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Luigi Snichelotto sulle regole dell’accoglienza

Luigi Snichelotto sulle regole dell’accoglienza

La crescita turistica mette alla prova imprese, servizi e vita quotidiana. Ne parla Luigi Snichelotto, imprenditore e giornalista pubblicista, già presidente regionale FIPE Confcommercio e dell’Ente Bilaterale del Turismo Campano, con esperienze nella rappresentanza imprenditoriale campana. Attuale Presidente di AssoMiMe APS ETS, Associazione Mezzogiorno Italia Mediterraneo Europa, insignito del Premio internazionale Guido Dorso nel 2018 e per la quarta volta, la sua azienda riceve, il prossimo dicembre, il Premio Nazionale Industria Felix, l’Italia che compete, consegnato a Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano, chiede di superare le divisioni associative per una programmazione dell’intera filiera, anche in vista dell’America’s Cup 2027. 

Il presidente Fico ha richiamato la necessità di governare i flussi e proteggere la possibilità di abitare le città. Quale mediazione suggerisce? 

«Partirei dal riconoscimento delle esigenze di ciascuno. Chi investe nell’accoglienza ha bisogno di condizioni comprensibili e di una prospettiva economica; chi abita un quartiere deve poter continuare a viverci, riposare e utilizzare i servizi. Anche il visitatore cerca un luogo funzionante. La mediazione consiste nel fissare obiettivi verificabili e distribuire correttamente i compiti. Alle istituzioni spettano programmazione, servizi e controlli; alle imprese la qualità della propria attività; alle associazioni rappresentanza, formazione e collaborazione. Una categoria non può sostituirsi a un’amministrazione nella gestione del traffico, ma può contribuire a prevenire concentrazioni e disagi. Da qui farei partire un patto territoriale dell’accoglienza, con impegni riconoscibili per tutti».

Lei parla di una galassia del turismo. Che cosa rende difficile tenerla insieme?

«Il fatto che ogni comparto osservi prevalentemente il proprio segmento. Un albergo, un B&B, un ristorante, un’organizzazione congressuale o un’impresa di trasporto hanno modelli diversi, ma partecipano alla stessa esperienza del viaggiatore. Un soggiorno risente del collegamento dall’aeroporto, degli orari dei musei, della pulizia, del rumore e della possibilità di ricevere informazioni attendibili. Quando questi elementi procedono separatamente, le conseguenze raggiungono anche chi lavora in tutt’altro settore. Per questo coinvolgerei alberghi delle diverse categorie, ricettività extralberghiera, ristorazione in tutte le sue forme, guide, agenzie, operatori culturali, trasporto pubblico e privato, taxi, noleggio con conducente, servizi executive, transfer individuali e collettivi. Dovrebbero partecipare anche rappresentanze dei lavoratori e dei residenti, con modalità trasparenti e un’agenda precisa».

L’associazionismo riesce a costruire questa cooperazione?

«A mio giudizio, una parte del settore appare imbalsamata in equilibri che faticano a produrre iniziativa comune. Quando prevalgono visibilità personale o lobbismo di parte, la rappresentanza perde la propria funzione di cooperazione. Parallelamente, gli operatori già strutturati possono trovare più conveniente affidarsi alla propria organizzazione e allontanarsi dai percorsi associativi. Si apre così una frattura: la rappresentanza perde competenze e partecipazione, mentre le imprese affrontano individualmente problemi che richiedono azioni collettive. Questa è la dinamica che vorrei discutere, senza generalizzazioni sulle singole sigle. Per ricucirla servono progetti con benefici verificabili anche per le piccole attività, impegni reciproci e trasparenza sui risultati. L’autonomia delle associazioni può convivere con una cooperazione stabile nell’interesse dell’economia regionale».

In Campania il 30 settembre si è insediato l’Osservatorio regionale sui flussi turistici. Come si collega alla sua proposta di cabina di regia? 

«È una sede dalla quale partire. Proporrei un raccordo operativo tra Osservatorio, enti competenti e territori. I dati dovrebbero tradursi in decisioni sui servizi da potenziare, con responsabili, scadenze e verifiche pubbliche. Le associazioni porterebbero conoscenza e proposte; le decisioni resterebbero agli enti competenti. Napoli, isole, Costiera, Cilento e aree interne richiedono articolazioni territoriali, collegate per risolvere anche i problemi che superano i confini comunali. Proporrei entro novanta giorni una prima carta delle pressioni turistiche e un programma di interventi, sperimentando il coordinamento in alcune aree. Verificherei tempi degli spostamenti, disturbi segnalati, soddisfazione degli ospiti e condizioni del lavoro».

