Batte il cuore. E i sogni si rincorrono, alimentati e sostenuti da quella covata di ragazzi terribili che fece sognare più generazioni. Un gruppo inossidabile, plasmato dallo storico mister e padre putativo: Matteo Covone. Per stampa e opinione pubblica, semplicemente don Matteo. Il campo Italia fortino inespugnabile. Dal 2018 ribattezzato Matteo Covone, su proposta dello speaker radiofonico, Tonino Luppino, primo firmatario di una petizione che vede la luce nel 1997, attraversa un lunghissimo iter, cinque amministrazioni comunali e scrive la parola fine dopo 21 anni. Quel marchio indelebile e inconfondibile del Sapri dà la stura ad amori culminati anche in felici sodalizi, sulle ali di un entusiasmo contagioso e mai sopito. Il calcio nazionale manda a memoria formazioni che avevano dominato in Italia, Europa, Intercontinentale: Cudicini, Anquilletti, Schnellinger….Sarti, Burgnich, Facchetti. In quell’anno bisestile 1976, il presidente della Repubblica è Giovanni Leone, l’Italia è attraversata da forti tensioni politiche e sociali caratterizzate dagli anni di piombo. La capitale del calcio è Torino, con i granata guidati da un tecnico innovatore -Gigi Radice- pilota di un organico capace di strappare lo scudetto ai rivali di sempre: la Juventus. In primavera avanti di 5 punti, agganciati e superati proprio al fotofinish, i bianconeri sono sconfitti inopinatamente dalla matricola Perugia al debutto in serie A, con gol di Renato Curi e il Toro, pur fermato sul pareggio in casa dal Cesena, è meritatamente Campione d’Italia. Castellini, Santin, Salvadori……il ritornello più gettonato delle domeniche pomeriggio, mentre sui campi polverosi dei dilettanti, si aggira un concreto spauracchio. Scognamiglio, Puoli, Formica….con un direttore d’orchestra compassato e mai sopra le righe. Un padre, più che un padrone dello spogliatoio, ma egualmente ribattezzato el paròn, dal dialetto triestino, come uno dei più grandi allenatori di calcio di quegli anni, Nereo Rocco -nato proprio nel capoluogo giuliano- tra gli artefici dell’impresa di vincere la prima Coppa dei Campioni per una squadra italiana, alla guida del Milan, di cui Matteo Covone è tifoso e a Rocco lo lega oltre che la passione per i colori rossoneri anche la rassomiglianza e il piglio carismatico. Una simbiosi talmente assonante che l’accorsato bar di sua proprietà -luogo privilegiato di artisti, scrittori, attori e facoltosi imprenditori- lo battezza con un nome eloquente: Rosso e Nero. Il Sapri che unisce il golfo di Policastro delle tre regioni, viene modellato con sapienza e competenza da don Matteo. Una formazione camaleontica, risoluta nell’approccio alla gara, mai arrendevole e anche contro avversarie superiori sulla carta, capace sempre di scendere in campo senza timore reverenziale. Il portiere è un’autentica saracinesca: Carmine Scognamiglio, che oltre alla gloria, nella famosa città della Spigolatrice trova anche l’amore: la radiosa Cinzia, figlia del generoso e appassionato medico sociale, Giannino Manzione, icona popolare, professionista studioso e all’avanguardia. I due terzini -nel calcio di oggi, esterni bassi o braccetti di destra e di sinistra- Puoli e il capitano Formica, già all’epoca difensori eclettici e mai statici, con sgroppate sulle fasce laterali. Linfa vitale per i famelici finalizzatori dell’azione. La coppia di centrali -stopper e libero- Ranieri e Scarfato: il primo bravo anche nella costruzione, il secondo un leader e un capo indiscusso, che intimorisce gli avversari a partire dal vocione, opponendosi in seconda battuta se un calciatore rivale sfugge alle grinfie difensive. A centrocampo trottolino Occhiuzzi supporta l’estro e le invenzioni di Vincenzo Agostino, classe cristallina, per fisico e dal fosforo il Sandrino Mazzola dei dilettanti. L’ala destra è un mix di genialità e sregolatezza: Geppino Cariello, combinazione eccitante di Claudio Sala e Franco Causio. Il centrocampo è completato da Antonio Di Pace, riverino. In ossequio al golden boy del calcio italiano, Gianni Rivera, disegna eccezionali arabeschi nonostante il palcoscenico del gioco sia più affine ad aree sterrate piuttosto che a un conforme campo di calcio. I due attaccanti, esemplari gemelli del gol: Sandro Padulo e Domenico Agostino. Una formidabile coppia che evoca nei tifosi del Sapri -e non solo loro- le gesta memorabili del tandem tricolore di Gigi Radice: Ciccio Graziani e Paolino Pulici, puliciclone, ritratto di colore e magia dipinto da un principe del giornalismo sportivo, Gianni Brera. Tra i rincalzi di lusso, lo stopper Vito Sofo (mazzacane per la sua irruenza nel francobollare la prima punta, coniugata a tempestività ed efficacia nei tackle) e il falso nueve, Enzo Corinto, ‘u biondo, per la folta capigliatura e i tratti simil teutonici. Il bravo portiere Camarda -sempre in panchina solo perché davanti a sé ha la sfortuna di incappare in un mostro tra i pali- vive lo stesso destino che in quelle stagioni accomuna Massimo Piloni, eterno secondo di Dino Zoff. Tra le promesse che poi avranno un ruolo nel Sapri del futuro, l’estremo difensore Pino Bruzzese, bravo, concreto e mai appariscente. E a centrocampo sboccia la stella di Carletto Amato, postura ed eleganza alla Fabio Capello. Cinquant’anni fa il Sapri di Matteo Covone compila la storia del calcio dilettantistico. Nell’ Anno Domini 2026 è pura leggenda! Pasquale Scaldaferri
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