SCAFATI. Fa scalpore la vicenda della ex Copmes e del fallimento della società Scafati Sviluppo, partecipata al 100% dal Comune. Una storia iniziata nel 2016, quando la società fu catapultata in una procedura fallimentare, trascinando con sé decine di migliaia di metri quadrati di patrimonio comunale poi confluiti nella massa da liquidare. Oggi, uno di quei beni torna all’asta, riaccendendo polemiche e interrogativi. Si tratta di un lotto di circa 300 mq, di cui 260 edificati e destinati a uffici e locali di guardiania, con un prezzo base fissato a 33 mila euro. Una cifra che ha immediatamente sollevato dubbi e perplessità, soprattutto da parte del consigliere comunale di “Scafati Rinasce”, Gennaro Avagnano, che ha denunciato pubblicamente la questione. “Mi chiedo e vi chiedo: il mio Sindaco e la sua giunta non hanno nulla da fare o da dire in merito?” si domanda Avagnano, sottolineando come si tratti di beni che erano di proprietà comunale e che oggi rischiano di essere ceduti a cifre considerate troppo basse. “Tra una festa e l’altra potrebbero avere il tempo di occuparsi anche di queste cose – dice il consigliere – perché Scafati Sviluppo, pur essendo in fallimento, resta una partecipata al 100% del Comune”. L’amministratore richiama anche un precedente che fece molto discutere: la vendita di 13 mila metri quadri della stessa massa fallimentare, stimati e ceduti a 270 mila euro, operazione finita sotto la lente della magistratura e oggi oggetto di un processo che vede imputato un perito. “Non dobbiamo dimenticare che già ci fu uno scandalo – ricorda Avagnano – e che la magistratura ha acceso i fari su quella perizia. È doveroso che l’amministrazione verifichi ogni passaggio”. Avagnano invita la giunta a intervenire non solo per valutare la congruità della stima, ma anche per verificare la conformità urbanistica degli atti e, se necessario, valutare un’offerta da parte del Comune. “Spenderebbero così certamente in miglior modo i soldi dei cittadini e non solo in feste e festini” afferma, ribadendo la necessità di tutelare il patrimonio pubblico. Il consigliere ricorda inoltre che quei locali erano utilizzati anche per la pesa degli automezzi, servizio oggi affidato dall’Acse a un’azienda privata per 500 euro al mese. “Questo si chiama fare l’interesse pubblico, come fecero all’epoca i due consiglieri che denunciarono la vendita dei 13 mila metri quadri – ricorda ancora il consigliere – Mi auguro che l’amministrazione non si volti dall’altra parte”. Il timore, espresso apertamente, è che l’immobile possa finire nelle mani di soggetti vicini all’amministrazione. “Chissà – conclude Avagnano – che poi su questi 260 metri quadrati non ci mettano le mani amici degli amici, parenti, clienti o poteri forti graditi alla giunta”. La vicenda, dunque, riporta alla ribalta una pagina complessa della storia amministrativa scafatese e apre un nuovo fronte di confronto politico. Resta ora da capire se il Comune deciderà di intervenire, chiedere chiarimenti o presentare un’offerta, oppure se lascerà che la procedura fallimentare segua il suo corso senza ulteriori approfondimenti. Mario Rinaldi







