L’Italia è tornata a tremare. Non per un vulcano o un terremoto, ma – come sanno ormai tutti – per una bomba. Un chilo di esplosivo che venerdì scorso ha disintegrato due auto, quella di Sigfrido Ranucci e di sua figlia Michela. Non stiamo qui a stigmatizzare solo un atto vandalico. Siamo davanti ad un fatto molto più grave: la minaccia contro la libertà d’informazione, contro la libertà personale, contro la democrazia, contro sentimenti popolari che pensavamo inviolabili.
Proprio nei giorni della Giornata della Memoria ecco una fiammata improvvisa. Che ci fa tornare ad un’Italia dei libri di storia, degli anni di piombo, delle ideologie che pensavamo finite, del terrorismo diventato tragedia quotidiana. Anche se questa volta è sembrata solo una minaccia – senza che, per fortuna, vi siano state vittime o feriti – il pensiero in molti di noi è comunque andato ai giorni di Falcone e Borsellino. E sì. Perché nel mirino di chi spara o accende una miccia gli obiettivi sono quasi sempre un magistrato o un giornalista, in quanto restano secondo noi le massime espressioni della democrazia
I dati, i numeri, gli episodi, da chi, e dove le minacce?
I numeri sono importanti, perché indicano la gravità, e perché non tutti li conosciamo. Vengono da chi li monitora e li approfondisce ogni giorno.Vengono da Ossigeno per l’Informazione, un’associazione seria ed attendibile perché voluta dalla Federazione Nazionale della Stampa e dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti.
Solo nel 2024 sono stati 197 gli episodi, e 516 i giornalisti minacciati, il 74% uomini ed il 26% donne. Interessanti le tipologie delle minacce. Avvertimenti nel 68% dei casi, nel 22% un abuso di denunce ed azioni legali con querele e richieste risarcitorie smisurate con l’intento evidente di scoraggiare il prosieguo di articoli d’inchiesta, nel 5% aggressioni, nel 4% danneggiamenti, nell’1% l’ostacolato accesso all’informazione. Inquietante la provenienza delle minacce. Sempre secondo Ossigeno per l’Informazione nel 35% proprio da Enti ed istituzioni pubbliche, nel 34% dal sociale cioè privati cittadini o associazioni, nel 21 % sconosciuta, nel 4% criminale ed imprenditoriale, nell’1% mediatica cioè attraverso mezzi d’informazione. Nel 2024 con il 16% è stato il Lazio la Regione con più giornalisti minacciati, ed a seguire Veneto, Sicilia e tutte le altre, con la Campania decima con il 4,7%.
Da oltre 10 anni Ranucci sotto scorta. Ma perché, cos’è che fa scattare le reazioni, cosa è importante fare?
Come sappiamo tutti, Ranucci conduce Report, su Rai 3. Un giornalismo d’inchiesta, di certo scomodo difficile e rischioso, ma serio e documentato. E lì cala il velo. La libertà di espressione, il coraggio della critica, l’audacia della denuncia mettono a nudo le devianze di chi detiene il potere. Ed è qui che occorrerebbe l’unità di uno Stato, la coesione tra istituzioni, forze di polizia, magistratura, per reagire, per proteggere. Ma anche la voce alta della stampa libera e di una società civile che non si rassegna ad una libertà solo a parole come accade oggi. Spetta agli inquirenti investigare e rilevare da dove, da quale parte, da chi e perché parte l’aggressione. Ma questo non deve impedire di chiederci cosa si è fatto finora e cosa si sta facendo per rendere il nostro Paese più resistente contro le minacce di chi non ti consente di parlare o di scrivere senza paura. Che Ranucci sia sotto pressione per le sue inchieste lo sappiamo, e leggiamo anche da chi. Certo in queste ore dopo l’episodio è stato tutto uno scandalizzarsi ed un difendere la libertà e l’indipendenza dell’informazione come valori irrinunciabili delle democrazie… Ma dentro di noi avvertiamo anche il velo di ipocrisia che accompagna la retorica dei politici. La politica e il mondo degli affari mal digeriscono le inchieste, e minacciano. Con effetti anche inevitabili. Nonostante gli ottimi ascolti, il programma ha infatti meno puntate nei prossimi palinsesti Rai.
Ma in generale, in Italia tutto il giornalismo che tocca i nervi scoperti del potere finisce sotto attacco
Qualunque conformazione esso abbia, è sotto attacco. Wired, rivista americana con una versione anche italiana, ha riassunto cose assai gravi sugli attacchi alla stampa italiana. E cioè che Il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, e il capo cronaca della redazione di Napoli, Ciro Pellegrini, sono stati sorvegliati con il ricorso alla spyware Graphite dell’israeliana Paragon, che – ricordate? – ha poi detto di aver rescisso un contratto con le autorità italiane. Ma il governo non ha mai fatto seriamente chiarezza sulla vicenda. Solo un mese fa, il 10 settembre, un’altra giornalista di Fanpage che si occupa di criminalità organizzata, Giorgia Venturini, si è trovata davanti alla porta di casa una testa di capretto mozzata. Una intimidazione di puro stile mafioso. Irpimedia, una testata italiana online di giornalismo investigativo non profit di recente fondazione (2012) è sotto attacco attraverso il metodo delle Slapp. Che è un acronimo di Strategic Litigation against Public Participation (causa strategica contro la pubblica partecipazione) ma che possiamo sintetizzare come querele temerarie. Iniziative spesso infondate, portate avanti da governi, politici o grandi aziende, per silenziare il giornalismo, comedicevamo anche prima, con la minaccia di risarcimenti da capogiro. Solo Irpimedia deve difendersi da cinque di queste azioni, per un controvalore di 100mila euro contestati. A cui si aggiungono le cause personali contro i singoli giornalisti. Una forma di abuso del diritto che mira a limitare l’esercizio della libertà di espressione. Insomma, quando il giornalismo è un sassolino nella scarpa, scomodo fino a dare fastidio, allora qualcuno può anche sbuffare d’insofferenza e lasciarsi scappare “Se le vada a cercare”, un’espressione che molti noi si ricordano da chi è stata pronunciata, e che – anche se può scappare, certo – non dovrebbe però uscire dalla bocca proprio di chi detiene ed esercita il potere ai livelli più alti. E per alleggerire ques’aria pesante e mefitica vogliamo chiudere con una delle solite belle e grandi espressioni di Sergio Mattarella che, a Napoli per commemorare il cronista Giancarlo Siani, ha detto: “L’assassinio dei giornalisti è un assassinio delle nostre libertà, di una parte di noi a cui la comunità non intende rinunciare”. Ecco, chiediamoci tutti: Siamo pronti a fare fronte alle conseguenze di quella rinuncia?