San Severino: una trappola idrogeologica e un vuoto urbano moderno - Le Cronache Attualità
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San Severino: una trappola idrogeologica e un vuoto urbano moderno

San Severino: una trappola idrogeologica e un vuoto urbano moderno

A oltre 900 anni da quando la nobile famiglia dei Sanseverino istituì lo storico mercato — all’epoca focalizzato sul bestiame —, la nostra comunità si appresta a dare una nuova veste a questa antichissima tradizione. Tuttavia, la scelta di localizzare il nascente polo mercatale e parco urbano nell’area tra Via Macello e Via Mulino del Pagano solleva profonde e drammatiche preoccupazioni. Intervenire in quella specifica porzione di territorio, storicamente condizionata dalla presenza del Torrente Solofrana, significa ignorare la fisica e la classificazione del rischio del nostro suolo: l’opera dovrebbe sorgere in una Zona a Rischio R2, stretta in una morsa letale tra una Zona a Rischio Molto Elevato a monte e una Zona a Rischio Elevato Potenziale a valle. In parole povere, si sta progettando una vera e propria trappola.

La firma della convenzione viene presentata come un’opera di rigenerazione, ma nasconde un’insidia che non può essere tollerata. L’uscita del torrente, costretto e intombato nel cemento, non è una semplice opera idraulica: è la bocca di un cannone idrico caricato a salve dalla burocrazia e pronto a fare fuoco alla prima bomba d’acqua. Con questa disposizione, non si sta progettando un’area mercatale, ma un vero e proprio “centro di tiro al bersaglio”, dove l’area mercatale e i cittadini che la frequenteranno si trovano esattamente al centro del tabellone, sulla linea di massima vulnerabilità.

Trovo davvero assurdo che nella scelta politica, nelle linee guida e nel progetto sia stato completamente trascurato l’effetto “idrante” causato dall’elevata velocità che l’acqua acquisisce nel tunnel rettilineo e privo di ostacoli. A questo si lega il gravissimo fenomeno dell’erosione impresso dalla forza cinetica del flusso in uscita: un’energia devastante capace di scalzare le fondamenta e provocare il crollo improvviso degli argini, sia naturali che costruiti. Tutto ciò senza contare l’inevitabile accumulo di detriti che comporta l’innalzamento del letto del torrente, con conseguenze potenzialmente catastrofiche. Non è possibile ignorare quanto accaduto a San Martino Valle Caudina nel 2019, quando la piena del torrente tombato sotto la strada principale sollevò di peso l’intera struttura in cemento armato, disossando e sventrando il centro urbano. La storia recente ci ha già mostrato il rinculo di questo cannone di cemento; ignorarlo è una responsabilità enorme.

Ma pur lasciando in disparte questi cruciali aspetti tecnici, e senza entrare nel merito della mera scelta politica, trovo assurdo che ancora oggi — in un’epoca in cui le esigenze del presente devono essere soddisfatte guardando al futuro, soprattutto negli interventi pubblici che guidano l’organizzazione degli spazi urbani — si concentri l’interesse su scelte mono-uso che condannano lo spazio pubblico al degrado. Un’area mercatale settimanale viene utilizzata appena 52 giorni all’anno (il 14% del tempo), rimanendo un vuoto urbano e una terra di nessuno per il restante 86%.

La presente nota vuole essere un invito pressante a guardare alle buone pratiche, anche regionali. Si pensi al caso di Avellino, dove l’area mercatale è stata integrata in maniera intelligente e sinergica all’interno del tessuto cittadino nella zona dello stadio, sfruttando i servizi e il maxi-parcheggio nei giorni feriali per poi lasciarli agli eventi sportivi nel weekend.

C’è da augurarsi che questa Amministrazione abbandoni una logica ottocentesca — che pure ha visto realizzare all’interno delle nostre città autentiche e preziose architetture, ma che oggi risulta anacronistica — e si allinei finalmente al secolo che vive. È necessario anteporre la sicurezza dei cittadini e una moderna cultura urbanistica a scelte miopi, superate dalla Storia e pericolose per il territorio.

Arch. Carmine Petraccaro