Di Olga Chieffi
La natura profonda della gentilezza, va ben oltre la sua semplice apparenza sociale è un’energia connettiva, un atto di verità istintiva e onestà immediata tra azione e pensiero, che richiede coraggio e autenticità. La vera gentilezza non si riduce a formalismi o a cortesia superficiale, ma si manifesta come una scelta consapevole e generosa, spesso a costo di un impegno personale. La gentilezza, secondo Nietzsche, è legata alla generosità dei magnanimi, e spesso la si interpreta erroneamente come cortesia formale. L’aneddoto che racconta dello stesso filosofo tedesco abbracciare un cavallo frustato a sangue dal proprio cocchiere serve a illustrare come la vera gentilezza possa manifestarsi anche in azioni intense e profonde, rivelando le qualità dell’ essere stesso. Come predica Papa Leone non dobbiamo sottovalutare la gentilezza, che non va mai omessa o data per scontata. La gentilezza è la forma con cui non solo il rispetto, ma l’affetto, l’amore stesso prendono forma nelle nostre relazioni e, quindi, da aspetto formale diviene elemento sostanziale delle nostre comunicazioni. Una conversazione gentile, infatti, evita giudizi affrettati nei confronti dell’interlocutore e si presta anzi ad essere strumento di solidarietà e sostegno per l’altro. Se ci si cimenterà nell’ evitare parole taglienti o offensive a favore di una cordiale gentilezza si svilupperà un positivo clima di benevolenza e ci si educherà reciprocamente alla formazione di un animo attento anche alle relazioni con tutti, nella vita quotidiana. La gentilezza e la cura delle parole sono forse il primo punto per contrastare ogni violenza e promuovere la pace. Dal Conservatorio di Musica “G.Martucci”, ove ieri pomeriggio si sono concluse le due intense giornate di lavori della IV edizione delle Giornate di Studio dedicate alla parità di genere “Voci Ritrovate: Donne, Musica e Processi Culturali”, è venuto chiaro e forte il messaggio, con l’inaugurazione di una panchina lilla, dedicata alla gentilezza, una tinta, questa, che nasce dall’unione di due colori primari, ovvero il rosso che è il colore della concretezza e il blu che è il colore della profondità. L’inaugurazione della seduta, che si aggiunge alla panchina rossa, simbolo del rifiuto della violenza sulle donne e del loro sangue versato, ad eterno ricordo di un nemico che non ha volto, schiavo delle debolezze umane e quella blu, simbolo dei disturbi dello spettro autistico, significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, libera dai pregiudizi, capace di accorciare le distanze tra le persone, è stato il primo atto ufficiale del neo-eletto Presidente del Consiglio d’Amministrazione del Martucci, Vittorio Acocella e dell’ intero consiglio, alla presenza del Vice direttore Ernesto Pulignano, della Dottoressa Luciana Giordano, della Dottoressa Anna Elisabetta Spera e del Rappresentante dei docenti Demetrio Massimo Trotta, unitamente a quello degli studenti Alessandro Tino. Bellezza fa rima con gentilezza e oltre alle parole di speranza e ottimismo da parte dei membri del consiglio, la sorpresa della gentilezza è venuta dal Maestro Francesco Aliberti, il quale ha dedicato, con i suoi allievi, alla piccola platea intervenuta, una lauda filippina di Vespasiano Roccia, autore a cavaliere tra il tardo Rinascimento e il primo barocco, “Hor eccoti il mio core”, dedicata alla Vergine, una invocazione che è anche un canto d’amore e speranza.





