Olga Chieffi
Prima che si chiudessero i “giochi” a Palazzo di Città, la stagione lirica è stata ancora una volta affidata al Maestro Daniel Oren che, nel 2027 festeggerà il ventennale alla guida del Teatro Verdi di Salerno. Riconfermata la cifra per lui 130.000 euro, è salita la frenesia per il toto-titoli del cartellone e “Or via, giocar si può” si invita nel secondo atto di Traviata. “La gatta in fregola”, citata nel titolo è quella delle streghe di Macbeth che proprio l’Opera di Sofia, con la quale il nostro massimo ha stretto forti patti di collaborazione e che vede il teatro bulgaro guidato dal regista Plamen Kartaloff, realizzare in Salerno almeno due eventi, è uno degli appuntamenti clou della loro programmazione. Rosa ampia, allora, ma nei corridoi del teatro, ove è in pieno svolgimento la stagione di prosa, aleggia un altro titolo verdiano ovvero il Trovatore, non tanto spesso ospite del nostro massimo (manca dal 2019) come gli altri due titoli della trilogia, ma capolavoro giovanile e romantico, che ben sposa il sentire del nostro direttore artistico. Il Trovatore, infatti, compendia l’intero melodramma ottocentesco, dispiegando torve vicende: l’infanticidio, i due fratelli rivali in amore e in guerra, che non sanno di essere legati dal vincolo del sangue, la donna contesa, una figlia che vuole vendicare una madre e che, al contempo, vuole essere madre difendendo a tutti i costi un figlio che, però, non è suo. E quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Raramente Verdi ha eguagliato l’enfasi corrusca e, insieme, l’elegia luminosissima di tante pagine. Immaginiamo un progetto InCanto, come al teatro San Carlo ed ecco che potrebbe epifanarsi in palcoscenico anche quel Figaro rossiniano, quel barbiere che fa anche il chirurgo, il botanico, lo speziale, il veterinario e soprattutto il sensale, attività in cui è il più abile della città di Siviglia, un vero ciclone meridionale che ammucchia in fretta parole su parole per avere sempre ragione. Ma forse che questo Figaro sia anche giornalista? Ai tempi d’ oggi eserciterebbe sicurmente e sarebbe il migliore. C’è anche chi sta già studiando il francese dei Pecheurs de Perles di Georges Bizet, un’opera che anticipa Carmen, capolavoro da cui è stato condannato per sempre all’ombra, un Oriente che si pone come qualcosa di “diverso” rispetto all’Occidente classico. La lontananza nello spazio si traduce anche in lontananza nel tempo e lo porta a recuperare antichi modi greci al fine di rompere la rigida cristallizzazione bimodale subita dalla musica europea, dopo l’adozione del temperamento equabile. Procedendo in tal modo Bizet anticipa uno dei mezzi principali che, in alternativa alla disgregazione cromatica, contribuiranno alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del nostro secolo, al rinnovamento del linguaggio musicale. Gounod continua ad essere il modello principale nei Pecheurs, un modello che funziona perfettamente dal punto di vista melodico, del quale ricordiamo quel Roméo et Juliette, che il Maestro Oren dirigerà all’Opera di Roma dal 28 aprile, sul nostro palcoscenico il debutto in città di una giovanissima Jessica Pratt, con accanto un impeccabile Saimir Pirgu, un Roméo ideale. Ancora pizzini al Verdi dicono La Fanciulla del West, titolo pucciniano, invocato da anni, una partitura dal suono sinfonico potente, per la quale si è parlato d’un presagio di musica da film, e non a torto, per la vorticosa introduzione orchestrale che potrebbe accompagnare i titoli di testa di un western, con influenze wagneriane dal Tristano e un uso mirato del leitmotiv per il tema della redenzione, ma in particolare per la presenza di un “personaggetto”, che ben si lega alla nostra città, Jack Rance, uno sceriffo ruvido che incarna il conflitto interiore. Il Conservatorio Martucci, dopo l’exploit de’ Il Cappello di paglia di Firenze avrebbe, di conserva con il Maestro direttore Francesco Rosa e il baritono Carlo Lepore, pensato ad un Don Giovanni, che come ogni grande opera d’arte, non ha problemi ed è comprensibile anche all’ascoltatore più ingenuo, accessibile a tutti in mille misure diverse. L’arditezza della forma, la passionalità, la crudezza degli affetti, l’ “esagerazione dei contrasti”, s’adeguano la potenza della dinamica e dell’agogica musicale connaturate con la vicenda scenica, la violenza delle tensioni, dei “crescendo”, dei colori orchestrali, l’incandescente luminosità della strumentazione, la straordinaria vivezza dei pezzi d’assieme, formalmente compatti e al tempo stesso ricchi di movimento e di libertà interiore, tanto quanto lo richiede la caratterizzazione dei singoli personaggi. Opera difficile per i ragazzi che guidati con contezza siamo certi possano riuscire nell’intento. La stagione sarà certamente dominata dalla principessa Turandot, musa nera per eccellenza, che compie cento anni…. nell’assenza di reale contenuto drammatico, quale avrebbe dovuto essere la trasformazione della principessa di ghiaccio in donna innamorata, il color locale, elemento collaterale di cui Puccini si era sempre giovato con abilità, diviene l’alfa e l’omega dell’opera. Tutto ciò non riguarda, ben inteso, la parte di Liù, la quale sta lì come pietra del paragone per mostrare cosa è veramente Puccini.





