Barbara Ruggiero
Un cuore bruciato, un trapianto non andato a buon fine, errori medici in corso di accertamento e un bambino di due anni in condizioni disperate. Gli elementi per una informazione di pancia, che riempie i palinsesti televisivi, alimenta i talk show altrimenti imbottiti dei soliti triti e ritriti gialli irrisolti, e risponde ai quesiti più morbosi, ci sono tutti. Forse anche per questo da giorni non smettiamo di leggere, ascoltare e chiedere notizie sul dramma del piccolo Domenico – il bambino originario di Nola vittima di un cortocircuito medico-sanitario che ha portato i chirurghi a impiantargli un cuore “bruciato”. È una Vermicino contemporanea. Questa volta, però, non c’è solo la televisione a informare in diretta su quanto accade. Oggi non ci sono solo i giornali, pronti a sviscerare i dettagli meno essenziali all’informazione pur di non perdere la quotidiana corsa sul tempo con gli altri mezzi di comunicazione. No, questa volta c’è di più: ci sono i social. E c’è un mondo che corre a due velocità, che spesso diventano sinonimo di due diverse sensibilità. Mentre, nei video e nelle foto, il volto del piccolo Domenico è doverosamente oscurato dai giornali che provano a fare seriamente informazione, sui social il viso del bambino è ovunque, sbattuto nelle nostre bacheche, con le foto in cui abbraccia sereno la madre. Ci sono le foto reali e quelle prodotte dall’intelligenza artificiale. Perché la Vermicino di oggi ha strumenti diversi, ma forse ad animarli c’è la stessa morbosità, condita da un sensazionalismo di base, che fa assomigliare sempre di più la cronaca a una fiction in cui diventa necessario “fidelizzare” i consumatori e proporre di continuo nuovi e appetibili contenuti. È così che gli italiani finiscono per assistere, impassibili, a una tragedia che, mentre si consuma, consente già di lanciare improperi e accuse ai medici, ai chirurghi, a chi non ha saputo “conservare” il cuore nel viaggio da Bolzano a Napoli, e a chi ha permesso che si arrivasse, per Domenico, a un punto di non ritorno. Si riavvia il format del processo social-mediatico, per cui ognuno si sente pronto a sputare sentenze in processi che si consumano nell’arco della durata di un talk show che confonde l’informazione con l’intrattenimento e che trasforma una tragedia vera in un tritacarne mediatico. Dopo il consulto dei massimi esperti nazionali di cardiochirurgia pediatrica e il no a un nuovo trapianto, con il bambino in condizioni disperate, con la vita appeso a un filo, qualche giornalista ha chiesto alla madre di Domenico: «Signora, come sta? Come si sente?». Dolore su dolore per una donna che, come dichiarato al Corriere del Mezzogiorno, ha appreso la gravità di quanto accaduto direttamente dai giornali. Le troupe assiepate all’esterno del Monaldi a Napoli, gli aggiornamenti continui, le voci sui nuovi indagati sono solo alcune immagini rappresentative di un circo mediatico in cui evidentemente appare difficile fare un passo indietro, nel rispetto del dolore delle tante persone coinvolte. Ci sarà il tempo delle responsabilità, ma nei luoghi opportuni e con il massimo rispetto per tutti.





