CESARISMO - Le Cronache Attualità
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CESARISMO

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Alberto Cuomo

Quanto accade, non solo nel mondo ma anche vicino a noi, ci mostra che la democrazia può trasformarsi in tirannia tanto da finire, in definitiva, con l’essere persino utile ai tiranni. In passato, infatti, il riconoscimento della tirannia quale sistema politico determinava allo stesso tempo lo sviluppo di una coscienza critica, oppositiva, sino all’assassinio del tiranno che appariva scontato se non giusto e comunque approvato da tutti. Così è stato per Mussolini, Hitler, Gheddafi, Saddam Hussein, Pol Pot, Ceausesco. In democrazia, o nelle cosiddette democrature invece i tiranni, sia locali, i cacicchi, i piccoli ras, sia nazionali non vengono assassinati ma solo deposti e un capo politico che volesse creare un sistema al fine di mantenere il proprio potere per trasformarsi in tiranno non viene certo ucciso ma anzi gli si consente di continuare a svolgere attività politica. Si ricorderà in Italia la riforma costituzionale proposta dal governo di Matteo Renzi che accanto ad alcuni provvedimenti popolari, quali la diminuzione dei parlamentari, l’abbassamento degli stipendi dei consiglieri regionali, etc. poneva un alto premio di maggioranza al partito più votato pure interno ad una coalizione e le deliberazioni parlamentari soggette “a data certa” inoltrando la nostra democrazia verso una deriva autoritaria. La riforma, non avendo raggiunto in Parlamento la maggioranza dei due terzi dovette essere sottoposta a referendum confermativo e, malgrado la bocciatura dei cittadini, Renzi se la cavò dimettendosi da presidente del Consiglio, così come aveva promesso in caso di esito negativo, rimanendo però deputato e capo di un nuovo partito. Una sorte in definitiva favorevole se si pensa che Cesare per molto meno fu ammazzato da quanti ritenevano avrebbe voluto trasformare la repubblica in monarchia e farsi reggente unico. In realtà Giulio Cesare, triumviro con Pompeo e Crasso, non aveva mai dato adito reale all’ipotesi di volere abbattere la Repubblica oligarchica, che tuttavia era in crisi per le guerre e le lotte tra fazioni interne. Il fatto che con le sue vittorie avesse fatto espandere Roma sì da avere il consenso di buona parte del popolo e il seguito dei soldati a lui fedeli lo rendeva pericoloso agli occhi dei senatori, sebbene non avesse mai detto che per averlo console i romani sarebbero dovuti andare a piedi a Pompei né aveva promosso figli al Senato. Pare che la sua sola colpa era di essere antipatico ai suoi pari, non certo per i suoi trionfi quanto per il suo carattere arrogante nei gesti più che nei discorsi. Cicerone nelle pubbliche orazioni lodava il suo genio, la clemenza, la buona scrittura, ma nelle lettere private manifestava il timore di una sua aspirazione a divenire tiranno. Gaio Sallustio ne esaltava invece la generosità, e l’attaccamento al lavoro amministrativo, ritenendo che la sua gloria fosse nella munificenza verso gli altri e nella capacità di perdono dei nemici. Un secolo dopo, quando la sua memoria era ancora viva, gli storici più distaccati, Svetonio e Plutarco, ne riconoscono il genio militare e il coraggio in battaglia ma sottolineano anche i difetti quali l’amore per il lusso, l’ambizione e, particolarmente, l’arroganza. In proposito Svetonio riporta un aneddoto riguardante il rapporto di Cesare con il Senato: “Sed praecipuam inuidiam sui fecerat… quod senatum uenientem sedens exceperit” (Ma aveva attirato verso sé una invidia particolare perché… aveva ricevuto il Senato che giungeva restando seduto) quasi sia stato un tale sentimento, l’invidia per il suo ritenersi superiore, a generare l’odio politico che aveva armato i senatori per ucciderlo. Escludendo i vari dittatori delle democriture, i Putin, Xi Jinping, Erdogan, etc. Non si può non riconoscere che anche nelle democrazie vere e proprie alcune decisioni dei capi del governo possiedono un senso autoritario. Le scelte del presidente americano Donald Trump di aggredire stati sovrani, il Venezuela e l’Iran, o di minacciarne altri, la Groenlandia, il Canada, senza tener conto del diritto internazionale non possono essere forse dettate da una sorta di tirannia incompiuta ma effettuale? C’è in tutto il mondo, nei vari paesi, il desiderio dei governanti di avere mani libere nelle proprie scelte, anche drammatiche, In Italia, dopo Renzi, prova a cambiare la legge elettorale anche il governo Meloni e la riforma proposta, oltre la farraginosità del doppio voto, plurinominale e di circoscrizione, è ulteriormente restrittiva dell’attuale “rosatellum”. Se questo infatti prevede che l’elettore possa almeno scegliere il suo rappresentante nel voto uninominale qualora passasse il disegno di legge governativo i cittadini voterebbero senza scegliere nominativi quanto solo l’elenco dei rappresentanti dei singoli partiti. Una proposta altresì divisiva che, in presenza della battaglia referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura, sarebbe stato meglio non avanzare. Che Meloni sia stanca e un po’ appannata?