di Gaetano Amatruda*
Ho letto con interesse l’intervista ad Attilio Naddeo pubblicata su Le Cronache. Attilio è un amico, un socialista che ha attraversato una stagione importante della politica salernitana, quella nella quale il PSI era una forza centrale nella vita amministrativa e nel dibattito pubblico. Una stagione che merita di essere ricordata, studiata e, per molti aspetti, rivalutata. È ciò che, nel mio piccolo e senza pretendere di riuscirci, ho provato a fare anche con il mio libro Quando Salerno era socialista. Naddeo definisce il PSI di oggi un partito di nicchia. È un giudizio che merita qualche riflessione, soprattutto per comprendere cosa sia accaduto al socialismo italiano negli ultimi trent’anni e quali prospettive possa avere oggi. Partiamo da un dato difficilmente contestabile. Il PSI non ha più i numeri, il radicamento elettorale e il peso politico della stagione di Bettino Craxi, di Carmelo Conte e di una classe dirigente che ha contribuito a modernizzare il Paese e tanti territori. Sarebbe poco serio negarlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi a questa constatazione, senza considerare ciò che è accaduto dopo Tangentopoli. Tenere in vita il PSI, dopo il terremoto politico e giudiziario degli anni Novanta, è stato quasi un miracolo. Non è una valutazione sentimentale, ma una considerazione politica. Mentre scomparivano partiti che avevano segnato la storia repubblicana, una parte della comunità socialista ha continuato a difendere un’identità, una tradizione e una presenza organizzata. Lo ha fatto attraversando divisioni profonde, sconfitte elettorali, difficoltà economiche e una progressiva marginalizzazione. Spesso senza incarichi, senza prospettive immediate e senza le risorse di un grande partito. È un elemento che qualsiasi analisi dovrebbe riconoscere. Naturalmente, la sopravvivenza non può essere considerata un risultato sufficiente. Un partito non esiste soltanto per conservare una storia, a quello pensano le fondazioni, ma per rappresentare interessi, interpretare bisogni e costruire prospettive. La riduzione del peso politico del PSI non è stata determinata soltanto da fattori esterni. Ha inciso anche il progressivo disimpegno di una parte della sua vecchia classe dirigente. Persone che avevano ricoperto ruoli importanti, costruito relazioni, amministrato territori e che, venute meno determinate condizioni politiche o gli spazi personali di un tempo, hanno preferito allontanarsi. Non tutti, naturalmente. Sarebbe ingeneroso generalizzare. Ma resta una contraddizione: una parte di quella classe dirigente, dopo aver scelto il disimpegno, ha continuato a giudicare severamente chi era rimasto a tenere in piedi una forza organizzata. Quando non ci sono più spazi personali, la politica non dovrebbe finire. E quando si sceglie di restare fuori, sarebbe utile ricordare che chi continua a impegnarsi affronta difficoltà che dalla finestra possono apparire molto più semplici. È una riflessione che riguarda il PSI, ma potrebbe essere estesa a molte altre esperienze politiche italiane. C’è poi il tema della cosiddetta nicchia. Se con questa espressione Naddeo intende descrivere una forza politica che oggi dispone di un consenso elettorale limitato, il ragionamento ha un fondamento. I numeri sono quelli che sono e non possono essere sostituiti dalla nostalgia o dall’entusiasmo. Ma se per nicchia si intende uno spazio ristretto, riservato a pochi, incapace di aprirsi e coinvolgere nuove energie, allora il giudizio appare decisamente meno convincente. Anzi, rischia di non cogliere proprio ciò che sta accadendo. Il progetto Avanti, promosso da Enzo Maraio, rappresenta il tentativo di superare una dimensione esclusivamente identitaria e di ricollocare la tradizione socialista dentro una proposta politica più ampia. È un’operazione che merita attenzione, indipendentemente dalle simpatie personali o dalle appartenenze. Il punto non è soltanto recuperare un simbolo o una memoria. È verificare se esista, e tutto propende per un sì, uno spazio politico per una forza socialista, riformista, garantista, europeista, capace di parlare di lavoro, casa, professionisti, partite IVA, nuove imprese e diritti civili. E c’è un elemento che nell’analisi non dovrebbe essere trascurato: quello che Maraio è riuscito a costruire in Campania può rappresentare un modello da riprodurre anche nel resto d’Italia. In Campania Enzo Maraio ha compiuto un’operazione