Nencini squarcia velo d’ipocrisia sull’epurazione di Erri De Luca - Le Cronache Ultimora
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Nencini squarcia velo d’ipocrisia sull’epurazione di Erri De Luca

Nencini squarcia velo d’ipocrisia sull’epurazione di Erri De Luca

di Erika Noschese

Il paradosso della cultura contemporanea somiglia sempre più a un tribunale d’inquisizione permanente, dove il reato d’opinione non si sconta nelle patrie galere, ma sulle poltrone imbottite dei salotti culturali. L’ultimo palcoscenico di questa bizzarra commedia dell’assurdo è proprio nella nostra Salerno, città che ama cullarsi nei fasti di una narrazione progressista e che ancora oggi ama definirsi la più socialista d’Italia. Eppure, per assistere a un autentico sussulto di pensiero, per ritrovare quel respiro libertario, laico e autonomo che un tempo ne animava le piazze, abbiamo dovuto attendere che un vento di lucidità soffiasse direttamente dalla Toscana, per mano di Riccardo Nencini. Mica male per una terra che della tolleranza e del pluralismo politico vorrebbe fare il proprio vessillo d’ordinanza, ma che davanti alla prova dei fatti si rifugia in un “socialismo silenzioso”, di quelli che si predicano così così e si razzolano malissimo nelle stanze del potere locale. Il casus belli che ha scosso il torpore della provincia letteraria meridionale riguarda la clamorosa e discussa esclusione dello scrittore Erri De Luca dal festival Salerno Letteratura. Un’epurazione in piena regola, consumata dietro le quinte di una kermesse che, ironia della sorte, dovrebbe celebrare la circolazione delle idee e non la loro formattazione preventiva. Nencini, intervenendo nel dibattito non solo come figura politica ma soprattutto nel suo autorevole ruolo di storico socialista e attuale presidente del prestigioso Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, ha palesato un livello di analisi culturale altissimo, sideralmente lontano dalle piccole meschinità burocratiche dei censori di casa nostra. Ha deciso di squarciare il velo di ipocrisia che avvolgeva la vicenda, portando la discussione su un piano di dignità intellettuale che a Salerno sembrava smarrito. Le sue parole, affidate alle piattaforme social ma dense come un editoriale d’altri tempi, non hanno cercato comodi compromessi d’opportunità. “ERRI DE LUCA BANDITO” ha esordito Nencini senza troppi giri di parole, fotografando con chirurgica precisione l’essenza di un provvedimento che sa di censura lontano un miglio. Per lo statista toscano si tratta del sintomo evidente di una patologia che sta infettando il dibattito pubblico nazionale, un tic autoritario che si traveste da codice etico per nascondere la propria intrinseca debolezza. Nencini ha definito l’esclusione dell’autore napoletano come un fatto “bandito dal festival di Salerno per le sus idee. Un abominio. Peggio: una pratica sbagliata e pericolosa che ci precipita nei tempi più bui, le tante epoche in cui i sacerdoti della fede o di un’idea totalitaria si arrogavano il diritto di valutare il bene e il male”. La riflessione sollevata dall’ex viceministro tocca un nervo scoperto della modernità, ovvero la pretesa di sottoporre l’arte e la letteratura al vaglio di un comitato di salute pubblica o, peggio, di un tribunale di moralisti stagionali. Nella Salerno che si professa avamposto di civiltà e che si riscopre improvvisamente così bigotta da non tollerare le spigolosità ideologiche di uno degli scrittori italiani più tradotti all’estero, la lezione dello storico toscano suona come una sferzata necessaria. Il socialismo, dopotutto, o è eresia e difesa della libertà individuale contro i dogmi del potere, oppure si riduce a una vuota etichetta burocratica da esibire durante le cerimonie ufficiali per rassicurare i notabili locali, mentre nei fatti si applica il silenziatore al dissenso. Nencini rimarca questo concetto cardine della convivenza civile ricordando come il confronto debba essere il carburante della democrazia e non il motivo della sua sospensione. “Si può non condividere nulla delle idee professate da uno scrittore ma ci sich discute, non si cancella, non si censura la libertà di pensiero, non si invoca il rogo per le sue opere” argomenta con fermezza la guida del Vieusseux, richiamando l’attenzione sui rischi di un precedente morale che rischia di fare terra bruciata di qualunque voce fuori dal coro. Il sarcasmo della storia si consuma proprio qui, tra le mura di una Salerno letteraria che preferisce la quiete anestetizzata del politicamente corretto al brivido del confronto dialettico. Ma il ragionamento di Nencini non si ferma alla pur sacrosanta solidarietà di facciata. Con la lucidità dello studioso, abituato a maneggiare le dinamiche del tempo lungo, l’esponente socialista applica il filtro del passato per dimostrare la totale insensatezza logica e storiografica della cancel culture all’italiana. Se dovessimo applicare i medesimi criteri epurativi utilizzati nei confronti dell’autore di Non ora, non qui, la storia della cultura occidentale ne uscirebbe letteralmente dimezzata, ridotta a un cumulo di macerie fumanti. Nencini lancia così una serie di provocazioni retoriche che suonano come schiaffi all’indirizzo dei censori salernitani, chiedendo se sia il caso di mandare “al rogo anche le opere di Dario Fo per il suo passato di volontario nella Repubblica di Salò e nella famigerata Guardia Nazionale Repubblicana?”. Un interrogativo retorico che mette a nudo l’incoerenza di chi seleziona i cattivi da punire in base alle convenienze del momento. E la carrellata storica prosegue implacabile, allargando lo sguardo oltre i confini nazionali per dimostrare l’universalità dell’errore concettuale commesso nel capoluogo campano. Nencini si domanda infatti se sia opportuno spedire “al rogo anche i romanzi di Saramago per aver difeso Fidel Castro quando arrestò scrittori e giornalisti dissidenti?”. L’affondo finale non risparmia nessuno e tocca una delle figure più complesse e divisive del giornalismo del Novecento, a cui lo stesso politico toscano ha dedicato ampie ricerche e pubblicazioni. La provocazione si faceva memoria viva quando chiedeva se sia il caso di gettare “al rogo anche gli scritti di Oriana Fallaci per la sua posizione sull’Islam?”. L’accostamento tra giganti così distanti tra loro per biografia, stile e posizionamento politico serve a isolare il vero nucleo del problema: l’illusione di poter giudicare un’opera d’arte con il bilancino della conformità ideologica contemporanea, riducendo la complessità di un’esistenza a un singolo frammento biografico. L’errore dei direttori artistici e dei custodi dell’ortodossia salernitana risiede proprio in questa incapacità cronica di comprendere lo spessore dell’intelletto umano nella sua interezza. “Aveva ragione Balzac: chi fa della cronologia fa la storia degli sciocchi. Una vita, qualsiasi vita, non si può sezionare per scegliere il pezzo che ci piace di più” conclude magistralmente Riccardo Nencini, liquidando con una singola citazione d’autore l’intero apparato censorio messo in piedi per giustificare lo sgarbo nei confronti di Erri De Luca. Mentre Salerno si interroga sulle proprie sbiadite patenti di tolleranza, l’autentica lezione di libertà politica ed estetica arriva dunque da lontano, ricordandoci che la cultura o è uno spazio aperto al conflitto delle idee o diventa semplicemente un ufficio di propaganda per anime pavide.