Di Gemma Criscuoli
Chi non ha amato l’uomo “dal multiforme ingegno”, sognando le rotte che ha percorso e le avventure che lo hanno reso celebre? Il re di Itaca ha ancora molto da dirci, come ha ricordato Stefano Accorsi, interprete, con Francesca Del Duca, di “Nessuno. Le avventure di Ulisse”, lo spettacolo diretto da Daniele Finzi Pasca su testo di Emanuele Aldrovandi in programma per tutto il fine settimana al Teatro Verdi. All’affollato incontro moderato dal giornalista Peppe Iannicelli, “Giù la maschera”, i protagonisti hanno raccontato la scelta di dedicarsi a un progetto affascinante e ambizioso. Se Del Duca ha condiviso con il pubblico il suo entusiasmo per l’allestimento (“E’ stato bellissimo vedere che ciò che inizialmente sembrava non avere senso ha assunto una coerenza grazie al processo creativo”), Accorsi, che ha ricordato l’impegno nell’ultimo film di Gabriele Muccino, “Le cose non dette” (“Anche aprire una porta non è una scena di passaggio con Gabriele, che è molto esigente ed è questo il bello”), ha posto l’accento su quanto l’eroe omerico ci sia vicino. “Il titolo “Nessuno” – ha precisato – ci è piaciuto molto, perché, in fondo, Ulisse è una sorta di contenitore che si è prestato a innumerevoli interpretazioni, da Dante a Joyce, a Kubrick. Achille ha meno sfumature e non possiamo fare a meno di riconoscerci negli errori di un uomo che progetta un cavallo di legno apribile solo dall’esterno: un’idea geniale che avrebbe potuto mutarsi in un disastro. Questo personaggio ha, per così dire, tutte le sfighe della modernità: molte perdite accadono per suoi errori di valutazione, si finge pazzo invano per evitare la guerra per poi essere costretto a fare i conti con quella parte oscura che sempre emerge in un conflitto, da vecchio deve uccidere i giovani Proci per riavere il proprio regno. Daniele, che ha voluto Penelope in scena, ha voluto umanizzare il viaggiatore anche attraverso l’ironia e la clownerie, che fa emergere i tratti essenziali della natura umana. Possiamo immaginare che, quando si ritrovano, gli sposi abbiano anche riso insieme”. L’attore ha legato l’immortalità di Ulisse al bisogno di raccontarsi. Gli esseri umani, del resto, sono la sola specie animale che racconta storie e una grande narrazione, come è sottolineato nell’allestimento, può avere la meglio su mille piccole verità. È appunto quello che fanno gli utenti dei social: rendere se stessi oggetto di un racconto, cedendo magari alla tentazione di ricorrere a dettagli immaginari per suscitare un effetto particolare nell’interlocutore. “L’aspetto più difficile – ha continuato Accorsi- è stato quello di privare il protagonista del piedistallo. È facile avere un atteggiamento fin troppo rispettoso verso una creazione letteraria che conosciamo fin da giovanissimi, ma non è la via giusta. Gli aedi, che ancora esistono in alcune zone dell’Europa, hanno un’improvvisazione supportata da stilemi legati agli episodi narrati e – cosa bellissima-non di rado non hanno studi alle spalle. Sacralizzare un’opera è tempo perso, perché i primi a tradire i propri testi sono proprio gli autori: Ariosto, per fare un esempio, ha modificato i propri canti fino all’ultimo”. La contemporaneità, dunque, deve tornare a Ulisse? “La violenza con cui l’informazione ci aggredisce – ha concluso l’attore- e la percezione distorta, che ci induce a vedere attorno a noi una società ancora più violenta di quanto non sia in realtà, dovrebbero essere messe da parte. Meglio ascoltare noi stessi: gli affetti e i valori in cui crede Odisseo, per nostra fortuna, sono eterni”.