I suoi dieci punti del 2021 e il decalogo presentato alla BMT di Napoli il 16 marzo 2024 anticipavano questo ragionamento? 

«Li considero tappe di un percorso. La ripartenza chiedeva collaborazione e capacità di organizzarsi; nel decalogo del 2024 ho sviluppato soprattutto la professionalizzazione dell’accoglienza: conoscenza delle regole, gestione del personale, lingue, relazione con l’ospite, comprensione del territorio e capacità di fare rete. A Paestum, nel 2022, avevo inoltre presentato un vademecum in cinque atti sulla selezione e formazione del personale, nell’ambito di un incontro promosso da Abbac e Guestitaly. La continuità sta nella convinzione che l’attrattività debba essere sostenuta da competenze. Oggi quelle riflessioni possono trovare applicazione in un’organizzazione condivisa dei servizi. Vorrei che fossero valutate per la loro utilità, aperte al contributo degli operatori e aggiornate alla luce delle condizioni attuali». 

Come dovrebbe funzionare la carta dei flussi che propone?

«La immagino come uno strumento pubblico aggiornato durante l’anno. Dovrebbe distinguere pernottamenti e visite giornaliere, crociere, gruppi organizzati e grandi eventi. A questi dati affiancherei la capacità di trasporti, parcheggi, siti culturali e servizi essenziali. La pressione va letta per quartiere, fascia oraria e periodo: possono esserci camere disponibili e accessi stradali congestionati. Su questa base si possono programmare arrivi dei gruppi, prenotazioni nei luoghi fragili, percorsi alternativi e potenziamenti temporanei. Le soglie devono avere una motivazione territoriale ed essere riesaminate. Un calendario comune degli eventi e il confronto anticipato con tour operator e vettori aiuterebbero a distribuire la domanda. La promozione dei periodi meno affollati deve però accompagnarsi a servizi aperti e collegamenti affidabili. La destagionalizzazione richiede un’organizzazione condivisa».

Sul traffico, come si costruisce un equilibrio tra trasporto collettivo e servizi personalizzati?

«Dando a ciascun servizio una funzione e spazi adeguati. Il trasporto collettivo deve sostenere i grandi volumi; taxi, noleggio con conducente e transfer rispondono a esigenze differenti, comprese quelle di persone con mobilità ridotta, famiglie, equipaggi e delegazioni. Proporrei aree per salita e discesa, collegamenti tra nodi di arrivo e destinazioni, orari coordinati e un confronto sulla sosta. Nei periodi di punta valuterei navette e servizi marittimi dove possibile. Ogni soluzione deve preservare i percorsi dei residenti, le consegne e l’accesso dei soccorsi. Tempi e affidabilità degli spostamenti sono una parte decisiva della qualità dell’accoglienza».

Alberghi, B&B e abitazioni private possono trovare una convivenza sostenibile?

«Sì, attraverso valutazioni che distinguano le diverse forme di ospitalità e le condizioni dei quartieri. Un B&B nella casa abitata dal titolare, un alloggio interamente destinato alla locazione turistica e un albergo hanno caratteristiche differenti. La ricognizione deve riguardare attività regolari, immobili inutilizzati, fabbisogno abitativo e disponibilità di alloggi per studenti e lavoratori. Dove emergono squilibri documentati, servono misure proporzionate e controllabili, accompagnate da interventi sull’offerta residenziale. Gli alberghi mantengono una funzione essenziale per servizi, occupazione e organizzazione; l’ospitalità diffusa risponde ad altre esigenze e può valorizzare territori meno serviti. Per le attività esistenti occorrono chiarezza, tempi ragionevoli e certezza delle procedure. La collaborazione diventa possibile quando ciascuno riconosce il contributo degli altri e accetta responsabilità coerenti con la propria attività». 

Ristorazione, locali serali e diritto al riposo sono spesso al centro delle proteste. Quale criterio suggerisce?

«Considererei la vivibilità una componente della qualità turistica. Chi lavora al mattino deve poter dormire, così come l’ospite che ha pagato un soggiorno. Ristoranti, bar, pizzerie, locali di intrattenimento e ristorazione organizzata hanno esigenze diverse: la programmazione dovrebbe tenerne conto, verificando l’impatto effettivo delle attività. Servono regole comprensibili su diffusione sonora, spazi esterni, carico e scarico, pulizia e gestione delle uscite notturne. I controlli devono essere costanti e le segnalazioni ricevere risposte riconoscibili. Anche le imprese possono investire in accorgimenti tecnici e organizzativi per contenere il disturbo. Un locale che funziona grazie al degrado delle condizioni circostanti sta consumando una risorsa dalla quale dipende anche il proprio futuro. Il conflitto lasciato crescere finisce per danneggiare l’intero quartiere».

