Le manovre sul nuovo Vicario Generale - Le Cronache Ultimora
Ultimora

Le manovre sul nuovo Vicario Generale

Le manovre sul nuovo Vicario Generale

C’è un clima di palpabile tensione nei corridoi della curia salernitana. Da giorni, attorno alla figura dell’Arcivescovo Andrea Bellandi, si consuma un fitto lavorio politico per l’indicazione del nuovo Vicario Generale, la carica di maggior peso e responsabilità nel governo della Diocesi.
A spingere con insistenza per la nomina sarebbero i collaboratori più stretti del presule: da don Antonio Montefusco – presentato due volte per essere nominato Vescovo e per due volte bocciato a Roma – a don Sabato Naddeo, il cui ruolo di “suggeritore” continua a suscitare perplessità in ambiente diocesano per l’opportunità stessa delle sue proposte.
La fretta di Bellandi e il caso Raimo
A rendere lo scenario ancora più rovente è la presenza, tuttora in carica, di Mons. Alfonso Raimo. Negli ambienti di Curia è un segreto di Pulcinella: Mons. Bellandi non vede l’ora di sostituire il suo attuale Vicario ed Vescovo Ausiliare. Un rapporto, quello tra Bellandi e Raimo, incrinatosi quasi subito e segnato da una freddezza istituzionale che non è mai passata inosservata.
Significativo, in tal senso, il retroscena emerso già poche settimane dopo l’investitura di Raimo: durante un incontro con alcuni sacerdoti, un collaboratore strettissimo di Bellandi ebbe a confidare senza troppi finti pudori che «Bellandi si è già pentito di averlo presentato come suo ausiliare». Un’ammissione che ha poi trovato riscontro nei fatti e nei modi con cui Raimo è stato progressivamente delegittimato e spinto verso il margine.
Il candidato e il nodo dei contanti
Per sostituire Raimo, la cordata di Curia sta puntando con decisione su don Michele Olivieri. Una scelta che sulla carta appare discreta, ma che rischia di trasformarsi in un vero e proprio autogol di credibilità.
Sulla figura di don Olivieri pende infatti un episodio di cronaca mai del tutto chiarito. Quando la sua parrocchia fu colpita da un furto, fu lo stesso sacerdote a sporgere denuncia alle autorità, mettendo a verbale la sottrazione di un cospicuo gruzzolo di denaro contante 30 mila euro custodito nella cassaforte della canonica. Una vicenda che continua a sollevare interrogativi inevitabili:
Di chi era quel denaro? Si trattava di risorse della comunità destinate alla carità o di denaro personale del sacerdote?
Se erano fondi parrocchiali, perché un’ingente somma in contanti non era depositata su un conto tracciabile e inserita nel bilancio ufficiale?
Se erano risorse personali, come si spiega una simile giacenza di contanti nella disponibilità di un ministro del culto?
A rendere il quadro ancora più surreale, secondo quanto trapela con sconcerto da alcuni membri del Consiglio Presbiterale, ci sarebbe un ulteriore tassello che riguarda gli investimenti della Diocesi nell’efficientamento energetico.
Don Olivieri avrebbe infatti perorato e proposto l’ingaggio di una ditta “amica” per l’installazione di impianti fotovoltaici sui tetti delle chiese e delle strutture diocesane. Un’iniziativa che lascia sbigottiti molti sacerdoti e laici per un motivo preciso: la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha da tempo promosso direttive e protocolli nazionali ufficiali sulle Comunità Energetiche e sul fotovoltaico per favorire la transizione ecologica con la massima trasparenza, garanzia di risparmio e rispetto dei criteri etici.
Perché si è preferito strizzare l’occhio a una proposta privata e “vicina”, ignorando o mettendo da parte i canali e le indicazioni della CEI?
Una scelta di governance che rischia di spaccare la Diocesi
Il Vicario Generale è il braccio destro del Vescovo, la figura che gestisce l’amministrazione, le risorse e l’autorità della chiesa locale. Promuovere a questo ruolo un sacerdote attorno al quale si sommano dubbi sulla gestione dei contanti in parrocchia e corsie preferenziali per affari energetici – il tutto per rimpiazzare in fretta e furia un Vescovo Ausiliare – rischia di provocare una spaccatura insanabile e di compromettere seriamente la credibilità dell’episcopato salernitano