Riforma Schillaci, rischio di desertificare la medicina territoriale - Le Cronache Ultimora
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Riforma Schillaci, rischio di desertificare la medicina territoriale

Riforma Schillaci, rischio di desertificare la medicina territoriale

di Elio Giusto*

 

 

La bozza di riforma della medicina generale presentata dal ministro della Salute, ancora priva di un confronto reale con la categoria, apre uno scenario che nella provincia di Salerno rischia di trasformarsi in un problema sanitario, sociale e occupazionale di vaste proporzioni. La reazione della FIMMG nazionale è stata netta: un provvedimento ritenuto inattuabile, pericoloso per i pazienti e capace di compromettere l’esistenza stessa del medico di famiglia come presidio di prossimità. Ma se queste preoccupazioni valgono a livello nazionale, in territori come Salerno assumono contorni ancora più allarmanti.

Salerno, un territorio fragile che non può permettersi sperimentazioni

La provincia di Salerno non è una realtà omogenea. È un mosaico fatto di aree metropolitane, comuni interni, zone montane, Cilento, Vallo di Diano, Costiera Amalfitana. Contesti dove il medico di medicina generale non è solo un prescrittore, ma spesso il primo e unico presidio sanitario realmente accessibile.

In queste aree, il rapporto fiduciario medico-paziente non è un residuo del passato: è la struttura portante dell’assistenza.

Immaginare di sostituire progressivamente questo modello con un sistema centrato su dipendenza pubblica, Case di Comunità hub e funzioni burocratizzate significa ignorare la geografia reale dei bisogni. Nelle aree interne salernitane, dove già oggi carenze di organico, difficoltà di mobilità e invecchiamento della popolazione rappresentano criticità strutturali, questa riforma rischia di produrre: ulteriore carenza di medici di famiglia; abbandono della professione da parte dei giovani; svuotamento assistenziale nei piccoli comuni; incremento degli accessi impropri ai Pronto Soccorso; peggior gestione delle cronicità; aumento delle disuguaglianze tra aree urbane e aree periferiche.

Il doppio canale crea fratture, non soluzioni

Il cosiddetto “doppio canale”, tra convenzionati e dipendenti, viene presentato come modernizzazione. In realtà rischia di produrre un sistema duale e conflittuale. Da una parte penalizza una generazione intera di medici che non ha potuto conseguire specializzazioni oggi richieste ex post. Dall’altra manda un messaggio devastante ai giovani: uscire dalla medicina generale conviene. È il paradosso più grave. Invece di rendere attrattiva la professione, la si rende meno desiderabile proprio mentre mancano medici. Per una provincia come Salerno, già alle prese con pensionamenti e difficoltà di ricambio generazionale, questo significherebbe accelerare la desertificazione sanitaria.

Case di Comunità sì, ma non contro il medico di famiglia

Nessuno mette in discussione la necessità di rafforzare la sanità territoriale. Le Case di Comunità possono essere una opportunità, ma non se diventano il luogo dove assorbire o snaturare il ruolo del medico di famiglia. Il punto non è essere contrari all’innovazione. Il punto è evitare che innovazione significhi centralizzazione, burocratizzazione e perdita della prossimità. Perché un ambulatorio di prossimità a Sala Consilina, Sapri, Camerota, Roccadaspide o nel Tanagro non si sostituisce con una struttura hub distante decine di chilometri. Si rischia una “medicina dello sportello”, impersonale, che rompe continuità assistenziale e rapporto fiduciario. E questo, per i cronici, gli anziani, i fragili, è un arretramento.

C’è anche un problema sociale e occupazionale

C’è poi un tema spesso ignorato: l’indotto. Gli studi dei medici di famiglia non sono solo luoghi di cura. Sono micro-presìdi organizzativi fatti di collaboratori, personale amministrativo, infermieri di studio. Una trasformazione forzata verso la dipendenza rischia di colpire migliaia di posti di lavoro, con effetti pesanti anche sul tessuto socioeconomico locale.

In una provincia vasta e complessa come Salerno, sarebbe un danno ulteriore.

Una riforma senza confronto nasce debole

C’è infine un tema politico e istituzionale. Una riforma che ridisegna l’assistenza primaria non può essere scritta senza chi quella medicina la pratica ogni giorno. Serve confronto. Serve ascolto. Serve partire dai problemi reali: carenza di medici, burocrazia eccessiva, sottofinanziamento territoriale, carenza di personale di supporto, scarsa integrazione con servizi sociali e specialistici. Cambiare il contratto non risolve automaticamente nessuno di questi nodi.

Difendere il medico di famiglia significa difendere i cittadini

La posta in gioco non è una vertenza corporativa. È il futuro dell’assistenza di prossimità. In provincia di Salerno il medico di famiglia è spesso l’argine che evita il collasso del sistema. Smantellarne autonomia, capillarità e funzione fiduciaria rischia di produrre più problemi di quanti ne voglia risolvere. La riforma della medicina generale si può fare. Ma va costruita con i medici, non contro i medici. Perché se si indebolisce il medico di famiglia, non perde la categoria. Perdono i cittadini. E nei territori fragili, pagano sempre i più fragili. Serve fermarsi, aprire un confronto vero e correggere una rotta che, così com’è, rischia di portare la medicina territoriale — anche in provincia di Salerno — verso una crisi senza precedenti.

* segretario generale provinciale FIMMG

Salerno