Prof. Lamberti, qualche giorno fa su questo giornale abbiamo potuto leggere le ragioni della sua candidatura. Ci può spiegare ora, in breve, quali sono le priorità politiche del suo programma? Quali sono, in particolare, le istanze che intende rappresentare in Consiglio Regionale?
Il mio impegno è e sarà quello di rappresentare la voce di chi crede nella difesa e nella rigenerazione costante della democrazia, nella forza delle idee e nella dignità della persona. Voglio essere al fianco delle famiglie, degli studenti, degli anziani, degli imprenditori, dei lavoratori, con la convinzione che solo insieme possiamo costruire una Campania migliore. Credo fermamente che il rilancio dei nostri territori passi attraverso politiche volte a garantire l’effettività di diritti sociali fondamentali e a creare le maggiori possibilità di sviluppo e di occupazione, valorizzando le risorse locali, sostenendo le imprese, tutelando i più fragili e promuovendo una cultura della legalità e della solidarietà.
Da professore universitario che ha dedicato la sua vita alla formazione dei giovani, vorrei subito sottolineare un dato per me fondamentale. Dobbiamo cercare in tutti i modi di frenare e, auspicabilmente, di invertire un trend negativo che vede troppi giovani, specie quelli più qualificati, allontanarsi dal territorio regionale per cercare opportunità di lavoro più redditizie: occorre, perciò, favorire, a livello regionale, un sistema virtuoso basato su profonde sinergie tra formazione, impresa e lavoro, valorizzando anche il ruolo delle Università e sostenendole nel potenziarne i partenariati con le aziende locali. Questa è (e deve essere) una priorità decisiva per le politiche regionali.
E senza dubbio centrale deve essere il tema della cultura, con particolare riferimento alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali: la Regione può, infatti, promuovere una programmazione efficace per assicurare, attraverso la cultura, un efficace sviluppo del territorio, per esempio emulando il modello virtuoso dei “Piani integrati di sviluppo culturale” che altre Regioni stanno impiegando da qualche tempo (anche nell’ottica di coordinare meglio gli investimenti per favorire l’imprenditoria giovanile in ambito culturale e gli stessi giovani artisti, ad esempio mediante incubatori culturali, residenze d’artista, accessi facilitati al credito…).
E, ovviamente, per una Regione il cui bilancio è per l’80% circa assorbito dalla sanità, questo non può non essere un campo privilegiato di una buona politica.
Proprio a proposito di sanità, non possiamo non ricordare, caro Professore, che lei è Consigliere Delegato (tra i vari ambiti) anche alle Politiche per la Tutela della Salute del Comune di Cava de’ Tirreni. Il suo impegno nel supporto alla gestione dell’emergenza pandemica e della campagna vaccinale è stato difatti molto apprezzato, anche grazie alle sue continue interlocuzioni con le autorità sanitarie. Così come si è speso molto per la valorizzazione del plesso ospedaliero “Santa Maria Incoronata dell’Olmo” di Cava de’ Tirreni. Quali sono, anche alla luce delle sue esperienze, le priorità in materia? E quale il suo giudizio sull’operato della Giunta uscente?
La sanità campana sconta una serie di contraddizioni e problemi storici, ma non si può trascurare il significativo lavoro di questi ultimi anni.
Il risanamento finanziario portato avanti dal Presidente De Luca, che – ricordiamo – ha fatto uscire la Campania dal Commissariamento ed ha posto tutte le premesse per la fine del piano di rientro, è un punto di partenza importantissimo. Così come lo sono gli investimenti significativi nella costruzione di nuovi ospedali, anche alla luce delle opportunità offerte dal PNRR.
Lo testimoniano i dati. Per esempio, l’ultimo rapporto Agenas, presentato a Roma nei giorni scorsi, nel misurare l’efficienza dimostrata nel 2024 da ospedali e strutture sanitarie negli interventi salva-vita su infarto, ictus e trauma, evidenzia che la Campania è prima in Italia nella “Rete Cardiologica, dell’Ictus, del Trauma e dell’Emergenza-Urgenza”, grazie ad un “modello di pianificazione solido, con coordinamenti attivi, sistemi di monitoraggio dei flussi e programmazione pienamente operativi”.
Il nostro impegno è quello di fare ancora di più, sulla base dei risultati raggiunti. Puntando, soprattutto, sulla medicina territoriale e di prossimità, rafforzando l’integrazione socio-sanitaria, la telemedicina e orientando gli investimenti sulla prevenzione. Proprio l’integrazione socio-sanitaria, peraltro, è fondamentale anche per assicurare una protezione adeguata dei soggetti più fragili e delle persone con disabilità.
