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Mario Avagliano e il suo ultimo libro

Mario Avagliano e il suo ultimo libro

di Erika Noschese

 

 

Partigiano, giurista, ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale, Giuliano Vassalli è stato uno dei protagonisti della storia repubblicana italiana. Una figura che ha attraversato alcune delle stagioni più complesse del Paese, lasciando un segno profondo nella politica e nella giustizia. A ripercorrerne la vita è lo storico e giornalista Mario Avagliano, autore del volume Giuliano Vassalli, legge e libertà, edito da Marlin, che sarà presentato oggi, alla Pinacoteca Provinciale di Salerno. Con lui abbiamo approfondito l’eredità politica e istituzionale di Vassalli, dalla Resistenza alla riforma del processo penale, fino all’attualissimo dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Giuliano Vassalli è stato partigiano, giurista, ministro e presidente della Corte costituzionale. Perché ha scelto di dedicare una biografia proprio a lui e quale aspetto della sua personalità l’ha maggiormente colpita?

«La ragione è insieme personale e pubblica. Conobbi Giuliano Vassalli nel 1996, alla Biblioteca Nazionale di Roma, durante la presentazione del mio primo libro sul generale Sabato Martelli Castaldi, partigiano di Cava de’ Tirreni. Arrivò a sorpresa: voleva conoscere meglio quell’uomo che, come lui, era stato rinchiuso a via Tasso, nella sua stessa cella. In seguito lo invitai proprio a Cava de’ Tirreni, dove venne a presentare quel libro. Mi colpirono la sua curiosità, la generosità e la capacità di entrare nelle storie degli altri. Ma sentivo anche che una figura come la sua meritava di essere conosciuta meglio. Vassalli fu protagonista di molte stagioni della Repubblica: contribuì alla liberazione di Saragat e Pertini dal carcere di Regina Coeli, fu torturato dalle SS, fu uno dei fondatori del Psiup, promosse da ministro la riforma del codice di procedura penale, cercò una via legale e umanitaria per salvare Aldo Moro e si schierò pubblicamente in difesa di Enzo Tortora. Fu un uomo delle istituzioni e, come lo definisce Rino Formica, un padre della Repubblica: una figura straordinaria, complessa e profondamente umana, capace ancora oggi di essere un modello di riferimento. Ho voluto raccontarla con rigore storico, ma anche con uno stile narrativo, attraverso le fonti, i documenti e le testimonianze: perché fosse una biografia solida, ma anche piacevole e appassionante da leggere, non soltanto un’opera storiografica».

Il suo nome è indissolubilmente legato alla riforma del codice di procedura penale del 1989. A quasi quarant’anni di distanza, quanto resta dello spirito di quella riforma e quanto, invece, è stato tradito?

«La riforma, approvata nel 1988 ed entrata in vigore nel 1989, cambiò il processo penale: al centro pose il dibattimento e la formazione della prova nel contraddittorio, con un giudice terzo e una più netta distinzione tra chi accusa e chi giudica. Vassalli voleva rafforzare la presunzione di non colpevolezza e le garanzie della difesa, senza rinunciare all’efficienza della giustizia. Nel libro ricordo anche la sua consapevolezza dei limiti: Vassalli stesso avvertì che non si poteva parlare di un sistema accusatorio pienamente realizzato, perché l’intero ordinamento conservava caratteri diversi. Perciò parlerei di un progetto rimasto in parte incompiuto e sottoposto nel tempo a tensioni e arretramenti, più che di un tradimento. Il criterio con cui valutarlo resta quello indicato da Vassalli: verificare se il processo garantisca davvero l’equilibrio tra accusa e difesa e la formazione della prova davanti a un giudice terzo».

Oggi il dibattito politico è fortemente concentrato sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Quale sarebbe stata, secondo lei, la posizione di Giuliano Vassalli di fronte a questo confronto?

