Luigi Snichelotto
Intendiamoci, come necessaria premessa: Vasco Rossi è un gigante della musica italiana, un artista che ha attraversato generazioni, interpretandone inquietudini, contraddizioni, speranze e disillusioni. Un protagonista della cultura popolare, capace di trasformare esperienze personali in emozioni collettive, fino a rendere le proprie canzoni una sorta di patrimonio sentimentale condiviso. Non è dunque sua la figura che queste riflessioni intendono discutere, né il valore artistico di un percorso che non ha certamente bisogno di ulteriori certificazioni per essere riconosciuto. L’occasione nasce dal dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione conferitogli, il 7 ottobre, dall’Università degli Studi di Salerno. Un riconoscimento motivato dalla particolare capacità dell’artista di interpretare le trasformazioni sociali e di contribuire alla formazione dei linguaggi e degli immaginari contemporanei. Una motivazione certamente degna di attenzione. Ma proprio per questo capace di sollecitare qualche interrogativo, forse meno scontato di quanto potrebbe apparire. Che cosa riconosciamo, esattamente, quando attribuiamo un titolo accademico a una personalità che abbia già conquistato fama, consenso e successo? Il talento? L’influenza esercitata sulla società? La capacità di anticipare sensibilità collettive? Oppure riconosciamo, in qualche modo, anche il nostro bisogno di attribuire una forma istituzionale a ciò che abbiamo già consacrato attraverso l’ammirazione popolare? E ancora: il riconoscimento accademico aggiunge qualcosa alla grandezza di un artista, oppure è l’istituzione accademica che, attraverso quel riconoscimento, cerca di avvicinarsi a una grandezza già riconosciuta altrove? Non è una domanda maliziosa. O almeno, vorrei sperare che non lo fosse. Perché dietro questa apparente curiosità si nasconde una questione ben più ampia, che riguarda il nostro rapporto con il merito, con l’autenticità e con quella particolare forma di rappresentazione della realtà che, talvolta, finisce per confondere ciò che siamo con ciò che gli altri desiderano vedere in noi. Mi domando, infatti, quanto del successo di alcune personalità dipenda dalla loro capacità di offrire qualcosa di realmente nuovo e quanto, invece, dalla straordinaria attitudine a interpretare, con semplicità, qualcosa che tutti conosciamo ma che non riusciamo a esprimere? È forse questa la differenza fra il genio e la persona comune? Oppure il genio consiste proprio nel rendere comune ciò che, prima del suo intervento, appariva complicato, inesprimibile, perfino incomprensibile? Se così fosse, dovremmo riconoscere che la semplicità non rappresenta affatto il contrario della profondità. Potrebbe esserne, invece, la manifestazione più alta? E tuttavia, una volta ammesso questo principio, sorge un secondo interrogativo, forse ancora più delicato: come distinguiamo la semplicità autentica da quella abilmente rappresentata? Viviamo in un’epoca nella quale l’immagine pubblica costituisce una parte considerevole della nostra identità sociale. Non soltanto per gli artisti, gli uomini politici o i personaggi televisivi, ma per ciascuno di noi. Ci presentiamo, ci raccontiamo, scegliamo quali aspetti mostrare e quali conservare nel riserbo. Persino quando dichiariamo di essere spontanei, stiamo comunicando qualcosa di noi. La spontaneità, dunque, può diventare un linguaggio? E un linguaggio, quando incontra il consenso, può trasformarsi in un modello riconoscibile, ripetibile, perfino commercialmente prezioso? Non significa necessariamente che sia falso. Significa, più semplicemente, che anche l’autenticità, quando viene esposta continuamente allo sguardo degli altri, corre il rischio di diventare una rappresentazione di se stessa. È una contraddizione dalla quale nessuno di noi può dirsi completamente immune? Pensiamo alla particolare simpatia che siamo portati a riservare alle cosiddette persone della porta accanto. Quelle che sembrano non avere bisogno di dimostrare nulla, che utilizzano parole comprensibili, che non ostentano cultura, ricchezza o superiorità. Persone capaci di suscitare una naturale inclinazione alla familiarità, quasi