Resta in cella Francesco Genovese. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che quindi ha confermato la custodia cautelare in carcere per il 60enne ritenuto figura di riferimento in ambienti camorristici della Valle dell’Irno e dell’Agro nocerino. I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso che era stato presentato dalla difesa contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Salerno, che a sua volta aveva confermato il provvedimento emesso dal giudice per le indagini preliminari nel novembre dello scorso anno. L’inchiesta parte da Avellino ed è quella di due imprenditori che si trovavano in difficoltà e avevano chiesto soldi ad esponenti della consorteria della Valle dell’Irno (Francesco Genovese) ma quando non riuscirono a pagare si rivolsero ad amici e conoscenti per tamponare il debito. Quì entrarono in gioco i sodali del clan stabiese dei D’Alessandro che non solo intimarono alla cosca opposta di desistere su quel debito contratto dagli imprenditori conciari ma li costrinsero a pagare rate da 2mila euro mensili per un totale di 60mila euro a fronte di un prestito iniziale da un amico ritenuto vicino al clan della Valle dell’Irno di 15mila euro. A questo punto subentrò il clan Partenio di Avellino che, rimarcando e facendo notare di non accettare le estorsioni sul proprio territorio, incontrarono le vittime in un bar di Montoro e minacciandole dissero loro di non pagare più i D’Alessandro ma i propri emissari: quei 2mila euro mensili in sostanza sarebbero toccati al clan Partenio di Avellino. Secondo l’accusa, Genovese avrebbe avuto un ruolo determinante nel passaggio del credito illecito da un gruppo criminale a un altro, contribuendo a rafforzare la pressione sulle vittime, già indebitate e in stato di forte soggezione. La vicenda prende avvio da prestiti a tassi usurari concessi da un soggetto poi estromesso con modalità intimidatorie da esponenti della criminalità stabiese. Le vittime, impossibilitate a sostenere il debito, sarebbero state costrette a pagare nuove somme a favore del gruppo subentrante, sotto la minaccia implicita derivante dalla caratura criminale degli interlocutori. In questo contesto si era. Inserita la figura di Genovese il quale, secondo i giudici, intervenne in un incontro decisivo nel settembre 2024, avallando il subentro dei nuovi creditori e invitando le persone offese a rispettare i pagamenti nei loro confronti. Un intervento ritenuto tutt’altro che marginale: per la Cassazione, infatti, la sua presenza avrebbe consolidato la forza intimidatrice dell’azione estorsiva. Confermata dai giudici anche l’aggravante del metodo mafioso, evidenziata dal clima di paura in cui vivevano le vittime. Determinanti, ai fini della misura cautelare, anche la personalità dell’indagato e i precedenti per reati di stampo mafioso. Per i giudici permane un concreto pericolo di reiterazione, tale da rendere la misura cautelare in carcere come l’unica ritenuta adeguata. Genovese quindi resta detenuto.





