Il prestito pentastellato che svela il grande bluff del socialismo di manovra - Le Cronache Attualità

di Erika Noschese

Nelle alchimie parlamentari la forma costituisce da sempre la sostanza più autentica della visione politica. Quando la norma si fa stringente e i requisiti elettorali impongono di fare i conti con la realtà dei territori, i posizionamenti d’opinione sfumano immediatamente per lasciare il posto al mero tatticismo di palazzo. La cronaca delle ultime ore ne è la dimostrazione più lampante. Il passaggio del senatore del Movimento 5 Stelle Luigi Nave al gruppo Misto di Palazzo Madama rappresenta la classica manovra di ingegneria parlamentare pensata per aggirare un ostacolo strutturale. La recente approvazione definitiva della legge elettorale ha calato una scure inflessibile sui nuovi progetti politici e sulle formazioni sprovviste di un proprio perimetro parlamentare: per potersi presentare alla tornata elettorale, queste realtà dovrebbero raccogliere oltre quindicimila firme per ogni collegio nei soli quindici giorni successivi allo scioglimento delle Camere. Una cifra plebiscitaria, pari a circa quattrocentomila sottoscrizioni complessive su scala nazionale, destinata nei fatti ad annientare ogni velleità d’accesso. Per i soggetti già rappresentati a Palazzo Madama, la quota crolla verticalmente a millecinquecento sottoscrizioni. Di qui l’artifizio: la cessione provvisoria di un parlamentare pentastellato, la costituzione di una nuova componente nel Gruppo Misto sotto il contrassegno di “Avanti Psi e Progetto civico Italia” e il depotenziamento burocratico della sfida. Da Campo Marzio le note ufficiali hanno provveduto tempestivamente a rivestire l’operazione di un’aura di principio, rubricandola quale atto di generosità democratica e risposta militante nei confronti di un testo normativo reputato antidemocratico. Eppure, dietro la retorica del soccorso civile, l’architettura dell’operazione rivela fragilità ben più complesse e, soprattutto, abissali differenze di peso specifico tra i due soggetti beneficiari del prestito pentastellato. Da una parte si posiziona l’iniziativa di Alessandro Onorato, il quale, alla guida del suo Progetto Civico, muove da mesi i tasselli del quadro nazionale con un pragmatismo innegabile. L’assessore romano ha perseguito la propria strategia elettorale cercando coperture istituzionali definite, tentando prima un’interlocuzione con Bruno Tabacci per far perno sui precedenti storici del Centro Democratico e trattando contemporaneamente al tavolo dei leader del campo largo. Per Onorato la discesa in campo risponde a un disegno strutturato di radicamento, volto a intercettare l’elettorato civico e ad assicurarsi il superamento della soglia di sbarramento attraverso alleanze pesanti e un lavoro metodico condotto anche sul territorio campano. Dall’altra parte della medesima operazione si scorge invece la parabola di Enzo Maraio e del suo Avanti-Psi. È precisamente in questo snodo che l’operazione parlamentare perde la propria giustificazione strategica per trasformarsi in una gigantesca stampella politica ed esistenziale. La traiettoria del segretario socialista rappresenta in modo perfetto la paralisi di una dirigenza abituata a vivere di rendita riflessa, perennemente in attesa che la provvidenza di partito o le geometrie del campo largo facciano cadere dal cielo uno slot elettorale altrimenti inaccessibile. Mentre la forza propulsiva di un partito dovrebbe misurarsi sul consenso reale, sulla capacità di mobilitazione e sul peso specifico delle proprie proposte, la gestione di Maraio ha preferito ripiegare sull’autosuggestione dei numeri. Tra analisi interne che vagheggiano un potenziale bacino d’opinione a due cifre e rilevazioni demoscopiche ufficiali che vedono Avanti-Psi costantemente ancorato a percentuali decimali a ridosso dell’uno per cento (nella migliore delle ipotesi sondaggistiche), la distanza tra il racconto propagandistico e il dato di realtà è diventata incolmabile. Nel corso dei mesi passati, mentre il campo progressista cercava con fatica un’identità coerente, la dirigenza del Psi ha continuato ad autosuggestionarsi con l’idea di rappresentare la quarta gamba fondamentale della coalizione. Una pretesa smentita costantemente dai rapporti di forza effettivi, che vedono il partito socialista confinato ai margini dei tavoli decisionali proprio per mancanza di massa critica. Invece di investire nella costruzione di una comunità politica solida e riconoscibile sul territorio, la leadership di Maraio si è limitata a collezionare incontri formali, ad attendere gli eventi davanti ai tavoli semideserti delle feste di partito e a confidare nel fatto che l’alleanza del centrosinistra non potesse fare a meno di un simbolo storico. Un’illusione di autosufficienza crollata impietosamente di fronte al muro della nuova norma elettorale: privo del supporto materiale di altre forze, il Psi non avrebbe nemmeno per sogno i numeri né la struttura militante per raccogliere le quattrocentomila firme richieste sul territorio nazionale. L’intervento risolutivo del Movimento 5 Stelle, dunque, non sanerà le debolezze strutturali di Avanti-Psi, ma si limiterà a procrastinarne il rendiconto politico. Salvare la lista attraverso un espediente regolamentare non equivale a costruire il consenso, né tantomeno a legittimare una classe dirigente di fronte al proprio elettorato. Il paradosso risulta ancora più evidente se si considera l’impatto di questa manovra sugli equilibri locali, a partire dal quadro campano. Il presidente della Regione Roberto Fico ha ribadito a più riprese la necessità di mantenere l’integrità della sua attuale giunta per la durata intera del mandato, congelando le uscite funzionali alle candidature romane. Oggi, di fronte all’aiuto concesso direttamente dal vertice pentastellato ad Alessandro Onorato – e per estensione indiretta alla componente socialista –, diventa lecito chiedersi con quale forza morale o politica Maraio potrà “rifiutarsi” di rivendicare una propria personale discesa in campo per le prossime elezioni politiche. Qualora si concretizzasse, l’operazione assumerebbe le sembianze dell’ennesimo salvataggio individuale garantito dall’abbraccio tattico con Giuseppe Conte, a dispetto dei deludenti risultati elettorali accumulati nelle ultime tornate delle Politiche, l’ultima delle quali lo ha visto anche tragicamente fallire il tentativo di entrare al Senato come terzo candidato al plurinominale in quota PD, fallendo “per poco” l’obiettivo. La vicenda rivela in maniera inequivocabile il limite invalicabile di una modalità di fare politica priva di sostanza. Nel momento in cui le alleanze si stringono e il Partito Democratico stenta a definire la perimetrazione del campo tra primarie e patti di coalizione, la strategia del rinvio sistematico mostra tutto il suo vuoto. La costruzione di un consenso autentico richiede una presenza costante, la capacità di attrarre classe dirigente diffusa e la volontà di misurarsi con il voto reale senza dipendere dalle concessioni altrui. Alessandro Onorato ha intrapreso una strada pragmatica e tali sono i risultati che tenta di portare a casa; Enzo Maraio continua invece ad affidarsi alla benevolenza dei partner di coalizione, scambiando un passaggio tecnico al Gruppo Misto per una vittoria di prospettiva. Aggirare l’ostacolo burocratico delle firme con il soccorso delle truppe pentastellate risolve il problema contingente della presentazione delle liste, ma lascia intatto il problema politico di fondo. Quando si azzera la capacità di rappresentanza autonoma, non bastano le scorciatoie di palazzo per inventare un consenso che non c’è.