disinnescando quei meccanismi di confronto, gelosia e competizione che accompagnano spesso le relazioni umane. Le percepiamo vicine, accessibili, rassicuranti. Talvolta le consideriamo perfino modeste, nel senso più nobile del termine. Eppure, non sappiamo quasi nulla della loro effettiva condizione, delle ambizioni, delle contraddizioni o dei privilegi che possono caratterizzarne l’esistenza. Può accadere così che un personaggio immensamente ricco venga percepito come uno di noi, mentre un individuo che vive realmente le difficoltà quotidiane venga considerato distante, antipatico o presuntuoso soltanto perché utilizza un linguaggio meno familiare. La vicinanza emotiva, quindi, non coincide necessariamente con la somiglianza sociale. Ed è qui che la riflessione si fa interessante. Perché un artista che dispone di ricchezze, notorietà e libertà sconosciute alla maggioranza dei suoi ascoltatori può continuare a rappresentarne efficacemente i sentimenti? E perché questa distanza, che in altri contesti susciterebbe diffidenza, nel mondo della musica e dello spettacolo viene spesso accettata senza particolari difficoltà? Forse perché non chiediamo agli artisti di condividere materialmente la nostra condizione? Chiediamo loro di comprenderla, interpretarla? O restituircela attraverso parole nelle quali riconoscerci? E questa capacità può essere autentica anche quando le condizioni economiche e sociali siano profondamente differenti? Un uomo benestante non perde necessariamente la sensibilità verso la sofferenza. Un artista famoso non dimentica per definizione le proprie origini. E un autore non deve vivere ogni esperienza che racconta per comprenderne il significato. Sarebbe ingiusto sostenere il contrario. Ma sarebbe altrettanto ingenuo non riconoscere che il successo produce una distanza, e che questa distanza può essere attenuata, nella percezione collettiva, attraverso un’immagine di semplicità, familiarità e appartenenza. Da qui nasce una domanda che non riguarda soltanto Vasco Rossi, ma l’intero universo dei personaggi pubblici: quanto amiamo una persona per ciò che effettivamente rappresenta e quanto per ciò che abbiamo bisogno che rappresenti? La risposta, probabilmente, si trova in una zona intermedia, nella quale realtà e immaginazione finiscono per alimentarsi reciprocamente. Il pubblico costruisce il proprio personaggio ideale, mentre il personaggio, consapevolmente oppure no, impara a convivere con le aspettative del pubblico. Nasce una relazione nella quale ciascuna parte riconosce nell’altra qualcosa di sé. E il successo diventa, oltre che una conquista individuale, una costruzione collettiva. Ma torniamo all’università. Il dottorato honoris causa non è il risultato di un normale percorso di studi, né pretende di esserlo. È un riconoscimento eccezionale attraverso il quale un’istituzione accademica attribuisce particolare valore a un contributo maturato al di fuori delle procedure ordinarie della formazione e della ricerca. È importante ricordarlo, perché sarebbe improprio contrapporre il titolo conferito a Vasco Rossi ai sacrifici di uno studente che abbia affrontato esami, tesi, concorsi e anni di studio. Si tratta di percorsi e significati differenti. Eppure, proprio questa distinzione apre una questione culturale che merita di essere approfondita. L’università, storicamente, non è soltanto il luogo nel quale si trasmettono conoscenze. È anche l’istituzione chiamata a interrogare criticamente la realtà, a distinguere l’opinione dalla dimostrazione, il consenso dall’argomentazione, l’intuizione dalla verifica. Se riconosce un’esperienza artistica come particolarmente significativa per lo studio della comunicazione, compie un’operazione legittima e potenzialmente feconda. Ma dovrebbe anche aiutarci a comprendere quali siano gli elementi specifici che rendono quell’esperienza meritevole di un riconoscimento tanto particolare. Non basta, a mio avviso, che milioni di persone ascoltino una voce. Occorre domandarsi che cosa quella voce abbia modificato nel linguaggio, nelle relazioni sociali, nella rappresentazione delle generazioni e nella nostra capacità di comprendere il tempo in cui viviamo. La popolarità può essere