Una rete territoriale efficace ed efficiente, che non sovraccarichi gli ospedali, è la precondizione essenziale per l’adeguatezza delle cure e per la riduzione dei tassi, ancora troppo alti, di mobilità sanitaria. Il ruolo gestionale e di coordinamento delle ASL, in quest’ottica, è decisivo per assicurare un rilancio della medicina territoriale.
Ciò non toglie, naturalmente, che occorra un’attenzione particolare alla rete ospedaliera. Con riguardo alla nostra Provincia, segnatamente, il plesso Ruggi d’Aragona di Salerno è un punto di riferimento fondamentale e i suoi reparti di eccellenza (penso, in particolare, alla cardiochirurgia, che ha una storia importante alle spalle) devono essere opportunamente valorizzati, sia in termini finanziari, sia in termini di ricerca e di governance meritocratica. Così come bisogna proseguire con il rafforzamento dei plessi dell’Azienda Ospedaliera Universitaria, a partire dal “Santa Maria Incoronata dell’Olmo” di Cava de’ Tirreni, già da qualche anno oggetto di finanziamenti significativi per il suo rilancio, assicurando un coordinamento efficace con il nascente Ospedale di Comunità.
Prof. Lamberti, lei prima ha fatto riferimento anche ai giovani, evidenziando la necessità di invertire il trend migratorio negativo che li riguarda. E ha menzionato anche alcuni esempi concreti di politiche culturali di sostegno all’imprenditoria giovanile. Quali altri misure ritiene importanti nell’ambito delle politiche giovanili?
I giovani sono la forza e la speranza del nostro territorio. E l’attenzione dei decisori pubblici deve essere massima nei loro confronti. Non possiamo rischiare di attribuire loro in eredità un mondo peggiore di quello che noi stessi abbiamo conosciuto: un dovere di responsabilità intergenerazionale ci impone di agire in maniera con scrupolo e rigore. Tanto più in una Regione, come la nostra, dove l’età media della popolazione è più bassa rispetto alla media nazionale: un dato, però, compromesso dal saldo migratorio negativo che riguarda proprio i nostri giovani.
In primo luogo, occorre favorire un ambiente socio-economico che possa stimolare i giovani a rimanere nel nostro territorio. Per farlo, occorre, come dicevo prima, un meccanismo di sinergie virtuose tra formazione, impresa e lavoro, entro il quale un ruolo attivo può essere esercitato proprio dalle Università, che la Regione può sostenere stimolando partenariati con le imprese locali.
La Giunta Regionale uscente, su impulso del Presidente De Luca, aveva già introdotto, poi, una grande misura di civiltà e di giustizia sociale: l’abbonamento gratuito per il trasporto pubblico in favore degli studenti tra gli 11 e i 26 anni. Io credo che questa misura debba essere confermata e rilanciata, per esempio aumentando la soglia massima di ISEE per usufruire dell’agevolazione, al fine di ampliare la platea di studenti beneficiari, e accrescendo anche il limite massimo di età, portandolo a 28 o a 30 anni, così da includere anche gli studenti di corsi post-universitari.
Nella stessa direzione, non si può ignorare la problematica dell’accesso all’abitazione da parte proprio dei più giovani. Sul punto, possiamo proporre un contributo regionale a fondo perduto per l’accesso ai mutui per l’acquisto della prima casa da parte degli under 35 entro una determinata soglia di ISEE.
La Corte costituzionale, caro Professore, ha ampiamente censurato la c.d. legge Calderoli in materia di regionalismo differenziato. Secondo lei – da costituzionalista e da amministratore locale – ci sono ancora prospettive per un’attuazione del regionalismo differenziato?
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192 del 2024, ha dichiarato l’incostituzionalità di numerose disposizioni della c.d. legge Calderoli, che, allo stato, è sostanzialmente inattuabile e inapplicabile. Il Parlamento, quindi, è chiamato a modificare la legge per adeguarla ai rilievi della Consulta, che ha delineato un vero e proprio “decalogo” per un’attuazione costituzionalmente conforme dell’art. 116, terzo comma, Cost.; al momento, però, non vedo particolare interesse da parte del decisore politico ad intervenire su questa legge.
Ciò detto, da meridionali e meridionalisti, dobbiamo mantenere alta l’attenzione sul percorso di attuazione del regionalismo differenziato, soprattutto con riguardo all’impatto che esso può avere sulle materie dell’istruzione e della salute.
