Salerno,. Quesiti inattesi sui sacerdoti - Le Cronache Attualità
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Salerno,. Quesiti inattesi sui sacerdoti

Salerno,. Quesiti inattesi sui  sacerdoti

Pensavano che ci saremmo fermati? Invece no rieccoci solo per ricordare all’Arcivescovo di Salerno che siamo ancora in attesa di risposte e chiarimenti sulle assunzioni del fratello di don Virgilio D’Angelo alla ex Colonia San Giuseppe, alle polizze assicurative affidate al cognato di Don Alfonso Gentile deus ex machina di tutta l’attività economica della Archidiocesi, in sostanza il Vescovo ombra perché quello vero non ha ancora capito e compreso il suo ruolo all’interno di una Diocesi, e delle assunzioni di familiari di don Antonio Romano nelle cooperative che grazie ai soldi dell’8×1000 gli viene pagato lo stipendio. Di fronte a interrogativi circostanziati e richieste di chiarimento sulla gestione e sulle condotte inerenti queste figure di rilievo del clero locale — quali don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano — dalla Curia arcivescovile di Salerno – Campagna – Acerno continua a registrarsi un prolungato silenzio. Un’assenza di risposte puntuali da parte dell’Arcivescovo, Mons. Andrea Bellandi, che solleva perplessità nella comunità dei fedeli e riapre il dibattito sul tema della trasparenza e della responsabilità pastorale nella Chiesa diocesana. Vorremmo ricordare al Vescovo sulla carta che Quando la comunità ecclesiale o l’opinione pubblica pongono domande precise su decisioni amministrative, incarichi assunzioni e condotte poco chiare dei propri presbiteri/collaborarori, l’assenza di una replica non si traduce solo in una scelta comunicativa, ma tocca direttamente l’esercizio del ministero episcopale. I presbiteri al centro dell’attenzione I tre sacerdoti richiamati coprono o ruoli ed equilibri significativi nella vita della diocesi: Don Alfonso Gentile, a lungo figura di riferimento per l’amministrazione e la gestione dei beni diocesani;  Don Antonio Romano, impegnato nei settori della carità e della giustizia sociale;  Don Virgilio D’Angelo, attivo nella guida di realtà diocesane. Le questioni rimaste senza risposta riguardano la chiarezza sulle rispettive condotte e la gestione di incarichi ed assunzioni non certo frutto di trasparenza e lealtà. In un’era in cui anche le istituzioni ecclesiastiche sono chiamate a una sempre maggiore accountability (rendicontazione e trasparenza), l’elusione di quesiti puntuali rischia di alimentare ombre e incertezze che minano la fiducia nel clero. Cosa stabilisce il Codice di Diritto Canonico sul ruolo del Vescovo Il Codice di Diritto Canonico (CDC) definisce con chiarezza la natura, i poteri e i doveri del Vescovo diocesano. Il governo della diocesi non è una semplice potestas discrezionale, ma un servizio pastorale vincolato a norme precise. 1. La responsabilità del governo e della disciplina (Can. 381 §1 e Can. 391) Il Canone 381 §1 stabilisce che al Vescovo diocesano compete nella diocesi a lui affidata «tutta la potestà ordinaria, propria e immediata che è richiesta per l’esercizio del suo ufficio pastorale». Tale potestà comprende la funzione legislativa, esecutiva e giudiziale (Can. 391 §1). Implicazione: Avendo la pienezza del governo diocesano, l’Arcivescovo è il primo e unico responsabile della vigilanza sull’operato dei suoi vicari e parroci. Non può delegare o ignorare la responsabilità delle scelte compiute all’interno della sua giurisdizione. 2. La vigilanza e la tutela della disciplina ecclesiastica (Can. 392) Il Canone 392 §1 impone al Vescovo un dovere esplicito: «Poiché deve difendere l’unità della Chiesa universale, il Vescovo è tenuto a promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa e perciò a sollecitare l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche.» Il comma 2 aggiunge che il Vescovo deve vigilare affinché non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica, specialmente nell’amministrazione dei beni o nell’esercizio del ministero. 3. La sollecitazione pastorale verso i fedeli (Can. 383 §1) Il Canone 383 §1 prescrive che l’Ordinario diocesano si dimostri «sollecito verso tutti i fedeli che sono affidati alla sua cura». Rispondere ai dubbi legittimi, chiarire eventuali irregolarità e garantire trasparenza sui presbiteri che guidano le comunità rientra a pieno titolo nei doveri di cura e paternalità pastorale. La necessità di una parola di chiarezza La storiografia e il diritto della Chiesa ricordano che il silenzio dell’autorità ecclesiastica, se da un lato può nascere dall’esigenza di riservatezza e tutela dei singoli, dall’altro — quando prolungato di fronte a fatti di pubblico interesse — rischia di trasformarsi in una mancanza di rispetto verso il popolo di Dio. Offrire risposte chiare su don Alfonso Gentile, don Virgilio D’Angelo e don Antonio Romano non è soltanto una richiesta di natura giornalistica o d’opinione pubblica: è un atto di doverosa trasparenza previsto dallo spirito del Diritto Canonico, fondamentale per tutelare l’integrità della Chiesa salernitana e la dignità degli stessi sacerdoti coinvolti, che a quanto pare poco importa. Una risposta che suona come una beffa per i tanti sacerdoti umiliati e per i fedeli che chiedono trasparenza. Invece di fare luce sul conflitto d’interessi delle polizze e sullo strapotere amministrativo, la leadership della Diocesi si barrica nel fortino, blindando lo status quo e ignorando i segnali di una crisi profonda. Le pagine scritte in queste settimane non sono solo cronaca di una gestione amministrativa opaca, ma il grido d’allarme di una comunità cattolica che vede traditi i valori di trasparenza, collegialità e giustizia evangelica. La domanda che i fedeli oggi si pongono è una sola: fino a quando Via Roberto il Guiscardo potrà far finta di non vedere? E se è così Sua Eccellenza Bellandi dovrebbe trarre le conclusioni e affidarsi nel mani di Dio e del Papa