Un po’ Ronaldo il brasiliano, per sembianze e fisico possente -tra i dilettanti- la copia verace di Horst Hrubesch, centravanti tedesco, mostro dei colpi di testa, dalla straordinaria abilità nel gioco aereo. Il monumentale guerriero dell’Amburgo, bomber più prolifico della squadra anseatica nelle coppe europee con 20 reti, simbolo della Germania Ovest che all’Europeo 1980 in Italia timbra per 2 volte il tabellino dei gol nella vittoriosa finale di Roma contro il Belgio – semifinalista-killer dell’Italia di Enzo Bearzot- in quegli anni ha un suo clone tra i centravanti purosangue d’Italia. È nel Meridione, in una terra gravida di fatica e sudore, che si plasma il mito di Michele Russo. In riva al Tirreno, nell’ enclave lucana di una località celebre per Storia e bellezze paesaggistiche, si accende la luce e la voglia di vita giocosa del fuoriclasse dei poveri. Di origini umili, ma di identità e vocazioni nobili, nasce a Ispani -terra del Bussento, al centro del golfo di Policastro nel Cilento lucano- il 10 maggio 1946. Una data che sarà scolpita per sempre nell’immaginario collettivo dei tifosi di calcio, perché 41 anni più tardi celebra per la prima volta l’iscrizione nell’albo d’oro tricolore del Napoli di Ottavio Bianchi e Diego Armando Maradona, che con il pareggio interno (1 – 1) contro la Fiorentina di Roberto Baggio -un altro che dà del tu al pallone- raggiunge l’agognato scudetto, frutto di classe, arte, fantasia e cotillon. Ingredienti che hanno contraddistinto le gesta sportive di Michele Russo, sia come attore protagonista, quanto nelle vesti di tifoso, portabandiera nel Golfo di quella magnifica tela sfavillante che inebriò l’universo azzurro. Michele per sbarcare il lunario inizia a giocare sui campi sterrati della Campania, talvolta anche scalzo per non usurare le scarpette che gli sono state regalate per il compleanno, o in occasione di ricorrenze importanti. Le prime a 10 anni, con l’Italia che prova a superare i disastri della guerra nazifascista, mentre il Mezzogiorno inizia già ad accumulare ritardi nella ricostruzione post-bellica. Secondo di 4 figli, trascorre l’infanzia nella sana disciplina delle famiglie oneste e laboriose. Il padre, provetto pescatore, esce di notte a bordo della sua compagna di pesca ‘u vuzzariell, la barca della famiglia Russo che garantisce decoro e sussistenza. Michele, frattanto, inizia a sprigionare il suo talento naturale, divertendosi giocando, ma anche praticando la sublime virtù di amicizia e solidarietà. Senza mai ostentare la sua grandezza e superiorità atletica e tecnica nei confronti di compagni di gioco e coetanei. Già a 16 anni il suo nome circola in ambienti ovattati di mecenati e talent scout, ma gli insegnamenti e i valori ricevuti in famiglia, rappresentano fondamenta solide per non adottare decisioni azzardate. Lusingato dai corteggiamenti di società blasonate, ancorché con un pizzico di rimpianto, è persuaso che il calcio a quei livelli non permette di campare una famiglia. Predilige le scelte del cuore, lasciandosi sedurre dai suoi due grandi amori: il Sapri e Maria, la discreta e pudìca ragazza che diventerà sua sposa. Un matrimonio solido e armonioso, reso ancora più ricco dalla nascita di tre splendidi figli: Francesco, Maria Teresa, Carmen, tutti felicemente realizzati nella vita e nelle professioni. Neppure proposte o ingaggi sontuosi di team prestigiosi riescono a dissuaderlo dall’obiettivo prioritario della vita: lavorare, magari nel pubblico, per garantire serenità a moglie e figli. Assunto nelle Ferrovie dello Stato e con il posto fisso benedetto nei secoli, può continuare a coltivare l’altra sua grande passione. Senza soluzione di continuità. Milano è la destinazione FS, ma a Sapri tutti sanno che Michele -per la sua umanità già entrato nelle grazie di funzionari e dirigenti- non salterà una gara con la casacca degli spigolatori. Numerosi e frequenti gli itinerari dalla Lombardia, in cui l’Espresso notte Milano-Sapri -antecedente una