di Erika Nosches
e La percezione di una deriva ormai irreversibile non è soltanto il frutto del malcontento popolare che serpeggia tra i banchi delle parrocchie salernitane, ma rappresenta l’analisi lucida e spietata di chi le dinamiche interne alla curia di Salerno-Campagna-Acerno le conosce fin nei minimi dettagli. Secondo una testimonianza di primissimo piano giunta alla redazione, la diocesi salernitana si attesta oggi tra le peggiori d’Italia sul piano della governance e della fermezza pastorale, un degrado istituzionale fortemente alimentato e complicato dalla gestione della complessa e irrisolta questione legata all’Associazione Opera del Gregge del Bambin Gesù. Una presenza ingombrante, pervasiva e strisciante, rispetto alla quale i vertici episcopali che si sono avvicendati nel corso degli ultimi decenni hanno dimostrato un’incapacità cronica di reazione, oscillando pericolosamente tra la tentazione di un pugno di ferro isolato e la ben più comoda scelta di galleggiare nel compromesso per non turbare equilibri di potere consolidati. La fonte tratteggia uno scenario dai contorni quasi obbligati per la storia recente dell’Arcidiocesi. Le alternative operative per gestire una realtà complessa come quella salernitana, infatti, si sono ridotte storicamente a due sole opzioni. Da un lato vi era la necessità di schierare una figura dal taglio decisionista, autorevole e persino d’impatto come fu, a suo tempo, l’allora arcivescovo monsignor Gerardo Pierro, capace di accentrare le decisioni e di affrontare di petto le fratture interne. Dall’altro lato, terminata quella stagione, la strategia della gerarchia sembra essersi piegata alla priorità assoluta di mantenere le acque calme. Una linea di galleggiamento prudenziale incarnata perfettamente da monsignor Andrea Bellandi, un profilo giunto a Salerno dopo un rapido salto di qualità nella carriera ecclesiastica e rivelatosi, agli occhi di molti osservatori, funzionale a garantire una gestione morbida, tesa più ad ammortizzare i contraccolpi mediatici che ad estirpare alla radice i tumori organizzativi che infettano il tessuto locale. Il dubbio centrale che attanaglia la comunità dei fedeli e gli analisti delle vicende ecclesiali è se questa strategia del rinvio e del basso profilo sia stata adottata proprio, o soprattutto, per evitare uno scontro aperto con l’Opera del Gregge. Le attività del gruppo, infatti, per lungo tempo sono scivolate sottotraccia, schermate da un’apparente dedizione alla preghiera e alla carità, fino a quando non si sono manifestati segnali tangibili di un’opulenza finanziaria e di una presenza logistica non più mascherabili. La fonte analitica evidenzia come il punto di non ritorno, il momento esatto in cui l’opinione pubblica e gli ambienti della curia hanno iniziato ad aprire gli occhi sull’effettiva consistenza economica dell’associazione, sia legato a un episodio all’apparenza banale ma dal significato dirompente, verificatosi nel territorio comunale di Montecorvino Pugliano. In una piccola, umile ed essenziale chiesa di periferia a Bivio Pratole, improvvisamente e senza un’apparente copertura finanziaria riconducibile ai bilanci parrocchiali ordinari, fecero la loro comparsa numerosi impianti di condizionamento dell’aria di ultimissima generazione. Un’installazione massiccia, un’ostentazione di mezzi e una spesa economica del tutto sproporzionata rispetto alle magre casse di una chiesetta di provincia. Quel cantiere inatteso e la vista di tanti motori di refrigerazione montati sulle pareti dell’edificio sacro fecero scattare l’allarme e accesero la curiosità di fedeli e osservatori. Da dove arrivavano quei soldi? Chi stava finanziando quei lavori di ammodernamento così costosi? Fu proprio a partire da quell’anomalia logistica che emerse la prepotente e urgente necessità di scavare a fondo, di capire cosa stesse realmente accadendo tra le mura di quell’immobile e di spalancare i riflettori su che cosa fosse in verità questo misterioso “Gregge”. Da quel momento in poi, l’esigenza di comprendere la portata del fenomeno ha portato alla luce un vero e proprio contropotere. La presenza dell’Opera si è rivelata come un’infezione sistemica capace di condizionare le nomine dei sacerdoti, di influenzare l’orientamento delle vocazioni e di creare una spaccatura insanabile all’interno del presbiterio diocesano. Il fallimento della gerarchia nel circoscrivere la setta ha finito per affossare la credibilità dell’intera Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, relegandola ai vertici negativi delle classifiche nazionali per efficienza, trasparenza e capacità di tutela dei fedeli. La tolleranza verso le stranezze economiche e liturgiche del Gregge ha dimostrato come la curia salernitana abbia preferito la via del quieto vivere al dovere della verità, trasformando un problema pastorale locale in un caso nazionale di paralisi istituzionale.