politica che merita di essere riconosciuta. Ha tenuto in vita il PSI e il suo garofano, conservando una tradizione che rischiava di disperdersi, ma ha saputo anche innovare, coinvolgere nuove energie e costruire una rete di amministratori e una presenza significativa nelle istituzioni. Tenere insieme tradizione e innovazione è stato il grande miracolo politico di Maraio in Campania. Non soltanto custodire una storia, ma dimostrare che quella storia può ancora produrre consenso, classe dirigente e capacità di governo. Naturalmente, la Campania ha caratteristiche politiche e territoriali particolari. Non esistono modelli automaticamente esportabili. Ma il metodo può essere replicato: presenza costante, amministratori riconoscibili, apertura alla società civile, capacità di costruire alleanze e attenzione ai problemi quotidiani. I primi segnali che arrivano da altre regioni sembrano andare proprio in questa direzione. Le iniziative nazionali e territoriali di Avanti, la ripresa dell’attività organizzativa, il confronto con altre componenti del centrosinistra e la presenza parlamentare indicano un tentativo di allargare il perimetro politico. Un lavoro duro che deve continuare, utile all’intera coalizione di centrosinistra. A questo impegno politico si affianca anche quello culturale. Maraio ha rilanciato l’Avanti, un giornale che appartiene alla storia del socialismo italiano e che oggi prova a essere nuovamente uno spazio di confronto, di elaborazione e di discussione. Un’esperienza alla quale, insieme ad altri, contribuisco con passione, pur nella consapevolezza dei limiti e delle difficoltà. È proprio il confronto, anche quello critico, che si vorrebbe alimentare. E dibattiti come quello aperto da Naddeo sono utili, perché aiutano a interrogarsi sul presente e sul futuro di una tradizione politica senza limitarsi alla celebrazione del passato. La sfida è passare dalla conservazione di una comunità alla costruzione di una proposta capace di parlare anche a chi socialista non è mai stato. Per riuscirci serviranno nuove generazioni, amministratori, competenze e idee. Ma sarebbe un errore rinunciare all’esperienza di chi ha conosciuto stagioni politiche importanti. Ed è qui che torno all’amico Attilio Naddeo. La sua esperienza, come quella di tanti protagonisti del socialismo salernitano, rappresenta un patrimonio che non dovrebbe essere disperso. La conoscenza delle istituzioni, dei territori e delle dinamiche politiche e amministrative può ancora offrire un contributo significativo. Per questo vorrei rivolgere ad Attilio Naddeo una sfida amichevole, che è anche un auspicio: non limitarsi a raccontare quanto il PSI sia diventato piccolo, ma contribuire a farlo diventare ancora più grande. Non si tratta di chiedergli un’adesione acritica o di suggerirgli una collocazione politica. Non è il mio compito, non è il mio ruolo. È una riflessione più generale sul contributo che chi ha vissuto stagioni importanti può ancora offrire alla politica e ai territori. La critica è utile, soprattutto quando arriva da persone che hanno esperienza e conoscenza delle istituzioni. Ma sarebbe ancora più preziosa se accompagnata da una rinnovata disponibilità all’impegno. Del resto, chi ha contribuito a scrivere una pagina importante della storia socialista non dovrebbe limitarsi a raccontarla. Potrebbe contribuire anche a scriverne una nuova. E questo vale per Naddeo come per tanti altri protagonisti di quella stagione. La storia, da sola, non produce consenso. Ma senza memoria e senza radici è difficile costruire una proposta politica credibile. Il PSI di oggi è certamente più piccolo di quello di ieri. Nessuno può negarlo. Ma averne garantito la continuità dopo Tangentopoli è un risultato che merita rispetto. Adesso la questione è capire se quella continuità possa diventare il punto di partenza di una nuova stagione. L’esperienza campana suggerisce che una strada esiste. I primi segnali nazionali meritano di essere osservati con attenzione, ottimismo ma anche senza pregiudizi. Se il PSI è una nicchia, la risposta non può essere rassegnarsi alle sue dimensioni. La sfida è provare ad allargarla, anche con il contributo di chi conosce quella storia e ha ancora qualcosa da offrire. Anche Attilio Naddeo. Perché, in fondo, il miracolo per i socialisti è stato esserci ancora. La vera sfida, adesso, è continuare a crescere. Servirebbe a tutta la sinistra. *Direttore editoriale Avanti!







