Ci sono storie che arrivano al cuore prima ancora di essere raccontate. E quella di Achille Polonara, nel primo giorno del Premio Fabula 2026, la manifestazione ideata da Andrea Volpe, è stata una di queste. L’ex cestista della Nazionale italiana è arrivato a Bellizzi con un dispiacere: avrebbe voluto incontrare i ragazzi, sedersi con loro, ascoltare le loro domande, raccontare il basket e magari regalare qualche segreto di quello spogliatoio che per una vita è stato casa sua. Non ha potuto farlo, perché gli impegni con la nuova squadra lo hanno richiamato in palestra. Oggi Polonara è infatti assistente allenatore nello staff di Gennaro Di Carlo all’Halley Campania Avellino Basket, in Serie A2. Una nuova vita professionale iniziata ufficialmente a luglio, dopo aver ricevuto anche la qualifica di Allenatore Nazionale. Ma quel mancato incontro con i ragazzi non ha impedito ad Achille di regalare al Fabula uno dei momenti più autentici della giornata. Sul palco si è raccontato senza filtri, senza sovrastrutture, mettendo da parte per un momento il campione, le vittorie, le maglie prestigiose e i riflettori per parlare semplicemente di un uomo che ha attraversato una delle prove più difficili della sua vita. La malattia, le giornate complicate, il lungo percorso di cura, la fatica di rimettere insieme corpo e mente. E soprattutto la consapevolezza che la partita più importante non è ancora finita. «La battaglia non è ancora vinta», ha raccontato, ma subito dopo ha fatto capire quale sia la sua idea di questa partita: non arrendersi, non mollare, continuare a credere nella possibilità di stare meglio. Dopo la diagnosi di leucemia mieloide acuta e un percorso terapeutico durissimo, Polonara aveva provato a tornare sul parquet, fino alla decisione, annunciata a maggio, di interrompere il basket giocato. «Ci ho provato», aveva scritto allora, spiegando di aver compreso che non sarebbe più stato il giocatore di prima. QUANDO GLI AVVERSARI SONO DIVENTATI TIFOSI Nel racconto di Polonara c’è anche un altro elemento che ha avuto un peso enorme: l’affetto ricevuto dalle persone. Dai tifosi, innanzitutto. Anche da quelli che, quando lui era dall’altra parte del campo, lo fischiavano. Perché era il gioco, perché rappresentava l’avversario, perché segnava, difendeva, lottava e magari faceva perdere la propria squadra. Poi qualcosa è cambiato. Quando la notizia della malattia è diventata pubblica, quegli stessi palazzetti hanno cominciato a restituirgli applausi, incoraggiamenti, messaggi, affetto. E per Achille quel calore è diventato una forma di energia. La gente che prima lo contestava si è ritrovata dalla sua parte. Un avversario da battere è diventato un uomo da sostenere. «Questa vicinanza mi ha dato una spinta enorme», è stato il senso del suo racconto. Perché nella sua partita più difficile, quella volta, non c’erano avversari: c’era un’intera comunità che faceva il tifo per lui. IL CANESTRO È CAMBIATO, MA NON LA SQUADRA Oggi il parquet lo guarda da un’altra prospettiva. Non più con la canotta addosso, ma dalla panchina. E, sorprendentemente, è proprio questa nuova dimensione a restituirgli qualcosa che gli è mancato terribilmente durante la malattia. Non tanto la partita. Non soltanto il rumore del pubblico, il pallone tra le mani o il tiro da tre. «Mi è mancato lo spogliatoio». È forse una delle frasi più semplici e, proprio per questo, più potenti pronunciate a Bellizzi. Gli sono mancate quelle scene apparentemente banali che per un atleta sono invece una parte fondamentale della vita: tornare negli spogliatoi dopo una partita, tutti sudati, scambiarsi quattro parole, ridere, commentare quello che è successo, stare insieme ai compagni. La quotidianità di una squadra. E allora la panchina diventa una nuova possibilità. Un modo diverso per restare dentro quella realtà che conosce da quando era bambino. Polonara ha iniziato prestissimo a giocare a basket e, nella sua vita, non ha praticamente conosciuto altro sport. Ora che non può più essere in campo come prima, può continuare a vivere quella stessa realtà da un’altra posizione. L’esperienza da assistente di Gennaro Di Carlo lo affascina proprio perché lo rimette in gioco, gli permette di imparare un mestiere nuovo e, contemporaneamente, di restare dentro quel mondo che sente profondamente suo. AVELLINO, UNA CASA GIÀ CONOSCIUTA E non è un caso che la nuova avventura sia iniziata proprio ad Avellino. Il legame con il club irpino era nato già nei mesi più difficili. Quando Polonara cercava di capire se fosse ancora possibile tornare a giocare, l’Avellino Basket gli aveva messo a disposizione strutture e staff, permettendogli di allenarsi e provare a recuperare la condizione. Lo raccontava già in primavera, quando trascorreva ad Avellino parte delle sue giornate per lavorare individualmente e provare a ritrovare il feeling con il pallone. Poi il corpo gli ha presentato il conto e il ritorno al basket giocato è diventato troppo rischioso. Ma quel rapporto non si è interrotto: si è trasformato. A luglio il club ha annunciato il suo ingresso nello staff tecnico di coach Di Carlo. IL CORO DEI BAMBINI E così, anche se non è riuscito a sedersi davanti ai ragazzi come avrebbe voluto, Polonara ha comunque trovato il modo di incontrarli. Alla fine sono stati loro ad andare verso di lui, con gli applausi, il coro, l’entusiasmo che soltanto i bambini sanno regalare. Una scena semplice, ma perfetta per il Fabula: un campione che racconta la sua fragilità e una platea di giovanissimi che gli restituisce forza. Lui, che per anni ha fatto il tifo con i compagni, che ha ascoltato applausi e fischi, che ha conosciuto la solitudine della malattia e la fatica della rinascita, si è ritrovato ancora una volta circondato da una squadra. Stavolta senza canotte, senza tabelloni e senza classifiche. Perché forse è proprio questo il senso del suo nuovo «secondo tempo». Non dimenticare quello che è stato, ma trovare il coraggio di immaginare quello che può ancora essere. Polonara non sa ancora dove lo porterà la sua nuova vita da allenatore. Sa però che il basket continua a essere casa sua. E soprattutto sa che la partita più importante, quella per la quale ha ricevuto il sostegno di migliaia di persone, è ancora in corso. E lui, come ha ribadito dal palco del Fabula, non ha nessuna intenzione di mollare. Ospiti della prima giornata anche il Professore Paolo Apolito e Max Costa.