gara in calendario- ha nella lista dei viaggiatori il passeggero speciale. Sacrifici ricompensati con gol a grappoli, premiazioni reiterate, trofei di capocannoniere in quantità industriale. L’appellativo Michelaccio cresce in modo esponenziale, quando il rito laico delle domeniche del pallone è fissato alle 14.30. La sua carica esplosiva è una manna dal cielo. Estasi e goduria per i tifosi del golfo di Policastro, incubi e penitenze da gironi infernali per difese e squadre avversarie. Neppure sortilegi e alchimie di competitor e arcigni difensori riescono a scalfirne esuberanza e prove da mulo. Un autentico trascinatore, capace di resistere anche a prestazioni più ostiche, trasferte impervie e alla fatica massacrante sui campi di gioco. Tornare dal lavoro, togliere la divisa da ferroviere e indossare la maglietta numero 9 del cecchino diventa un’operazione elementare, semplice e vincente. L’amore viscerale per la famiglia, Sapri e la storica squadra di calcio gli impone di dichiarare “obbedisco” solo a due persone: la mai invadente signora Maria e il suo mentore calcistico, Matteo Covone. Addirittura devozione, affetto e stima per don Matteo lo convincono a tradire il suo Napoli e indossare i colori rossoneri del Milan. Accade quando, per volere di mister Covone -el paròn del Cilento dalla rassomiglianza, competenza e fede calcistica affine a Nereo Rocco, il grande allenatore giuliano che aveva proiettato per la prima volta una formazione italiana sul tetto d’Europa- la società Sapri G.P. 1928 decide in molti campionati di adottare due divise sociali ufficiali: rossoneri Milan e azzurro Napoli. Patiti per il pallone, i numerosi tifosi lo accolgono alla stazione locale e lo prelevano dal treno proveniente dal capoluogo lombardo all’acme del fermento settimanale che tocca un livello parossistico di euforia tra il sabato notte -attesa per l’arrivo di Michelaccio- e l’alba. Dopo una frugale colazione al buffet della Stazione gestito dalla famiglia Milito -per oltre mezzo secolo unico punto di ristoro h24 sulla tratta ferrata Sud fino a Reggio Calabria- un bacio d’amore alla dolce metà e successivamente dal mister e dai compagni di squadra. Ma nel mese di maggio del 1975 -ebbro di entusiasmo e di gioia- al culmine di un’ennesima stagione trionfale terminata con il titolo di capocannoniere, Michelaccio rischia di fallire clamorosamente un gol a porta vuota: al battesimo del primogenito Francesco arriva in parrocchia ancora con i capelli bagnati. Prima scende in campo e punisce gli avversari, quindi di corsa per il sacramento impartito al neonato nella Chiesa Madre. Un pizzico di ritardo che, tuttavia, gli risparmia la ramanzina da cartellino rosso della sempre elegante e riservata consorte. Anche su rettangoli di gioco ridotti ad acquitrini il fuoriclasse dei poveri si trasforma. Qualsiasi palcoscenico allestito è lo spazio idoneo per gol da cineteca, che soltanto l’assenza di telecamere non hanno consentito di trasmettere ai posteri. Quelle telecamere che incrocia nella seconda vita calcistica, in qualità di urticante opinionista nella prima emittente televisiva del golfo di Policastro, diretta da Tonino Luppino. Tra le reti più belle, importanti e grandiose, sicuramente da menzionare -auspice don Andrea La Regina- la fondazione nel comprensorio del Tribunale per i Diritti del Malato e una lunga, proficua collaborazione con Agnese Moro, che una burocrazia ottusa e un personale politico-amministrativo inetto, delirante e di oscure compromissioni, cerca di sopprimere, trascinandolo con la figlia del grande statista democristiano e altri promotori dell’organismo associativo, in un’aula di tribunale: assolto in nome di libertà, verità e giustizia. Oggi, il mito Michelaccio è ancora vivo nei sapresi. E non solo. L’eco del Hrubesch dei dilettanti è giunta fino ad Amburgo, la più popolosa città non-capitale dell’Unione europea. Dove il patrono -gaudiosa coincidenza- è San Michele Arcangelo.
Pasquale Scaldaferri