Lei chiede anche un’offerta economica più razionale. Che cosa intende?

«Intendo prezzi comprensibili e servizi descritti con precisione. Il cliente deve conoscere costo complessivo, supplementi, condizioni di cancellazione e contenuto dell’offerta. Ogni impresa determina autonomamente le proprie tariffe; il coordinamento territoriale promuove trasparenza, informazione e qualità. Servizi essenziali, personalizzati e di fascia elevata devono esprimere differenze riconoscibili, consentendo alla destinazione di rivolgersi a pubblici diversi. Durante i grandi eventi valuterei anche l’effetto delle scelte commerciali sulla reputazione successiva. Un prezzo che promette un livello superiore a quello effettivamente offerto può compromettere la fiducia e la possibilità di ritorno».

Che posto occupano i lavoratori in questa mediazione?

«Un posto centrale. L’esperienza maturata nella bilateralità mi porta a collegare formazione, condizioni di lavoro e qualità del servizio. Lingue, sicurezza, strumenti digitali, relazione con il pubblico e conoscenza del territorio richiedono percorsi organizzati. Occorre però che le competenze trovino una prospettiva: regolarità contrattuale, retribuzioni adeguate, turni sostenibili e possibilità di crescita. Anche raggiungere il posto di lavoro o trovare un alloggio accessibile può diventare decisivo nelle località più richieste. Scuole, enti formativi, imprese e rappresentanze dei lavoratori dovrebbero costruire programmi con risultati verificabili. L’emancipazione del Mezzogiorno passa anche dalla possibilità di scegliere queste professioni come un percorso di vita. Un’offerta più distribuita nell’anno può aiutare a dare continuità all’occupazione e a conservare le competenze nei territori».

L’America’s Cup del 2027 può mettere alla prova questo modello. Da dove partirebbe?

«Dal calendario e dai bisogni concreti. La Louis Vuitton Cup comincerà il 22 maggio, mentre il Match dell’America’s Cup partirà il 10 luglio: la preparazione deve considerare una presenza articolata nel tempo, oltre alle giornate di maggiore richiamo. Proporrei una ricognizione della disponibilità effettiva di alloggi e servizi, un piano della mobilità condiviso e informazioni coordinate per residenti, imprese e visitatori. Verificherei accessibilità, pulizia, personale e capacità di risposta agli imprevisti. Alle prove organizzative dovrebbero partecipare anche gli operatori dei trasporti e dell’accoglienza. Napoli può utilizzare l’evento per migliorare servizi che resteranno dopo le regate. Il risultato dovrebbe essere valutato anche attraverso l’esperienza dei cittadini e la capacità dei visitatori di muoversi e vivere la città con soddisfazione». 

Le esigenze di riservatezza delle delegazioni potrebbero favorire case private vicine alle aree di gara. Come affrontare questa possibilità?

«È una possibilità da valutare verificando le richieste reali. Equipaggi, tecnici e ospiti possono cercare soluzioni differenti per durata, vicinanza e riservatezza. Suggerirei un confronto con gli organizzatori sui fabbisogni aggregati, senza assumere come dati acquisiti indiscrezioni sulle singole delegazioni. Anche una casa privata genera necessità di trasporto, ristorazione, pulizia e assistenza. Servono interlocutori qualificati, contratti chiari e servizi affidabili. Queste scelte possono integrarsi con le altre componenti dell’offerta, rispettando la vita quotidiana degli abitanti delle zone interessate».

Come può questa visione estendersi al Mezzogiorno senza ridurne lo sviluppo al solo turismo?

«AssoMiMe si occupa del rapporto tra vocazioni dei territori, opportunità economiche e responsabilità verso le comunità. Il turismo può creare relazioni con agricoltura, artigianato, industria, cultura e servizi avanzati. Ogni territorio deve poter sviluppare le proprie competenze e risorse. Penso a reti tra Campania e altre regioni meridionali costruite su collegamenti effettivi, itinerari culturali e scambi tra imprese, rispettando le capacità dei luoghi. Una bottega storica deve poter continuare a produrre, una comunità mantenere i propri servizi, un giovane scegliere anche professioni diverse dall’accoglienza. Il patrimonio storico e artistico richiede manutenzione e competenze; quello artigianale trasmissione del sapere e accesso ai mercati. Il principio che propongo è questo: insieme, coesistere e progredire, tutti, nessuno escluso».