Rino Mele
Ho letto moltissimi libri su Moro, ne ho anche scritto uno che ebbe, a Rovigo, nel 2002, il primo premio “DeltaPOesia”: il titolo è Il corpo di Moro, con le edizioni 10/17 (ripubblicato nel 2018, con le ed. Oèdipus). La morte è sempre una catastrofe, quella di Aldo Moro fu anche un irrazionale labirinto, lui vi entrò e non poté uscirne che da morto (dopo quasi due mesi), soffrendo senza fine: sappiamo chi l’ha ucciso, ma non conosciamo con certezza il volto obliquo dei mandanti: le Brigate Rosse non bastano a spiegare tutto, e a superare la nebbia degli apparati dello Stato, degli altri Stati, intestarditi, fin dall’inizio, a confondere i sentieri e le orme. Ieri, ho letto un nuovo libro su di lui, dal titolo icastico, essenziale, Aldo Moro (sottotitolo: “Le idee, un metodo, l’eredità”, edizioni Baldini+Castoldi. Autori, Tino Iannuzzi e Alberto Losacco, con un’utile prefazione di Pier Ferdinando Casini). Si presenta stasera a Sant’Arsenio nella Sala Cultura della Banca Montepruno (anche la presentazione di un libro è una piccola stazione della lunga sapienziale sequenza dell’utopia concreta di Michele Albanese). Il lungo saggio di Iannuzzi e Losacco su Moro porta con sé una particolare novità: scritto nella nostalgia ammirata per il prestigioso statista cattolico, non affronta la sua morte: e, non parlandone, in qualche modo la nega: non solo perché è stata orrenda e ingiusta ma perché non prenda tutta per sé l’attenzione della ricerca e allontanando la lucente centralità della straordinaria vicenda politica di Moro, giovane Padre Costituente, il pregevole lavoro di ministro degli Esteri e più volte Presidente del Consiglio, i suoi insonni progetti, alimentati dalla sua pensosa e inesausta passione politica. Fra questi, il più straordinario, e impensabile, che avrebbe cambiato il corso della nostra storia, quello di avvicinare (senza false fusioni e annegamenti) il partito comunista alla Democrazia Cristiana in una reciproca e avveniristica “strategia dell’attenzione”. Quando questo incontro, così estremo da trafiggere la storia, stava per realizzarsi, con un governo sostenuto dal Partito Comunista e dalla D.C. insieme, ecco che la terrificante mattina di giovedì 16 marzo 1978 a Roma, alle 9 e tre minuti, all’incrocio di via Stresa e via Fani, l’automobile di Aldo Moro (una Fiat 130) viene bloccata, con quella della scorta: lui è fatto prigioniero, uccisi i cinque agenti che avrebbero dovuto proteggerlo: all’improvviso il mondo si è capovolto e lugubremente appare una risibile polvere, nulla, come in una medievale macabra danza. Seguirono 55 giorni di assoluta pena in cui Aldo Moro – agnello e leone – è tenuto in una strettissima gabbia: si dibatte, scrive, crea torri di pensiero, e da quell’altezza, da quella vertigine che s’è impossessata di lui, ridisegna la sua visione politica. Di questo, però, non v’è traccia in questo intensissimo libro su Moro che oggi si presenta a Sant’Arsenio e in cui possiamo avvicinarci a Moro, nella sua immagine politica quando ancora non ha conosciuto la morte: come se al nostro statista, dai due attenti autori, venisse sottratta la morte, e il dolore cosmico (uguale per tutti gli uomini) di morire. C’è, però alla fine dell’attento studio, a pag. 284, un passaggio veloce, una nota, che ci permette di avvicinarci proprio alle cause della morte, alle sempre più scure strategie del male: il libro di Iannuzzi e Losacco riporta un episodio centrale di quest’apocalisse, ricordato da Pierluigi Castagnetti nel 2018 su “Rivista Democratica”: quando Moro “pochi giorni prima del tragico agguato di via Fani, si trovò riservatamente con Berlinguer nella casa del suo amico Tullio Àncora, di fronte alle parole del segretario del PCI: ‘Almeno sia lei in prima persona a guidare il Governo e non Andreotti’, rispose: ‘No, dovete accettare ancora Andreotti, perché gli Americani si fidano più di lui che di me”. È un sorprendente dialogo che apre molte porte e da cui rischiamo di sapere qualcosa in più di come siano andate effettivamente le cose in quegli irrespirabili giorni tra 16 marzo e 9 maggio 1978: si intuisce come la politica estera sopravanzi gli equilibri difficili delle nostre incerte strategie di provincia dell’impero. Infine: cosa significa parlare per trecento pagine di Moro eludendo la sua sacrificale morte e la coraggiosa sfida della sua lunga agonia? Un problema che si era posto Pasolini (morto tre anni prima) in un magnifico saggio in cui affermava che solo la morte restituisce un senso alla nostra inconsulta vita: essa ne percepisce il limite e i confini, ne sceglie i “momenti veramente significativi”, solo essa misura il dolore e l’incendio di una fragile esistenza. Moro prigioniero non è un diverso dall’attento statista che era esemplarmente stato: anche in questa condizione devastante, tempestosa, conserva genialità e fraterna socialità. È, pur prigioniero, lo stesso combattente per la Costituzione che, per l’art. 7 (come ci ricordano in alcune belle pagine dell’introduzione i nostri due autori) osò confrontarsi con Togliatti e forzarne il giudizio: un duello tra due alate, rarissime, intelligenti volpi, che non s’incontrano più Nella sua assurda cella di prigioniero, stretta, da incubo, Moro scriveva per ore, con una risma di carte sulle gambe, una biro tra le dita, curvo, infaticabile, alla luce di una triste lampadina appesa a un filo. Cercava una via d’uscita, si sentiva braccato dall’indifferenza più che dalla stessa orrida violenza. Ventun anni dopo, quando il sangue della cronaca ha preso il colore della storia, nell’ottobre del 1991, la sua carceriera Anna Laura Braghetti ha raccontato – sul secondo numero di ottobre 1999 di “Nouvel Observateur” – uno stupefacente episodi: Aldo Moro propose ai brigatisti che l’avevano in custodia una surreale soluzione che avrebbe salvato lui da una sempre più vicina morte e loro da una sconfitta, con quell’inutile macellazione (già iniziata con la strage della scorta). Il nostro Moro, con un salto di pensiero, una sorta di acrobazia logica, un impervio sillogismo, fece una proposta che lasciò i brigatisti sorpresi, nel sentire che quel vecchio presidente prigioniero era molto più veloce di loro: ”Propose, inascoltato, di diventare ostaggio dello Stato italiano, rimanendo rinchiuso all’Asinara per il resto dei suoi giorni”. I brigatisti non seppero rispondere, non risposero.
/Fotografia del prigioniero fatto pervenire il pomeriggio di giovedì 20 aprile 1978 dopo il volantino n.7 (attribuito ai brigatisti ma da questi poi sconfessato, in cui si alludeva alla possibile uccisione di Moro): nella fotografia, Moro è mostrato mentre tiene in mano “Repubblica” di quel giorno. La fotografia, come in un gioco di specchi, fu pubblicata dallo stesso giornale venerdì 21/





