Ola Chieffi
Una mattina d’inverno del 1976, col sole che già portava la primavera tra gli alberi spogli della città, con la mano in quella di mio padre ascolto attonita la voce chiara, tranquilla del poeta, quasi a salutare gli amici: “Sì, io l’apostolo Andrea. Io con tutti gli altri, da autentici apostoli, camminavamo, camminavamo, camminavamo per giornate intere. Ricordo una grande stanchezza”. E’ questo un ricordo un po’ sfumato da bambina, forse in villa comunale, dell’apparizione di Alfonso Gatto, del quale, stasera a Palazzo Fruscione, alle ore 19, nell’ambito della mostra Infiniti mondi, sarà schizzato il profilo da attore, ne’ “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini , da Francesca Salemme in dialogo con Filippo Trotta, presidente della Fondazione Gatto e da Monica Trotta, nipoti del grande poeta di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa. Quindi, verrà proiettato il film Il Vangelo secondo Matteo. La pellicola rappresenta un momento cruciale per il percorso intellettuale di Pasolini, in quanto è qui per la prima volta che il poeta affronta, in tutta la sua dilacerante evidenza, il tema della propria, personale irrazionalità. L’idea di fondo del Vangelo pasoliniano, dunque, non scaturiva tanto dalla volontà di mettersi ancora una volta in discussione, e così di mettere in questione ogni dogmatismo possibile, anche quello antireligioso, ma attingeva soprattutto a quel senso di fondamentale irresolubilità di ciò che Pasolini, da sempre, identificava come nodo essenziale del proprio percorso intellettuale: l’idea della morte. Era il giugno del 1964 quando Pier Paolo Pasolini, alla ricerca della giusta ambientazione per il suo Vangelo secondo Matteo, scelse Matera come Gerusalemme e realizzò, tra i Sassi e l’aspro paesaggio della Gravina, sotto quel sole “ferocissimo e antico” che gli ricordava la Terrasanta, le più importanti scene del suo capolavoro. Un racconto polifonico il suo, che parla di cinema, arte, fotografia, poesia, musica, scultura, bellezza, ma anche di trasformazioni sociali, rovesciamenti di paradigmi e soprattutto di piccole e grandi utopie. “Prima il silenzio, poi la Musica e poi la Parola” e Bach incontra Pasolini ed il cinema, proprio nel Vangelo. Pasolini definisce la musica come “l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”. Pasolini era violinista, dilettante, forse di scarso talento, ma musicista. Lo testimonia una celebre foto che lo ritrae, adolescente, con i calzoni alla zuava, mentre stringe un piccolo violino sotto il braccio destro e tiene l’archetto con le due mani davanti a sé. Un’attitudine che rimane assopita e dormiente durante gli anni degli studi e delle peregrinazioni, ma che si riaccende quando nel 1942 Pierpaolo e la famiglia ritornano a Casarsa, nel vecchio casolare della madre. In appunti non sistematici prende forma la celebre endiadi che sintetizza le due dimensioni della musica di Bach: la sua concreta, urgente sensualità e la sua astratta, metafisica, religiosità: la carne e il cielo, il corpo e la preghiera. La Passione secondo San Matteo costituisce senza dubbio l’elemento musicale di maggiore interesse nel Vangelo, la presenza di altri brani bachiani offre comunque molti spunti di analisi: la musica, placida ma carica di pathos, dolore e colore, con gli strumenti solisti (flauto, violino, oboe) che dialogano amabilmente, diviene proiezione sonora dei sentimenti dei protagonisti, sostenendo alla perfezione il ritmo delle immagini. L’aria “Erbarme dich”, in forma strumentale, una delle più belle della Passione, va a dare rilievo spirituale al pianto di Pietro, Mozart sacro e profano, la musica massonica, miracolosamente si mescolano e il genio di Salisburgo, diviene agli occhi di Pasolini, immagine della “leggerezza mortuaria”, a suffragare le modalità con cui la sua musica entra a far parte della colonna sonora del film, in cui accompagna la passione di Cristo, unitamente a Prokofiev e Webern, mentre le melodie originali sono firmate da Luis Bacalov. L’impostazione coreografica di alcune scene raggiunge la sua massima espressività nel ricalcare schemi pittorici ancora una volta rinascimentali ispirati a Piero della Francesca come nell’atroce Strage degli Innocenti, schemi contaminati da allusioni alla contemporaneità come i fez neri sui volti angolosi da squadristi dei soldati di Erode. La luminosità abbagliante di alcune scene di esterni ricorda quella dell’onnipresente Ejzenstejn, mentre, sempre a favore di una “umanizzazione” drammatica delle vicende evangeliche, i processi subiti da Cristo, sono ripresi in lontananza tra le nuche della folla, che ogni tanto si sovrappongono all’obbiettivo. Pier Paolo Pasolini scelse la propria madre per ottenere l’aderenza visiva che egli cercava ne Il vangelo. Susanna Colussi interpretò la Maria più anziana che conclude il film si recandosi con altri alla tomba del Figlio e non trovandolo più avvolto nel sudario. E’ una Maria, che vive la disperazione della crocifissione del Figlio con tutto il suo corpo, lo stesso che lo aveva accolto. una donna che esprime una sofferenza indicibile ma più composta, quasi trattenuta ed affidata soprattutto al registro espressivo del suo volto. Una radicalità quella di Maria che è la stessa irremovibilità nel perseguire l’obiettivo di una rivoluzione “senza sangue”, con le “armi della poesia”.