un indizio dell’influenza culturale, ma non ne costituisce automaticamente la dimostrazione. D’altra parte, esistono studiosi, ricercatori, insegnanti, educatori e professionisti che contribuiscono silenziosamente al progresso della società senza ricevere riconoscimenti comparabili. Persone che dedicano intere esistenze alla conoscenza, talvolta nell’anonimato, senza mai incontrare l’attenzione dei grandi mezzi di comunicazione. Non per questo il riconoscimento attribuito a un artista diventa ingiusto. Ma il confronto ci obbliga a riflettere sulla diversa visibilità del merito. Siamo davvero capaci di riconoscere ciò che ha valore oppure tendiamo a riconoscere più facilmente ciò che è già visibile? E, soprattutto, siamo ancora disposti a cercare il valore dove non vi siano applausi, telecamere e folle entusiaste? Forse la domanda riguarda meno Vasco Rossi e molto di più noi stessi. Perché il nostro tempo sembra attribuire una crescente importanza alla capacità di essere riconosciuti. Non basta realizzare qualcosa: occorre che quel qualcosa venga raccontato, condiviso, celebrato, trasformato in una presenza pubblica. La notorietà finisce così per assumere un valore autonomo, quasi indipendente dalle ragioni che l’hanno prodotta. Non sempre, naturalmente. Sarebbe una generalizzazione superficiale. Ma il rischio esiste e attraversa mondi differenti: politica, cultura, impresa, spettacolo, informazione e persino ricerca scientifica. Il riconoscimento può diventare una sorta di seconda esistenza del merito, talvolta più importante del merito stesso. Ed ecco comparire quello che definirei l’effimero caratterizzante: la tendenza a ricercare, attraverso segni esteriori di approvazione, una conferma della propria identità e del proprio valore. Effimero non perché necessariamente privo di sostanza, ma perché dipendente dallo sguardo altrui, dalla mutevolezza del consenso, dall’attenzione di un pubblico che oggi celebra e domani potrebbe dimenticare. Caratterizzante perché, paradossalmente, proprio questa approvazione temporanea finisce per diventare una parte stabile dell’immagine che costruiamo di noi stessi. Si può essere grandi senza essere famosi. Si può essere famosi senza essere grandi. E si può, naturalmente, essere entrambe le cose. Il problema nasce quando smettiamo di distinguere queste possibilità. Mi viene allora da interrogarmi su un’altra caratteristica dell’essere umano: la tendenza a diffidare di chi appare troppo superiore e ad affezionarsi a chi sembra non volerlo essere. Forse è un antico meccanismo di difesa. La superiorità dichiarata provoca confronto, mentre quella dissimulata può suscitare simpatia. L’individuo che ostenta il proprio successo rischia di generare invidia; quello che continua a mostrarsi ordinario, nonostante risultati straordinari, appare meno minaccioso. La modestia diventa così una qualità particolarmente apprezzata. Ma, proprio perché apprezzata, può essere anche imitata. Non è difficile incontrare persone che ostentano la propria umiltà con una determinazione quasi eroica. Individui che dichiarano di non cercare riconoscimenti mentre sembrano dedicare notevoli energie a ottenerli. È uno dei piccoli paradossi dell’esistenza. E forse ne sorridiamo perché, in misura diversa, lo conosciamo tutti. Quante volte abbiamo affermato di non attribuire importanza al giudizio degli altri, salvo poi rimanere profondamente colpiti da una critica? Quante volte abbiamo dichiarato di non essere interessati ai riconoscimenti, provando tuttavia un sincero piacere quando qualcuno ha riconosciuto il nostro lavoro? Non necessariamente si tratta di ipocrisia. Potrebbe essere, più semplicemente, la manifestazione di un bisogno umano di considerazione, appartenenza e conferma. L’ipocrisia comincia, semmai, quando la distanza fra ciò che professiamo e ciò che pratichiamo diventa sistematica e consapevolmente utilizzata per ottenere vantaggi, approvazione o superiorità morale. Ma attribuire questa intenzione agli altri richiede prudenza. Non possiamo conoscere facilmente le motivazioni profonde di una persona, soprattutto quando la osserviamo attraverso la rappresentazione pubblica della sua esistenza. .










