MERCATO SAN SEVERINO – In sagrestia c’è un via vai continuo: mamme che chiedono informazioni, parrocchiani che passano per un certificato, l’organizzazione dell’appuntamento del giorno dopo con i bambini davanti alla chiesa. Don Aniello Del Regno si divide tra tutti, con un sorriso e una parola per ciascuno. Del resto, il suo motto lo prende in prestito da San Paolo: «Farsi tutto a tutti». È arrivato il primo ottobre alla guida della parrocchia di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni in Parco, ma sembra già di casa. Ha 58 anni, 33 di sacerdozio, e alle spalle quindici anni da parroco a Lancusi e Bolano, nel comune di Fisciano. Raccoglie il testimone di don Giuseppe Iannone, per tantissimi anni punto di riferimento della comunità. Lo abbiamo incontrato per parlare dei suoi progetti e della polemica nata dopo l’omelia del viceparroco, don Antonio Marchiori, domenica scorsa, raccontata su queste pagine sulla base di una segnalazione verificata con più fedeli presenti alla celebrazione.
Don Aniello, come è stato accolto?
«Bene. I cambiamenti non sono mai semplici, soprattutto a 58 anni, perché si esce dalla propria zona di comfort e si intraprende un altro cammino. Sto cercando di farmi conoscere: mi presento a chiunque incontro, chiedo, mi informo. Voglio stabilire relazioni umane vere. Il cristianesimo non è una disincarnazione, è un’incarnazione: il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. La nostra fede non è un’ideologia né un moralismo, è un’esperienza di incontro. Se incontro Gesù Cristo, la mia vita rifiorisce. E questo non significa senza difficoltà, anzi».
Cosa porta con sé dall’esperienza di Lancusi?
«Sono un prete girovago: in 33 anni di ministero questa è la mia quarta parrocchia. Ogni comunità mi ha arricchito, nel bene e nel male. Non sono tutte rose e fiori: come non esistono le famiglie da Mulino Bianco, non esistono comunità perfette. Esistono comunità che fanno fatica, che si impegnano, che hanno i loro momenti no. A Lancusi il segno più bello è stato unire due parrocchie, Lancusi e Bolano, in un’unica comunità».
Che stile porta qui a San Giovanni in Parco?
«Il mio. Non sono artefatto, sono una persona molto concreta. Nel mio ministero non ho mai fatto differenze: dal piccolo al grande, dal povero al ricco, dal politico all’operaio, dal professionista a chiunque. Cerco di farmi tutto a tutti, come diceva San Paolo. Non sempre ci riesco, ma mi impegno, perché un prete, come ogni cristiano, non è mai arrivato: si costruisce giorno dopo giorno».
E che comunità ha trovato?
«Più grande di quella che ho lasciato. Ancora non conosco i numeri, ma è un punto di riferimento anche per chi, nato a San Severino, è andato ad abitare altrove e continua a tornare qui».
Raccoglie l’eredità di don Giuseppe Iannone, parroco per tantissimi anni. Da dove riparte?
«Non do giudizi, non è il mio compito. Ai sacerdoti va sempre il rispetto, perché si sacrificano e si impegnano. Io sono dell’opinione che bisogna cambiare spesso: quando ho lasciato Lancusi, dopo quindici anni, la gente piangeva, e lì abbiamo realizzato tante cose insieme. Ma a un certo punto bisogna rimettersi in discussione: quando il vescovo mi ha chiamato, ho obbedito. I cambiamenti fanno bene al parroco e alla comunità. Qui trovo una bella comunità, da mettere un po’ insieme».
Molti parlano della sua attenzione ai giovani. Ha già dei progetti?
«Il tema dei giovani è scottante. Avvicinarli non è facile, anche per un tipo socievole come me, perché hanno un linguaggio nuovo. Io presenterò Gesù Cristo, e Cristo crocifisso, come direbbe San Paolo. C’è l’Azione Cattolica, e il mio desiderio è un oratorio aperto, anche se gli spazi sono quelli che sono. Qualcosa faremo, ma con l’aiuto della comunità: non bisogna chiedersi cosa fa la parrocchia per me, ma cosa faccio io per la parrocchia».
Cosa dice ai ragazzi?
«Che il mondo è allettante, ma spesso offre acqua di cisterna: ci si disseta, ma non è buona. Quella che offre il Signore è acqua viva. Solo che la sorgente si trova in alta montagna, e per arrivarci serve un po’ di fatica. Al di là delle cose da fare, spero che qualche giovane si avvicini per vivere un incontro vero con il Signore».
Domenica scorsa l’omelia di don Antonio Marchiori sugli immigrati ha spinto alcuni fedeli a lasciare la messa. Era a conoscenza dei fatti?
«Ero presente, ma stavo confessando e non ho ascoltato. Per quel poco che conosco don Antonio, posso dire che non è intollerante né razzista. Non so se sia stata un’espressione infelice, o una frase tolta dal contesto che ha acquistato tutt’altro significato. Io dico sempre che è importante il confronto: chi è rimasto colpito poteva fermarsi a parlare con me o con lui, e sarebbe finita lì».
Come chiude questa polemica?
«Con un principio: la Chiesa non può essere razzista. Abbiamo maestri che ci insegnano l’arte della carità. E la carità non è l’elemosina: è prendersi cura, stare accanto. La gente ha bisogno di una parola buona, di un sostegno, di una stretta di mano. Credo che lo stiamo facendo, anche in modo semplice».
Come sogna questa comunità tra qualche anno?
«Come una famiglia. Nelle parrocchie, come nelle famiglie, le difficoltà si superano con il dialogo, mentre il chiacchiericcio, il parlarsi sopra e l’egoismo impediscono relazioni vere. Mi auguro che gruppi e movimenti risplendano per i loro carismi e siano un dono, non un motivo di divisione, senza nessuno che voglia predominare. Gesù ce lo ha detto: siamo tutti servitori, chiamati a impegnarci senza cercare il successo. Il mio sogno è che chi ci guarda da fuori possa dire: che bella comunità, si rispettano, si vogliono bene».
Un messaggio ai parrocchiani?
«Si cammina insieme, non ci possono essere battitori liberi. Bando al chiacchiericcio e al pettegolezzo, che sono lo strumento più becero di controllo sociale: allontanano anche chi vorrebbe avvicinarsi. Se qualcuno deve dirmi che sto sbagliando, lo faccia nella carità e io ne sarò contento; se viene alzando la voce, non serve a nessuno. Desidero che il mio cammino a Mercato San Severino sia fondato sul rispetto. Una comunità cristiana si costruisce su Gesù Cristo, nella carità e nella verità».
Carmine Rosamilia