E quali sono questi rischi a cui allude?
Già non sfugge, in generale, che la possibilità di attribuire alle Regioni, secondo il meccanismo dell’autonomia differenziata, una potestà legislativa in materia di “norme generali sull’istruzione” è in sé altamente problematica. La regionalizzazione dell’istruzione, come avvertito da molti, è il primo passo, a ben vedere, per una regionalizzazione della cultura nazionale di massa. Proprio la storia italiana ci insegna che il complicato processo di unificazione culturale, all’indomani dell’unificazione politica, è stato garantito in primo luogo – in un Paese assai variegato e potenzialmente connotato da spinte centrifughe – proprio dall’istruzione pubblica statale obbligatoria.
È importante, perciò, che la Corte costituzionale abbia puntualizzato che le “norme generali”, stabilite dal legislatore statale, «delineano le basi del sistema nazionale di istruzione», essendo funzionali ad assicurare «la previsione di una offerta formativa sostanzialmente uniforme sull’intero territorio nazionale, l’identità culturale del Paese, nel rispetto della libertà di insegnamento di cui all’art. 33, primo comma, Cost.»”: ciò implica che non si può ritenere “giustificabile una differenziazione che riguardi la configurazione generale dei cicli di istruzione e i programmi di base, stante l’intima connessione di questi aspetti con il mantenimento dell’identità nazionale”.
E in materia sanitaria? Perché l’attuazione del regionalismo differenziato può impattare negativamente sul sistema sanitario nazionale?
Per quanto riguarda il tema della tutela della salute, occorre fare una precisazione preliminare. Sotto il profilo finanziario, la legge Calderoli fa comunque salva la perequazione per i territori con minore capacità fiscale per abitante e le ulteriori misure perequative e di promozione della coesione sociale indicate dall’art. 119 Cost.; intento certamente nobile, si direbbe. Ma, anche qui, ci troviamo di fronte ad una contraddizione, in quanto l’art. 119 Cost., in materia di autonomia finanziaria di entrata e di spesa delle Regioni e degli enti locali, non è mai stato attuato nella sua pienezza, specie con riguardo al fondo perequativo. È stata quindi colpevolmente trascurata l’esigenza di un’attuazione puntuale dell’art. 119 Cost. e della costituzione del fondo perequativo (con la correlata necessità di una sua puntuale disciplina) sia in favore dei comuni in difficoltà sia in favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante.
Ciò potrebbe determinare conseguenze ulteriormente negative proprio in materia di sanità.
Com’è noto, il gap tra Nord e Sud in sanità assume il tono di una frattura strutturale, come rivelano sia i dati sulla mobilità sanitaria sia quelli sugli adempimenti ai Livelli essenziali di assistenza (LEA). Senza contare che, oltre alle questioni finanziarie in senso stretto, le maggiori richieste di autonomia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) rischiano di potenziare questo gap. Per esempio, la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale può provocare una fuga dei professionisti sanitari verso quelle Regioni più in grado di fornire loro condizioni economiche vantaggiose; ancora, l’autonomia nella definizione del numero di borse di studio per le scuole di specializzazione e per medici di medicina generale rischia di provocare un’asimmetria nella dotazione di specialisti e medici di famiglia. In tal senso, le preoccupazioni manifestate qualche mese fa da una nota del centro GIMBE, diretto dal prof. Cartabellotta, sono particolarmente eloquenti e condivisibili: l’attuazione del regionalismo differenziato può mettere in pericolo la tenuta del servizio sanitario nazionale e può contribuire a rafforzare anche quel processo di “privatizzazione” della sanità che sarebbe opportuno evitare il più possibile.
Cosa si sente di dire, in conclusione di quest’intervista?
La Campania ha bisogno di visione, ma anche di azione. Occorre una politica regionale al servizio delle persone, che sostenga servizi di qualità, a cominciare dalla sanità, e che favorisca, mediante un’efficace programmazione e virtuose sinergie istituzionali con gli enti locali, con le Università, con gli enti di formazione e con le imprese, un “sistema” economico-sociale all’insegna di una formazione di qualità, di un adeguato sostegno all’imprenditoria giovanile, di un rapporto diretto cultura-sviluppo.
Come diceva Alcide De Gasperi, ‘Politica vuol dire realizzare’.
È questo il principio che guiderà ogni mio passo, cercando di dare forza al rapporto tra politica e cultura. Per una politica di ascolto e di dialogo, di “cura” per il territorio e per le persone.