«Su questo punto il libro documenta una posizione favorevole, ma non riducibile a uno slogan. Nel 2008 Vassalli definì la separazione delle carriere «indubbiamente una riforma da fare», necessaria; già nel 1987 aveva osservato che un sistema accusatorio non poteva dirsi pienamente tale se pubblico ministero e giudice restavano nella stessa carriera. Questo non significa che avrebbe approvato qualsiasi progetto di riforma. Vassalli si definì uno degli «ammiratori sinceri della Costituzione» e nel 2006 si impegnò per il no al referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo Berlusconi, che interveniva su 52 articoli e su numerosi istituti della Carta. Perciò è difficile stabilire come si sarebbe schierato nel referendum di oggi senza valutarne il testo nel suo insieme. La sua posizione sulla separazione andava di pari passo con la difesa della terzietà del giudice, dell’autonomia della magistratura e delle garanzie costituzionali».

Durante il sequestro di Aldo Moro, Vassalli cercò di contribuire a una soluzione che potesse salvare la vita dello statista democristiano. Cosa racconta quella vicenda del suo rapporto con lo Stato e con le istituzioni?

«Racconta che, per Vassalli, lo Stato non era un principio astratto da difendere sacrificando la vita delle persone. Era un’istituzione che aveva il dovere di proteggere i cittadini e di cercare ogni possibilità ragionevole per salvarli, restando dentro la legalità. La sua esperienza di via Tasso lo portava a immedesimarsi nella condizione di Moro, prigioniero e isolato. Per cinquantacinque giorni lavorò a una soluzione umanitaria: studiò possibili iniziative giuridiche e cercò detenuti per i quali si potessero ipotizzare provvedimenti legittimi. Non voleva una resa alle Brigate Rosse, ma una strada legale per salvare una vita. Il tentativo fallì, ma mostra con chiarezza la sua idea di responsabilità istituzionale: difendere lo Stato significa anche non rinunciare alla sua civiltà».

Nel sottotitolo del suo libro definisce Vassalli un socialista «autonomo». Che cosa significava esserlo allora e quanto manca oggi alla politica italiana una figura capace di mantenere la propria indipendenza di pensiero?

«Per Vassalli il socialismo doveva essere democratico e libero da ogni subordinazione a potenze o ideologie straniere, a cominciare dal modello sovietico. Nel 1947, alla scissione di Palazzo Barberini, scelse il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e seguì Saragat: non fu, come lui stesso chiarì, una rottura da destra, ma una scelta che nasceva dalla volontà di difendere un socialismo democratico, autonomo dai comunisti e dall’Unione Sovietica. Quando Saragat e il partito si spostarono verso posizioni più moderate, con l’ingresso nei governi centristi, Vassalli se ne allontanò coerentemente. Rimase per anni un socialista senza tessera, in attesa che maturassero le condizioni per un socialismo democratico e indipendente. Il rapporto di Chruščëv sui crimini di Stalin aprì una nuova fase; la repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956 rese ancora più evidente la necessità di prendere le distanze da quel modello. Nel 1959 Vassalli tornò nel Psi, quando la sua linea autonomista si era rafforzata e il partito aveva avviato una separazione più netta dal Pci e dall’Urss. Quanto alla politica di oggi, la sua vicenda ricorda che l’autonomia di pensiero non è un esercizio individuale: richiede una cultura politica capace di non piegarsi a modelli esterni e di tenere insieme democrazia, libertà e trasformazione sociale. Oggi sentiamo la mancanza di figure con questa indipendenza; mi auguro che anche la classe dirigente attuale possa ritrovare una strada, guardando a modelli come quello di Vassalli».

Vassalli apparteneva a una generazione che aveva conosciuto la dittatura e contribuito alla costruzione della Repubblica. Guardando all’attuale classe dirigente, crede che si sia perso quel senso di responsabilità istituzionale?

«Non farei un confronto assoluto tra generazioni, ma credo che i politici di quella stagione avessero forse una marcia in più. Avevano attraversato la dittatura, la guerra e la Resistenza, e sapevano quanto fosse fragile la democrazia e quanto fosse importante difendere le istituzioni. Vassalli, però, non le considerava intoccabili: le rispettava, ma ne criticava le insufficienze e cercava di migliorarle. La speranza è che anche la classe dirigente di oggi riesca a trovare una strada diversa, guardando a modelli come il suo: persone capaci di riformare le istituzioni senza delegittimarle, di difenderle senza trasformarle in un idolo e di mantenere la propria autonomia di giudizio».