratuita di chi è stato il segretario tuttofare del potere uscente. È una comunità che merita rispetto e, soprattutto, legalità. Vedere i Giardini della Minerva ridotti a sfondo per le ambizioni di chi non sa nemmeno cosa sia una richiesta formale di autorizzazione è un insulto a tutti quegli operatori culturali, a quelle associazioni e a quei cittadini che, per ogni iniziativa, devono affrontare trafile burocratiche infinite e pagamenti puntuali. In questa assurda sitcom, il finale sembra scritto: il protagonista continua a navigare a vista nel mare dell’impunità, convinto che il concetto di legalità sia elastico, ad uso e consumo degli amici. Ma lo svelamento della verità non si ferma: ogni spot girato senza titolo, ogni porta aperta senza permesso, ogni silenzio complice delle istituzioni è un velo che cade. Salerno sta guardando, e sta capendo che il “nuovo” che l’aspirante consigliere propone ha l’odore stantio dei vecchi privilegi, travestito da un moderno ed estetico, ma totalmente illegittimo, “coworking” della prepotenza. Chi ha il dovere di vigilare batta un colpo, o ammetta definitivamente che ai Giardini della Minerva la pianta più rigogliosa è diventata quella dell’anarchia elettorale autorizzata.





